domenica 26 novembre 2017

IL TEMPO E' IL SUO RACCONTO. (TRAME, DISORDINE, MEMORIA, SPERANZA)


(un lungo saggio in dieci capitoli + zero)

CAPITOLO ZERO E UNO




0.0



TIME they are a changing: lo cantava Bob Dylan quando la Storia era cambiamento continuo e lui ne era un segno, di quei tempi. Anche lui una Locomotiva della propulsione storica (“i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti/ sembrava il treno anch' esso un mito di progresso”e Guccini, anche...) arrivato fino al Nobel per la Letteratura.
Segno dei tempi.
 E come era sottile quel verso: I tempi, sono un continuo cambiare, diceva così nella sostanza. “a changing”
 Ora è il tempo – in sé, come concetto e come realtà - che sta cambiando. La post modernità dopo il 900 del tempo lineare e utopistico, futuristico, ci ha abituati ad un dissolvimento della spinta propulsiva di quel treno. A rimescolare i temi, a farne un passato fittizio, un futuro distopico con la storia e il presente. Ora anche quel prefisso Post- si dissolve col suo armamentario concettuale, perché orientato da un pensiero filosofico che si basava su una “metafora originaria” che sulla base di ciò che si sa del tempo, orienta anche quei postulati che pensa come cosa in sé.
Invece qui di  “cose in sé “ c’è rimasto ben poco.

 E’ la scienza ora che si riprende la parola, forse a favore di una realtà e di una storia da rimeditare. Lo dico in breve, perdonino i competenti veri: la ricerca della fisica teorica che indaga la materia ha fatto scoperte – dai Quanti al Bosone di Higgs   oltre – tali per cui viene sbaragliata la tradizione idea di tempo e anche che abbia un qualche “ordine “ lineare e universale. Il tempo ci resta nel suo essere “orario” funzionale al presente, ma le scoperte della scienza sconvolgono i fondamenti di una filosofia del tempo in modo, mi è parso di capire da letture recenti , radicali.
Il Tempo è , o meglio: i tempi sono, certo cambiamento, metamorfosi, ma non “temporale” ovvero con una progressione universale e certa: la scienza (lo vedremo) introduce un’idea che a volerla riassumere molto semplicemente ci dice che tutto avviene in uno spazio di trasformazione, ma non pensatelo più come una sequenza lineare, di un prima e dopo, in una logica universale.

Conseguenze pratiche? Gli orologi li useremo sempre, ma è il sottofondo teorico della Storia che si modifica, compresa – per quel che ne resta – l’idea dell’Utopia e della stessa Distopia  a cambiare.
Verso dove andiamo? Neppure “verso” possiamo dire. Stiamo. Mutiamo incessantemente. Come e Dylan,  il poeta dei tempi-continuo-cambiamento e ora  del Neverending (tour), il menestrello senza tempo rispetto alle mode, ma sempre uguale nel suo fisico magro e riccioluto e sempre diversissimo a sé stesso, con le sue infinite scalette live, della tuorneè che non finisce, (anche se è diventato in realtà,  esattamente ciò che sfuggiva, monumento del tempo che non cambia, e quindi l’emblema di un tempo storico (gli anni 60, il 68 ecc)  e di un secolo (XX ) che non si esauriscono mai, che volevano essere la futura umanità sembrano incastrati in un labirinto di specchi, chiamato “for ever young” (tra giovanilismo salutista e consumista, necessità di ritardare l’erogazione delle pensioni, classe dirigente vecchia – ma questa ultima cosa è un tratto italiano, una comunità immobile sotto il peso di una storia in loop).
Faccio questa premessa perché volevo parlare di un libro, poi ho proseguito parlando di più di un libro, e ho finito per scrivere la cosa che spero leggerete – una sorta di saggio istantaneo – è il caso di dirlo – sul Tempo e su come ne parlano alcune opere contemporanee.


1.0


Negli ultimi mesi fa ho letto alcuni libri – e visto spettacoli e mostre  e film -  che hanno anche fare con il tempo – e la Storia - e stranamente, come dei pianeti, sembrano essersi tutti allineati, adesso.
Ecco, prima che sia troppo tardi. Prima di dimenticare. 
 Nella catena di letture, quello che ha messo in moto una riflessione sul tempo è stata prima un’opera di narrativa:  il bel libro di Loredana Lipperini “L’arrivo di Saturno”  (Bompiani )  - lo chiamo libro, perché sulla parola “romanzo” mi sembrerebbe di togliere qualcosa, credo che “il libro” inglobi “un romanzo” ma anche “una storia” e “altre storie” e una riflessione sull’oggi. Chiamiamolo allora con termine usato ma sempre buono, “dispositivo narrativo” anche perché credo  Lipperini nello scriverlo credo abbia inglobato anche la possibilità di non ridurlo al solo romanzo – quanto meno è anche una sorta di romanzo metanarrativo. Anche, ma non solo.



1.1



il Libro di Lipperini si è incrociato con un’altra lettura, il saggio  L’ordine del tempo” (Adelphi)  di     
Carlo Rovelli. 
Se “l’arrivo di Saturno” è  stato la prima spinta a scrivere, “l’ordine del tempo” è l’asse teorico d’appoggio per queste pagine, sperando tenga…
Da questo straordinario saggio del Fisico Teorico e grande divulgatore umanista,  impariamo che la scienza, la fisica quantistica,    ha messo in discussione la stessa nostra concezione  del tempo , sia per come è strutturato nel nostro senso comune, ma anche di conseguenza in tutte le sue altre forme derivate, per esempio quelle della fiction distopica, un tempo che muta radicalmente in  tutti valori che leghiamo all’ idea di esso  (ma se cambia la concezione muta la percezione? dipende  dal main stream delle idee diffuse).    Cambia la sua stessa forma ordinata, divisa, matematica, regolare, unidirezionale e rotatoria ( a senso unico) ma pure quella creativa di un multitempo e restituisce questo concetto all’elaborazione della cultura umanistica – cosa accade ora che la fisica ci lascia una temporalità desaparacida?


.

1.1.2


Negli stessi giorni in cui iniziavo a leggere  Rovelli e Lipperini, stavo vedendo su Sky la seconda serie di “Twin Peaks”. Il libro di Lipperini mi rispostava con il suo contenuto al 1980. Twin Peaks al 1989. Da subito mi è sembrato che il corto circuito fosse generato da una sovrapposizione proprio di tempi  fino a portarmi – grazie certo ad un altro libro, stavolta  scientifico – a sintetizzare all’oggi – e alla luce delle ultime ricerche – quello che è un secolo di ricerca (del tempo).

 
Prima di arrivare al libro di Lipperini, dunque vorrei dire qualcosa su “Twin Peaks 3”  - la nuova serie 2017 . Solo un frammento delle infinite possibilità di senso 25 anni dopo David Lynch ha sparso nei 12 episodi di Sky, per dare un seguito coerente con quello che nella prima serie in qualche modo veniva profetizzato (“ci vediamo tra 25 anni” diceva Laura Palmer nella prima serie) con una  Battuta geniale, profetica: oggi è il tempo la principale ossessione del nostro tempo – e la morte,  che pone fine alla sua dimensione. Ma qui di TW2 vorrei cogliere come diventa uno spaziotempo altro, non solo per quell’assurdo intreccio ai limiti dell’incomprensiobile che è la sua narrazione nelle nuove puntate – su cui non mi esercito.


Cosa mi serve di  “Twin Peaks-2017” qui ? ancor prima del suo dispiegamento narrativo, che è una 
proiezione e visione di quel non-luogo mentale che è stata la semiosfera sociale della prima serie tv,  quella andata in onda quando anche la “tv” come apparecchio era nella sua apoteosi, creatrice di realtà aumentata, estensione ectoplasmatica elettronica del mondo dei vivi…e come campo di tensione psichica era  diventato un luogo centrale definitivo – lo precedeva  il film  Videodrome di Cronemberg (1983) lo spot tv (appunto ) della Apple – guarda caso, il dominatore del mezzo e della rete del futuro da lì a 25 anni – fatto da Ridley Scott (1984) – lo stesso che  oggi, per noi giovani del 1982 ritorna al futuro, col suo film-emblema di tutti i futuri, in una curiosa operazione nostalgia, quando uscirà Blade Runner 2049 – il primo era  ambientato nel 2019, cioè oggi: capite bene l’acme vertiginosa di questo interconnettere i tempi, marketing allegorico del cinema che ci propone l’altro megaevento di stagione è un film sulla seconda guerra mondiale Dunkirk – è la storia che prende il posto della distopia ).


1.1.3


 (tornando alla tv degli anni 80 e a Twinpeaks che chiuse il decennio, fu  allora centrale il ruolo della Tv nell’elezione di Reagan, fondamentale, la democrazia si faceva elettronica e televisiva in quegli anni  e l’anno dopo l’esordio di TWPKS , nel 1991,  anche la Guerra si fece “live tv”  – oggi la serie TWPK 3  la vediamo su un canale più elitario,  sky, ma è immateriale ovunque come NEtflix. Twin Peaks del 1989 la prima serie era un iper-luogo dunque, così fortemente radicato sia al non luogo dell’epoca (la tv) sia  ad un luogo immaginario ( la contea ai confini del Cananda, TWPks) .


Oggi la serie del 2017  ha riattivato in tutti gli spettatori che hanno visto le prime  ( dal 1989 in Usa, e tacciamo di che anno fu quello, di che spartiacque temporale fu) un cortocircuito psichico e generazionale – chi aveva venti-trenta anni all’epoca della prima edizione (italia 1990)  oggi viaggia verso i 40/50 o li ha superati da un po’ che oggi si misura per la prima volta col tempo che passa, invecchiando  -  David Lynch ha creato per questa seconda serie un meccanismo narrativo a rotazione Escheriana, che cita sé stesso,  che ripensa, si rivoluziona, fa passi avanti tornando indietro, fa convergere tempi, dimensioni, luoghi e astrazioni, immateriali, materiali….
Oggi laterza serie di TwPks che si frusice in digitale diffuso, non ha luogo in tv, allo stesso modo non si radica più al toponimo immaginario americano della terra e dei grandi spazi misteriosi (come ha fatto un film storico anche questo The Revenant ) .PErò è interessante che ma fa del proprio “luogo mitico” (archeologico)  quello dromotico e virtuale proprio della televisione stessa degli anni ’90 (e per le atmosfere e per la trama, sembrano essere già una malinconia degli anni 80 tout court) e in generale tutto l’archivio mentale della televisione – l’effetto è più che nostalgia, per noi invecchiati spettatoti di questa “cosa” da revenant dell’immaginario tv. Su cui per fortuna Lynch faa molta ironia.


1.2


 
Qualcosa di questa vertigine del “temporale” – ma su un piano direttamente storico e civile direi -    accade con il libro di Loredana Lipperini:”L’arrivo di Saturno”  - da ora in poi LADS - simile nella dinamica di un multi-tempo . LADS  a suo modo ci guida in un ripensamento e in una rivoluzione memoriale della narratrice (la coprotagonista Dora). Una rivoluzione che non è più come  pietre che rotolano in avanti, ma è  un ritorno indietro alla Storia italiana degli anni 70 e 80 e al suo dissolversi in un teatro di menzogne e mancanze. E da quella generare  fili a spirale o campi di tensione "diegetica" si sarebbe detto nelo strutturalismo, fatta di resoconto, racconto, reportage, finzione.

Già da questa struttura polimorfa prende corpo una diversa visione, man mano che si legge: senso di dissolvenza di una storia, anche in chi la racconta, messa in atto con una scansione su più stringhe delle vicende delle due protagoniste,  più un personaggio misterioso. Non è solo la classica confusione tra finzione e realtà, è qualcosa di più.

Due accenni alla trama dei vari filoni narrativi: al centro,  il kairos nero d’Italia, del 1980, quando le due protagoniste erano giovani, ventenni o poco più, poco prima dell’inizio oscuro per la storia collettiva italiana che inciderà poi nella vita di una delle due, Graziella, ma in qualche modo anche nell’altra  Dora (essendo Graziella persona-vera, personaggio ma anche persona storica, la sua verità irradia il personaggio solo-fittizio “Dora” ma lo de-fictionizza): in conseguenza della strage di Bologna del 2 agosto 1980, Graziella Di Palo, allora giovane giornalista, parte per un inchiesta collegata a quell’evento – la pista dell’esplosivo e delle armi palestinesi - e a settembre e scomparirà per sempre in Libano.  
 Uno dei tanti misteri italiani (si è ripetuto per Ilaria Alpi). Una cosa più grande della giovane cronista ma anche del suo più esperto compagno giornalista Italo Toni, di Paese sera. Erano in medioriente a indagare, su cose collegate a Moro,  a Ustica e poi alla strage di Bologna  – e non a caso scompare un mese dopo quel 2 agosto  . Il suo mistero, a tutta oggi ancora non risolto,  come altri “misteri d’Italia” ma fino ad ora poco citato, dimenticato.   E dunque il primo lavoro sul tempo è che dentro i labirinto lunare di menzogne, la memoria salva.

Si perdoni la possibile confusione della  suggestione (e anche, soprattuto in chi scive questa cosa: io Leggendo LADS e guardando TWPK come altri della mia generazione, sente ruotare in circolo domande, sui molti misteri lasciati insoluti (chi ha ucciso Graziella Di Palo? Chi ha ucciso Giorgiana Masi? E ilaria Alpi? Ci ha ucciso Mauro De Mauro? Chi ha ucciso Mino Pecorelli? Il generale Dalla Chiesa? Ecc ecc) che si infrangono sulla domanda della fiction tv:  “ Chi ha ucciso Laura Palmer?”
Ancora insoluto, dopo tanto tempo anche quello.


1.4

Dunque l’architettura del libro e il suo contenuto vanno insieme
(a mioavviso, uno dei suoi pregi, benché chieda impegno al lettore).  Leggendo “L’arrivo di Saturno” di Lipperini, si viene gentilmente forzati a procedere nel rivedere tutta la storia degli ultimi 40 e più anni, seguendo la traccia di una vicenda particolare, assieme al percorso che la narratrice fa, col proprio il dispositivo narrativo, rimettendo in discussione, costringendoci a ripensarla,  la storia in sé, la possibilità di raccontare una storia vera, vera di verità accertata, grazie alla finzione narrativa in un contesto – quello della verità della cronaca – che è in realtà alterato a sua volta dalle menzogne, dalle finzioni, non quelle artistiche ma le comuni falsità. Le falsità del potere, dei poteri. Di cui chi conosca o abbia vissuto le stagioni della storia italiana tra il 1969 e il 1981 sa bene la portata. La forza.



1.4.1



Nel libro  si racconta sul doppio filo personale e storico : Dora nel libro, in questa continua “scena vuota” dell’assenza dell’amica  – oscena assenza per come l’ingiustizia del caso ancora ferisce -  crea un ponte, mettendo assieme il romanzo memoriale, anche il più sentimentale, legato alla storia di un’amicizia formativa,  e la storia-reportage di questo mistero politico della scomparsa di Graziella, che viene invece ricostruito con un taglio d’inchiesta, fondendo in certi momenti la spy story al giornalismo.


LADS
 racconta di alcuni personaggi che si manifestano e scompaiono proprio “nel farsi” di questo libro e i pezzi di racconto storico (e il corpo a coprpo con la "finzione" messa in atto dagli apparati dello stato) finiscono per premere sulla finzione narrativa,  come se questa realtà magamtica venisse poi a invadere la composizione stessa del testo, rimaneggiato via via che l’Autrice indagava,  per scrivere. Come si fa a far stare dentro la finzione narrativa ua storia vera che tuttavia è stata falsata e viene falsata continuamente, anche mentre l'Autrice-Lipperini scrive?

E' già superato il recento semplice di quel che chiamiamo “romanzo”  a questo stadio. In più c’è un elemento personale, ed è la riflessione intima di Dora, non Loredana, ma anche, inevitabilmente visto che si dice - tra dentro e fuori e il libro - che questo libro su Graziella doveva essere scritto, come una sorta di riscatto, per un senso di giustizia, da un lato  per far si che la storia di Graziella Di Palo fosse riconosciuta pubblicamente, grazie all’apporto di Loredana/Narratrice,  oggi affermata nel suo ruolo di scrittrice e giornalista, conduttrice radiofonica ecc.  


 In sottofondo scorre un’ ossessione di giustizia, un'ostinazione del sentimento, sul lato personale: la volontà di pagare una sorta di debito misterioso verso chi amavamo, ma è scomparso troppo presto, attraverso la Memoria.
Da qui, a fare un bilancio del tempo vissuto e non vissuto il passo è breve - ( e porta me e penso il lettore del libro a pensare acosa sia il tempo e come possa essere ripensato oggi. C'è anche il "coinvolgimento personale dell'interprete" in questo mio  caso, avendo lambito luoghi, epoche, persone del libro).

Seguiamo la narrazione di Dora, che tra le maglie tiene il pensiero rivolto a  chi forse non ha  saputo salvare, con un gesto, con delle parole, anche se forse non potevamo fare nulla (Dora incontra Graziella prima della partenza di quest’ultima per l medio oriente, le due non si vedono da molto, ci sono state divisioni e delusioni personali e politiche) e la storia si compie.

  Sommersa nei misteri insoluti di una storia collettiva di quegli anni su cui indagava, Graziella sparisce.
Dora invece  si salva e ora da adulta si chiede: ha avuto senso tutta questa storia? che bilancio facciamo? ha avuto senso il sacrificio di chi non c’è più? 



1. 4.2 


(Quella riflessione personale, cui accennavo, 
mi investe sul piano morale e politico, storico: ne è valsa la pena?  è valsa la pena fare quel sacrificio di lotte? E sottrarlo in parte ad una giovinezza da vivere, con meno inquietudini, quelle lotte per cambiare un mondo che forse non è poi così cambiato? E che quanto meno ha dimenticato Graziella che ha perso la vita per quell’ideale? Che ne è stato di quel sogno utopico che avevamo – come le due giovanissime e che qualcuno ha seguito con coerenza fino alla morte (Graziella, ma non solo)  - e altri no, i salvati,  i sopravvissuti e sonnambuli che pur restando coerenti con quelle idee, il più possibile, come per Primo Levi, sentono sempre lo scacco? E nel tempo che è venuto dopo, abbiamo forse tradito  almeno solo nella memoria?  

E dunque, ci siamo arresi?
O raccontare salva anche i sommersi nell’oblio?)





1.5

[ Scrivo questo pezzo, mentre Facebook, questo nostro specchio dei tempi, mi ripropone “una
memoria digitale” ( “ i tuoi ricordi su facebook”: il social fa sempre più notifiche scrivendo  “hai memorie con” ecc) : la memoria è  un mio post di un un paio di anni fa su Beppe Salvia, poeta suicida che avevo conosciuto  quando le mie speranze di diventare poeta,  allora io poco più che ventenne,  diventare un poeta  riconosciuto erano tutte in nuce e invece Beppe, più grande di qulache anno e forse già avviato ad un bilancio deluso del suo “trentesimo anno” per dirla con Bachmann - altra suicida - interruppe la sua storia di vita saltando da un terrazzo. E io oggi mi dico, e io? che sono diventato? ne è valsa la pena seguire quella speranza a cui Beppe non ha dato corso ma a cui in qualche modo ha dato tutto sé stesso? nel suo lutto, non elaboro forse anche la morte delle mie “illusioni perdute” e la sua sconfitta in realtà eè una salvezza e la mia una sconfitta? ]





1.6

 
Accennavamo a un racconto reale che preme sulla  finzione narrativa in LADS : essa non è solo inevitabilmente nel racconto della vera storia di Graziella, come sta in tutte le narrazioni anche esplicitamente autobiografiche, ma è esplicitata in una storia parallela. Lipperini  infatti  con un ulteriore rotazione planetaria del testo,  aggiunge un “congegno” al meccanismo narrativo de “ LADS   -
mai facendo perdere il filo (sono io che forse lo complico, mi si perdoni)   - in apparenza lontano, ma poi sempre più vicino, la  storia di un falsario, un pittore che dipingeva falsi Vermeer e che ingannò anche i nazisti.
 Questa storia è significativa innanzitutto perché   era “il romanzo” che la Narratrice/Loredana pensava di scrivere, ma poi un richiamo, una vibrazione sotterranea, legata alla visione di un quadro proprio di Vermeer  che la porterà -   con qualche senso di colpa - a scrivere invece il vero libro che l’attendeva da anni, la vera storia rimasta sepolta, quella di Graziella. . In questo senso LADS è una sorta di libro in cui sono evidenti le continue decisioni di scrittura del narratore  intrecciate al dipanarsi degli accadimenti narrati. Ci torneremo col prossimo romanzo al punto 3.0


1.6.1




Tuttavia quel “romanzo del falsario” resta presente in LADS e si inserisce con paradossale coerenza nel disegno narrativo,  “come un’allegoria”:  perché il suo intrecciare una vera storia di falsi pittorici che sta dentro La Storia, e fa da specchio alla Storia d’Italia che - come dicevamo sopra - ha risucchiato Graziella  e che è stata una storia falsata,  di testimonianze false, di bugie, di depistaggi, di inganni e misteri a cui abbiamo però creduto (la verità istituzionale è quella) o almeno, arrendendoci.

 Lipperini,  creando per il pittore falsario personaggio vero,  una storia tuttavia inventata in cui l’elemento del “fantastico” si fa strada (come se avesse ricevuto una commessa per un quadro da un vecchio che “sapeva” la verità) è come se sfidasse il lettore – l’ideale lettore e italiano comune, che siamo tutti - che in sé porta il peso di una società che ha creduto a non-verità ben peggiori: è una complicazione, anche questa sdoppiante - personaggio vero, narrazione in LADS finta -ma ci sbatte in faccia domande:
  se abbiamo creduto a tutte le menzogne che ci hanno raccontato in Italia in 40 anni, perché ora non volete credere al pittore che dipinge come Vermeer , meglio: che dipinge un quadro che Vermeer  non ha mai dipinto, ma avrebbe potuto, e per farlo -  egli falsario - e  “diventa” Vermeer, diventa vero? E forse in questo quadro c’è una verità che potrebbe riguardare anche l’altra storia?

E queste domande già rivelano una complessità, non paiono assurde se solo per un attimo pensiamo a quel complessità ha oggi l'idea di tempo e le sue varie dimenzioni parallele, accertate in sede sperimentale e teorica anche se no verificabili empiricamente.

1.7


La narrazione, le narrazioni contenute in questo “L’arrivo di Saturno   hanno “millepiani” come i diversi piani del tempo e della verità che Lipperini incastra e sono state una lettura molto stimolante, così come lo fu “La prima verità” di Simona Vinci, autrice oltretutto presente,  anche se non citata, in un passaggio del libro, anche quello un romanzo di tante storie vere e inventate che si incastrano tra loro. Ma il cuore è morale, storico-politico e punta ai come dicevamo ai postulati con cui ripensiamo la nsotra vita. nNon è un caso che ad un certo punto, arrivi un passaggio in cui Lipperini chiama in causa proprio quel sottofondo scientifico che fa ripensare il tempo e il nostro rapporto memoriale con i suoi "fatti". 

Scrive Lipperini in LADS….“ma dimenticare non è possibile perché ogni mondo si intreccia con gli altri, come se il nostro cammino in quei labirinti avvenisse su altri piani, e qualche volta i labirinti, e dunque i piani e i mondi, che forse sono solo nella nostra mente e forse no, si incrociano mostrandoci le altre facce di noi stessi. In fisica quantistica accade quella cosa che chiamiamo collasso della funzione d’onda: nell’osservazione empirica tutti i mondi possibili collassano su uno solo determinato. E’ quello che sta avvenendo a Dora, tutti i mondi della sua vita si afflosciano su un solo punto. Sono tutti reali, oggettivi e diversi. Con terrore si accorge che ne sta tenendo tutti i fili fra le mani e che l’altro capo del filo è nel luogo e nel tempo dove la biforcazione è avvenuta”  (p. 217)


2.0



Sarebbe ora di introdurre, vista anche la chiamata in causa di Lipperini della fisica teorica,  l’altro libro, che è un po’ la chiave di questo ragionare su tempo e opere del contemporaneo:  “L’ordine del tempo di Carlo Rovelli . Prima di parlarne solo una citazione:

Scrive Carlo Rovelli …..“ (..) “il tempo si è sciolto in un a rete di relazioni che non tesse più nemmeno una tela coerente. Spazitempi fluttuanti, sovrapposti gli uni agli altri, che si concretizzano a tratti rispetto agli oggetti particolari
Il tempo non esiste come una determinazione, le cose non sono nel tempo, ma accadono in uno spazio, accedere è un cambiamento, la grammatica del mondo è quella della non permanenza, fatta non di cose, ma di un continuo processi di trasformazione che non dura nel tempo, ma è un’ubiquità dell’impermanenza.

 Non ha più senso parlare di passato presente e futuro, né l’accadere è ordinato in un flusso, ma i cambiamenti vanno visti come in relazione, ogni evento con un altro, anche per la cosa che più immaginiamo come “cosa” – un sasso, inerte, - in realtà la sua trasformazione è data ed è tale proprio perché il suo mutare è in relazione con tutto il resto, è in questa relazione, quindi in una rete collocabile in una dimensione in qualche modo spaziale che vedo il cambiamento. Non c’è il tempo, c’è una rete di eventi interconnessi. La teoria che li descrive non è più nemmeno interessata ad essere una teoria definitiva, ma fatta di pezzi coerenti ma distinti.” 


Tenete presente questo senso del tempo a cui ci induce la scienza che studia se il tempo abbia un ordine o no, e cosa al posto “del tempo”. Prima introdurrei un altro romanzo, americano. “Nel mondo a venire” di Ben Lerner, (Sellerio). Di questo, nel prossimo post

martedì 14 novembre 2017

PEPPE FIORE, "DIMENTICARE" (EINAUDI)

(Questa recensione è già apparsa in forma leggermente diversa su Robinson - La Repubblica)


Tutti possono dimenticare il passato, ma ci sono vite in cui è il passato che non dimentica te e torna a chiedere il conto. Una di queste vite è quella che Peppe Fiore racconta nel suo nuovo libro “Dimenticare “(Einaudi, p.192, 18,50). Al terzo romanzo, Fiore lascia il registro brillante e mirabile e con una narrazione maturata e di grande forza composta, racconta una storia più nettamente dramamtica. A partire dai luoghi, dai paesaggi, in cui si dispiega il talento di una scrittura precisa, che sa di inesorabile: c’è un litorale romano selvaggio, abusivo e senza radici e c’è una montagna di splendore, ma anche ombre e sangue.   Costruito a cavallo di due luoghi del margine, Trecase, paese a duemila metri tra Lazio e Abruzzo, e Fiumicino dove il protagonista è cresciuto e che da luogo di mare s’è fatto ormai landa sgretolata e sobborgo di una Roma assente dal libro, ma di cui si sente il fiato pesante di ruggini, cemento vecchio, sporcizia, abbandono.  



“Dimenticare” snoda la sua trama lungo un ventennio, tra il 1995 e il 2015. Daniele, già uomo avviato alla mezza età, passato il secolo, cerca giorni nuovi in un bar da ristrutturare a duemila metri d’altezza e si lascia alle spalle il mare, la luce e il suo passato. Il peso che si porta dentro è ruvido e muto. E’ deciso a sparire, si inventa un Messico come rifugio per marcare di più l’assenza. Quello che cerca è stare lontano da suo fratello Franco, rimasto impigliato al ristorante di famiglia, Lido Esperanza, una volta fiorente ora in decadenza. Franco ha tanti guai con malagente, debiti, una moglie comprensiva e un figlio, Cristiano, che ama lo zio, anche troppo, e soffre il suo abbandono. Legatissimi quando erano parte di una meglio gioventù degli anni 80, come nell’episodio del prologo, i due fratelli crescendo non si sono saputi scrollare il margine di dosso. Periferia eri e periferia resterai, specie Franco malmostoso, incline al losco. Non siamo nella Suburra romana criminale ma cool delle serie tv. La loro vita è proprio marginale e la paura è il sentimento dominante, anzi l’unico che sanno riconoscere. Colpa anche di un padre violento e burrascoso. Daniele fugge non solo dai casini del fratello, ma anche dalla sua stessa biografia “che schizzava intorno come un rettile dalla testa mozzata” in cerca di silenzio. Qui compare il doppio fondo di un romanzo che sa di tremendo e meditazione. 

A Trecase si dice ci sia un orso, che ha colpito e ucciso, che nel romanzo tornerà a colpire. Non sarà l’unica  bestia a ruggire in questa storia di un uomo solitario e imprigionato in sé stesso, che non sa dire le sue scelte, ma le fa. Sarà pronto a fare i conti quando la vita torna a cercarlo. Sono passati tredici anni di silenzio tra fratelli, la loro divisione è rancore ma forse è come un patto a salvarsi. Da cosa, lo saprà chi legge. Il nipotino è diventato uomo, lo zio e il padre invecchiano. E’ ora di tornare, prima che sia tardi, dice Cristiano, metà ordine e metà supplica, andando a ripescare lo zio sui monti. Lui ancora non sa perché lo zio s’era fatto ombra. Prima delle parole, Daniele invece sa che quello è il suo appuntamento finale, la vita è cravattara


Tra le qualità di “Dimenticare” c’è proprio la forza di un silenzio piegato dallo stile di Fiore a farsi presenza, un magma colmo di troppa vita, un diluvio di significati che si agitano muti dentro i personaggi. Un romanzo senza redenzione, il dolore che si accumula è così pesante che diventa pietra, senza poter dire se sarà fondamenta o lapide. Tutti hanno dannazioni private, in questa storia si plasmano in comunità, crescendo in un posto in cui ci si conosce tutti, una legione di sconfitti che arricchisce narrativamente l’assolo doloroso di Daniele: dai piccoli delinquenti senza nome come “Testa d’uovo” che ti minaccia di morte ma poi viene al tuo funerale e piange, a Gigio il commercialista che si danna per salvare i fratelli dalla rovina economica, sentendoli famiglia, o Svicolo il pasticcere, solo una comparsa, ma emblema di un’umanità dai caratteri ruvidi, che invecchia male, ingrassa peggio, sfancula tutti per dire che li ama. Il romanzo litorale  di Peppe Fiore contagia con un senso di morte in riva a un mare luminoso, intorno ai nodi irrisolti dei due fratelli,  si estende al microcosmo di borgata, ma lascia trasparire una decadenza generale, italiana, che balugina negli attraversamenti di questo paesaggio di “ristoranti cinesi centri benessere e liquidazioni di mobilifici”, dove “la vita resiste” dice Cristiano e deve essere per forza così, per questi personaggi convocati dall’ineluttabile ad un romanzo come alla loro vita, e che tuttavia chiedono solo di resistere, fosse anche come  “l’erba cattiva in una crepa del muro”.

domenica 12 novembre 2017

UN LUNGO POST PER 30 PAGINE - DA "IPOTESI DI UNA SCONFITTA" DI GIORGIO FALCO


Il libro di cui l’altra sera ho scritto qualche post sotto è   il nuovo romanzo di Giorgio Falco “ipotesi di una sconfitta” (Einaudi) in particolare le pagine che vanno dalla 57 all' 80. LE ho definite le migliori pagine di un romanzo italiano da tanti anni a questa parte. C’è un motivo specifico per un giudizio così impegnativo (in ogni caso Falco è tra i pochi autori che ha profondità di pensiero e elaborazione formale letteraria che appare immediatamente necessaria, come ha dimostrato nei romanzi precedenti e che conferma anche in questo che mi sembra fino ad ora ancora migliore) tuttavia queste pagine hanno aperto dei chakra speciali - che hanno che fare con la biografia e l’anagrafe. Costellazioni di risonanze e che non solo dicevano qualcosa in sé, come diranno ai lettori, perché è proprio la scrittura di falco ad essere questo inesorabile, calmo contropelo della realtà.
Il mio rispecchiamento aggiungeva al letterario di Falco delle coincidenze che aumentavano il tanto di significativo che già le pagine avevano - e mi hanno reso euforico, più ancora di quel che non fossi per alterazioni varie.
L pagine sono quelle in cui  Giorgio Falco - il romanzo anch’esso è esplicitamente autobiografico, ma è un romanzo -  racconta come a 17 anni decida di voler fare una vacanza e per non gravare sui bilanci di famiglia cerca un lavoretto - il primo di una serie di “lavoretti “ che seppur in forma aziendale e formale, nella loro precarietà e temporaneità accompagneranno l’autore fino all’età adulta (questo del resto è un romanzo sul lavoro, tra le altre cose, sul significato che il lavoro costruisce nella nostra vita, occupandola, colonizzandola, imprigionandola o con la sua mancanza svuotandola). Quello che trova insieme a due amici è confezionare spillette della musica rock soprattutto ma non solo, dei personaggi famosi, quelle tonde, con spilla, da infilare al giubbotto.  LE pagine raccontano del progressivo inserimento nella fabbrica, in questo capannone in cui si producevano varie cose negli anni 80 prosperosi del made in Italy e vi anche “operai veri” e non operai stagionali come loro, non operai ma studenti. Il lavoro assorbe subito il ragazzo Giorgio nei sui tempi moderni (la velocità di una sorta di torni che imponeva automatismi e mutismi proprio come alla catena) la macchina incatena il suo corpo ma diventa anche una macchina di piacere, nello stilare il possibile guadagno del cottimo. Più spillette più soldi, Falco in un istante aurorale, diventa da operaio imprenditore, di sé, individualista nei calcoli che fa su un quadernino del possibile guadagno per la sua estate di piacere. Non lavora per necessità. Siamo entrati nell’epoca capitalismo sexy. Pieno edonismo involontario.

Falco scrittore lo fa con una stratigrafia di dettagli senza introdurre giudizi, con il semplice puzzle dei gesti, delle cose concrete.

Per Giorgio la moltiplicazione delle spillette e delle lire è il miracolo italiano, il boom degli ’80. E subito dentro questa “euforia malata” in cui lo spinge la forza biologica della giovinezza, lui ora figlio liberato dal lavoro, grazie ai sacrifici a capochino della generazione dei suoi - come dei miei - genitori.

Falco è del 1967, io del 1964. Il padre di Giorgio a cui è dedicato il bellissimo capitolo iniziale, Dalla Sicilia a Milano, all’ATM come autista a portare gli operai dell’Hinterland alle fabbriche. Cito la mia età perché come dicevo all’inizio questa glossa vuole essere - se è una critica letteraria, altrettanto autobiografica, come il libro aderirvi con empatia e immedesimazione. Almeno in questo episodio del 1985.
Dettagli nitidi e dei micro-eventi alla fine rivelano questo modo all’interno del quale il suo eroe-sé stesso-giovane si muove a metà strada tra Palo Volponi e Robert Walser. Una passeggiata nella macchina mondiale, vista dal microcosmo di una Milano post-fordista.

E qui devio nel mio autobiografico--critico.

Mentre Giorgio Falco produce le spillette di Bruce Springsteen, io desidero andare al concerto di Milano, ma non ho i soldi per farlo. Bruce Springsteen era un mio mito da quando l’avevo scoperto in torno ai 14 anni. The River lo consumavo con lo stereo Technics e il piatto Thorens che ancora conservo e che ho comprato con un lavoretto estivo, che ho fatto dai 16 ai 19 anni, il facchino di un negozio di mobili, quello che ti porta il divano al settimo piano, quello. Un culo. Quel lavoro lo facevo anch’io per non gravare sulle spalle di mio padre - del resto con la sua paga da muratore c’era ben poco da gravare, non c’erano soldi e basta. Per noi era cominciata l’economia del desiderio. Io il basso e lo stereo - si volevo diventare musicista - Falco la vacanza. Dovevamo comprare il nostro mito, i nostri sogni.

La circostanza magica è che poi al concerto del Boss io ci andai, ma nel 1988, a Roma al Flaminio, e comprai un paio di spillette. Voglio pensare - ho pensato - che magicamente fossero della partita lavorata da Giorgio tre anni prima, un residuo delle ventimila da lui prodotte in quell’estate e riciclate per il ritorno del boss.

Una circostanza magica che non restituirebbe valore al lavoro alienato di Giorgio operaio, ma al contrario accrescerebbe il feticismo dell’oggetto, partecipando all’economia della produzione di feticci quale è stata quella del capitalismo nella sua seconda fase di “pace occidentale” di fine 900. Certo, sarebbe anche un po’ magica circostanza.

Capite come mi sia entusiasmato per le pagine di Falco, che rimangono belle anche senza la mia autobiografia, sia chiaro.

Questa era la nostra economia, l'economia del desiderio e dell'immaginario, per noi della generazione venuta dopo di quella degli “operai veri” o lavoratori veri, destinati a una vita di lavoro, Com’erano i nostri padri. Per noi non era un lavoro identitario (ricordo lessi di un sondaggio fatto nel 67 e ripetuto nel 77 a Mirafiori con gli operai: alla domanda “chi sei?” nel 67 tutti ripetevano “sono un operaio” e specificavano la mansione. Nel 77 la gran parte specie i più giovani dicevano “faccio l’operaio, ma sono un bassista” “faccio l’operaio, ma vorrei fare il creativo” ecc.)

Per noi l’identità era fatta di cose piacevoli e mitopoietiche. La musica rock, per me. Era l'esistenza autentica, non percepivamo fosse anche - se non soprattutto - un prodotto dell'Industria virtuale dell'immaginario, molto concretamente organizzata nella macchina mondiale - degli eventi come delle spillette - eravamo studenti, avremo letto poi all’università da lì a poco la sociologia francese alla Baudrillard e lo avremo capito in teoria, ma mai così nettamente. Ecco le pagine di Giorgio Falco ripercorrono con una bellezza poetica che segue questo ragazzino e la sua esile figura che assiste dal margine agli eventi, al tempo stesso nella radiografia materica così lucida impone ai nostri occhi e ai nostri sensi un’analisi, senza farla, solo narrando. Quello che sapevo, quello che so da studio, l'ho trovato leggendo queste pagine e “aumentato “certa con il ricordo, proprio sulla pelle e questo io chiedo alla letteratura, di diventare per me esperienza, di misurare la mia - o misurare il vuoto della mia - e di farlo con la scrittura che kafkianamente è sempre scrittura sul corpo. Qualcosa del viaggio di Karl nel teatro di Oklahoma, nelle pagine di Falco, da lontanissimo echeggia.


Coerentemente col diciassettenne che era, non introduce nella scrittura nessuna sovrastruttura sociologica ideologica.  Come se qui il marxismo fosse ancora pre-storico, incastonato in un’infanzia della coscienza, quasi si ride, si sorride, come nella Colonia Penale di Kafka o in certe comiche di Charlot di questo corpo risucchiato dal lavoro, meglio: nelle cose stesse che il lavoro produceva - non erano del resto le spillette oggetto del Desidero Generale dell” Evento-Springsteen? . Se si dà di questo meccanismo un giudizio politico si sfiora il moralismo, l’ossessione di vedere il totalitarismo come fece Anna Arendt anche nel consenso di massa democratico alle forme di vita capitaliste del dopo-guerra. Ma se narrate, ecco che improvvisamente diventano testimonianza e carne, diventano oggettivamente questo tempo totale assorbito dai tre operai-ragazzi che alla fine partecipano all’evento per il quale stavano lavorando.

 Infatti due amici vanno al concerto, e si mettono sulla maglia “due spillette” fatte da loro - il dettaglio dell’apoteosi -  e Giorgio va nei dintorni del Meazza. Giorgio va “per respirare l’atmosfera” - contagio del pneuma sacro - Anche lui non partecipa - come me gioco forza all’epoca e in questo restare al margine dell’evento mi identifico, primo albore di una sconfitta generale.

Il picco dell’apoteosi è anche la realizzazione delle spillette del Papa fatte - dice il datore di lavoro - “gratis” perché i preti pagano poco e lui ci rimetterebbe, dice: nel raggiro furbetto del padrone, si rivela tuttavia una verità: la natura feticistica e sacrale-profana degli eventi, la necessità di produrne una “reliquia” e questa - nel caso della produzione di tutto ciò perla Chiesa, si sottrae in apparenza all’economia, ma invece rivela esattamente quel meccanismo dell’economia sovradeterminata di feticcio e di significati che agisce continuamente nella forma nuova del capitalismo del desiderio in cui il consumo è parte integrante della “filosofia” di produzione - un consumo di cose non necessarie deve per forza essere sovradeterminato come l’amore, il sacro, il sesso, ecc....


 Le pagine su cui sto ragionando sono quelle in cui Giorgio Falco racconta la iniziazione alla vita moderna con i soldi in tasca, con quella “consistenza” fisica dei soldi che sentiva - proprio come un’escrescenza sessuale nei pantaloni - che possedeva, con cui poteva finalmente comprare. Era inquadrato nella vita organizzata in tempi, dal lunedì al venerdì il mezzo sabato libero e la domenica del divertimento del fine settimana e poi del ricominciare, del progettare le vacanze del ritornare a settembre del organizzare il calendario della propria vita.

Al contrario di un’esaltazione di vita intensa e vita operosa, qui Falco resta ancorato ad un realismo disilludente e disvelante. Come le operaie che producevano “shampoo e balsamo insieme” e poi lo usavano, fuori dalla fabbrica, come “ragazze” pur sapendo da operaie che non era affatto vero, ma in quella gioia vitale che avevano “senza paura di rimanere intrappolate dentro gli ingranaggi” e colte mentre “sfilavano abbracciate ai fidanzati”. 

a margine, Falco coglie anche questo dettaglio "culturale" di passaggi od'epoca, che sarà sempre il peso di chi si ostina a esercitare un "pensiero critico " -  quello che succedeva in quei primi anni 80,  opponendo ai '70  proprio in quegli anni la "leggerezza " di Calvino che poi divenne mantra con D'Agostino che fece diventare il libro di Kundera un mito pop - contro i pesantoni di sinistra che sopravvivevano in quegli anni e chie non si volevano divertire.


Con l’affermarsi dell’economia del desiderio è diventato più difficile separare la partecipazione al meccanismo di produzione dal legittimo desiderio di essere felici con i prodotti, con i frutti di quella produzione (pagati coi soldi del lavoro) o appagati nei proprio desideri individuali - che sentivamo come legitime autentuicità di noi stessi....

In ogni caso leggendo Falco, riversandoci ricordi autobiografici, coincidenze magiche ho avuto poi alla fine la sensazione che “Born in the Usa” fosse diventato grottescamente una sorta di inno del capitalismo 2.0  consumatori sono anche i produttori, tutti collocati pero eroicamente nella nostra epopea di resistenza “in the edge of town” (ognuno nella sua periferia come fose il new jersey) - il Boss è quel che ci aiuta a resistere in questa marginalità di una generazione figlia di chi ha faticato nel dopoguerra e cresciuta nei duri anni 70 - ed è questo che si inaugura con questo semplice racconto dell'esperienza di Springsteen essere ai bordi della storia  che ci impone esperienze non autentiche, che ci espropria del desiderio aumentandocelo, che ci seduce ma poi dobbiamo pagare per fonderci eroticamente con quel desiderio.

Non siamo siamo protagonisti nelle esistere ma siamo protagonisti nell'assistere.
Falco che sta introno, i suoi amici dentro lo spettacolo. Evento dell’” olimpo” rock che annulla tutte le differenze umane. Poi si dissolve e la vita fuori dallo stadio si riprende ciò che l'evento aveva esiliato, la vita concreta della città

In quell’ “edge” periferico stava una collocazione mai la centro della Storia in cui solo come massa avremmo potuto sentirci parte di essa, in cui l’autenticità del singolo è messa in discussione - o si fa tale solo se può rispecchiarsi - come oggi nel selfie a dire io sono perché “io-c’ero -  - nei titoli dei quotidiani del giorno dopo che Giorgio mostra ai suoi due amici “il poeta maledetto” “il poeta americano del rock” , l'antieroe del rock in realtà quello che era andato in scena era un esibizione muscolare del più avanzato sistema di partecipazione al consenso (non a caso entro tanti vip e pure il sindaco dei socialisti della Milano da bere) il miglior capitalismo di sempre, quello in cui si fanno affari con l’antagonismo allo stesso, quello in cui “che guevara” diventa per l’appunto spilletta.
E’ un attimo di contemplazione del sacro, poi arriva il datore di lavoro e Giorgio e suoi amici mettono via i giornali e si rimettono a produrre altre spillette e latro mito a buon mercato.

La voce del padrone cancella la voce del Boss.


giovedì 28 settembre 2017

HELENA JANECZEK "LA RAGAZZA CON LA LEICA" ( E ALTRE COSE SU IMMAGINI E MEMORIA)

1.
Com’è la vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica? quella di tutti noi è cambiata, da un secolo almeno tutti – non solo pochi eletti - possono vedere sé stessi in un modo diverso dallo specchio. Il primo mezzo che lo ha permesso – e tuttora mantiene un suo primato, si pensi ad Instagram – è la fotografia. Non si parlava di Selfie, ma la fotografia si affermò soprattutto per il ritratto – ed esplose quando divenne portatile.
 Foto stampate, portate nel portafoglio, sulla scrivania, in salotto, in guerra, sulle lapidi.
Tutti, esplodendo la fotografia, come poi il cinema, col cinegiornale e via a seguire, hanno potuto vedere gli altri, in modo inedito per la storia fino ad allora dell’umanità. Si poteva vedere chi non conoscevamo, ancora oggi è così, anzi: con Facebook il 90% dei nostri conoscenti è solo visto in foto. Oppure possiamo vedere come erano nostro padre e nostra madre quando noi non eravamo ancora nati.

“La ragazza con la Leica” è il romanzo che scrive letterariamente con l’immaginazione che ricalca fatti veri, la storia di una donna che faceva fotografie. Gerda Taro. Come tutti i fotografi dell’epoca d’ora, gli anni 30 in cui il fotogiornalismo esplose con la grande stampa che diveniva sempre più “globale”, a causa soprattutto all’accumularsi di varie guerre –come fu la CNN con i Balcani in fiamme e con l’Iraq -  ci trasmetteva la vita degli altri attraverso le immagini. A noi posteri ha trasmesso una storia che non abbiamo vissuto, quella dell’Europa dei nostri padri e nonni che oggi vediamo giovani nelle foto.
E non solo: faceva vedere ai suoi contemporanei gli avvenimenti lontani nello spazio di una storia che non potevano vedere. In più, la storia di questa donna è ricordata anche grazie alle foto che qualcun altro, amico, le aveva scattato, nei momenti privati di quotidianità.


2.

Gerda Taro è stata una grande fotografa e una donna coraggiosa e libera, rispetto al suo tempo.
Nata Gerta Pohroville a Stoccarda da famiglia di ebrei polacchi, fu attivista politica mentre studiava a  Lipsia, sfugge al carcere e al suo destino di ebrea e comunista con l’imminenza del nazismo  – e scegli Parigi, come in tanti affamati di libertà dalla Germania – e in quegli anni lo fa anche un altro “bassotto” Walter Benjamin,  che stava scrivendo la sua piccola storia della fotografia – A Parigi, Gerda lavora e fu anche per quel desiderio di star bene, finalmente sottrarsi ad una vita che era precipitata nell’indigenza, che segue le orme degli amici fotografi – e per continuare con quel linguaggio speciale così moderno, così veloce e vitale,  come lei, il suo impegno di testimone politico del suo tempo.

Gerda era però un sole che si muove: attorno  a lei in molti hanno ruotato – per suo carisma, bravura, bellezza e per quel gioco che la divertiva, farsi ammirare. Lei stessa però non stava mai ferma, imprendibile Angelica di un’avanguardia umana, politica, culturale e –come dicevamo – professionale. Furono anni formidabili di necessità e ispirazione. LA società moderna e le avanguardie creavano a Parigi l’Europa che poi avremmo distrutto, con la guerra, ricostruito, e ora di nuovo ci apprestiamo a distruggere in modo meno cruento ma inesorabile.
Non è tata sempre però ricordata per il suo valore di fotografa e ancora oggi conosciuta come  meriterebbe, forse perché non partecipò all'evento che fece esplodere il fotogiornalismo nel mondo, la seconda guerra mondiale.GErda morì prima e giovane, nel 1936 mentre scattava foto durante le battaglie della guerra civile spagnola. E anche queste circostanze hanno contribuito non rivelarne la  luce, oltre al fatto che fosse una donna.

 Oggi, anche grazie ad un romanzo come questo di Helena Janeczek possiamo restituire a Gerda Taro la sua storia e il posto nella storia che le compete, là dove già brilla da sempre per le ragioni opposte – visse più a lungo ed era uomo – il suo sodale, compagno e grande amore, Robert Capa.


3.

"La ragazza con la leica" non è un romanzo storico caanoninco, è un romanzo della vita e del suo essere sempre “contemporaneo” quando davvero una storia narrata sa portare il passato che racconta nel futuro.
Ad esempio, pensatelo anche per quello che è: un romanzo di storie vere di un gruppo di richiedenti asilo di 20 anni che fuggivano dal loro paese in fiamme, la Germania e L’Ungheria. Che oggi accolgono o non accolgono altri richiedenti asilo. Come sempre quando un romanzo è davvero contemporaneo, a qualsiasi tempo appartenga la sua narrazione, esso è sempre nel suo tuo tempo, esso davvero lo rivela, lo taglia, ne interrompe il meccanismo di loop, lo accarezza ma facendone il contropelo.


" La ragazza con la Leica" è un romanzo di ricostruzione memoriale diviso in tre parti. E’ di fatto la storia di Gerda Taro, che tuttavia – proprio come una fotografia, quando la scatti – contiene anche altro. E’ di riflesso la storia di chi la racconta – non necessariamente diretta, anche essa di riflesso, come testimoniano le pochissime righe finali. (Non è uno spoiler, ma se volete saltate al paragrafo 4 )

 Infatti, dopo 329 pagine in cui si è messa al servizio, quasi disseminata, tra le voci dei suoi personaggi, con sguardo corale, l’autrice passa improvvisamente, nelle ultime 18 folgoranti righe, a dire “io” parlando dei suoi genitori, profughi ebrei polacchi come la famiglia di Gerda – e mostrando solo per un attimo “Helena Janeczek” fa balenare quel Ananke  comune a tutta un’epoca, a tutta una generazione . Questo riguarda anche i fotografi, anche Gerda E Robert e i loro amici, mentre scattavano loro le foto, riguarda i motivi per conservarne o meno i negativi, ricordarli o dimenticarli. Quando leggerete le disavventure delle loro foto, capirete: foto scattate avventurosamente e sopravvissute altrettanto avventurosamente alla distruzione, passate in scatole di cartone colorate, dentro valigie in attraversamenti spericolati e pazzi al punto di affidarle per strada, mentre si è in fuga, al primo “companero” di cui fidarsi. E da lì, via ancora attraverso la guerra, e i decenni, sono tra noi quelle foto di Capa e di Taro che oggi vediamo, famose e celebrate.

 Leggendo l’avvincente storia dei fotografi e delle fotografie capirete che una foto è sempre un talismano che indirettamente, quando la scegliamo – e con essa la storia che racconta in un istante – vediamo di riflesso anche la nostra. Lo dico perché Helena e io siamo del 1964.


4.

La generazione di chi è nato negli anni 60 ha attraversato quel tratto di storia del famoso breve secolo che è passato dalle rare foto in bianco e nero, care e sopravvissute in bauli dal dopoguerra famigliare al mondo dell’iperselfie digitale a migliaia, che resta immateriale – riempie cellulari e computer, ma appesa in casa mai.
LE vecchie foto quelli della nostra generazione ponte le conserviamo come collezionisti, un passato in cui veder scintillare un indizio di futuro, sempre.

Così nella foto a fianco, che avevo postato su Instagram - ecco i social -  con il  libro di Helena ho messo una copia di una foto di Robert Capa – che ho comprato grazie ad un offerta scontata della Magnum, la società che Robert Capa aveva fondato a Parigi e in cui lavorava Gerda - una stampa semplice ma che ha il valore feticistico (un talismano!) d’esser fatta dal negativo originale – a cui ho anche messo a fianco la stampa in unico esemplare assoluto di mio padre, scattata nello stesso anno in cui Capa scattava l’altra, 1944. Allenando forzatamente pianeti distanti, la mia immaginazione diventa memoria reale. Perché la memoria reale, spesso grazie alle foto, si fa immaginazione e viceversa, quel che immaginiamo grazie poi ad una foto si coagula in realtà.




E’ un romanzo in cui convergono più storie, con una coralità di cui aveva già dato ottima prova con le Rondini di Montecassino, ma cui se possibile migliora ancora: le storie in realtà convergono verso un’unica storia – quella di Gerda – ma essendo le voci che la raccontano tre, principalmente, la storia centrale restituisce vita agli altri personaggi, ognuno con la sua – ed è così che la narratrice fa il miglior omaggio a Gerda, dando vita, disseminando vita, attraverso Gerda a tutta una comunità inconfessata (non fece a tempo forse a dirsi tale) di individui che si avventuravano soli, ma dentro un invisibile, inconfessato “noi”.
Il "noi" lo abbiamo visto a posteriori, lo vide chi sopravvisse.

Le varie parti, ricche di aneddoti che si intrecciano poi tra loro, convergono verso un personaggio evocato nella memoria di chi l’ aveva conosciuta bene e proprio attraverso questa memoria partecipe viene narrato.
Come nelle fotografie i tanti istanti e aneddoti che si sommano tra loro a comporre il ritratto, tanto sono nitidi quanto forse non rivelano quel che sembrano mostrare nettamente. E Gerda alla fine resta la sua stessa tautologia vitale “Gerda era Gerda”.


5.


A raccontare in tre distinti capitoli del libro, sono Willy Chardack e Gerg Kuritzkes, catturati dall’immaginazione di Janeczek nel loro rammemorare improvviso, nel 1960 dopo decenni, lontani anche fisicamente da quelle avventure parigine, e l’amica e sodale Ruth Cerf, che invece “parla” dal nel 1938, a Parigi, nell’immediato del lutto e della dopo la morte di Gerda.
 Tutti e tre volevano molto bene alla ragazza tedesca, per vari motivi che scoprirete, ma Gerda era anche  l’imprendibile ragazza con la Leica, così femminile e così maschile al tempo stesso, determinata, volubile, bella, coraggiosa e soprattutto brava – e giustamente ambiziosa, e alla fine avrebbe scelto come amore l’altro personaggio evocato e raccontato di riflesso, il grande fotografo, ma allora poco più che ventenne come lei, e già suo maestro, talentuosissimo incantatore e un po’ cialtrone:  Robert Capa, nato ungherese col nome di André Friedmann. E’ storia nota.

“LA ragazza con la Leica” è così un romanzo in centripeto e centrifugo. LA scelta di sfasare in tre storie e in due tempi l’origine dei ricordi – che appartengono ad anni ancora precedenti, crea una ammaliante sinfonia fatta di una melodia principale, cosa è accaduto, e una contromelodia sottotraccia di quel che sarebbe potuto accadere,  che a loro volta si intrecciano con “l’accaduto come lo ricordiamo” - così che  l’accaduto e il possibile, entrambi diventano veri, e si stringono in un nodo di narrazione che procede davvero come la struttura della materia che descrive Rovelli nel suo libro sul tempo: in un campo di tensione e trasformazione, che attraversa il tempo e lo disfa, rendendo tutto presente, ma un presente vivo dinamico, “contemporaneo”.

 Una delle innovazioni letterarie di questo libro è decisamente il suo partecipare a rifondare un canone di “romanzo storico” e di romanzo tout court, attraverso questa capacità di mettere assieme un impianto di tradizione e una sperimentazione formale ma non formalistica.

La tripartizione assomma da diversi punta di vista (li fotografa, banale dirlo, ma vero) quella storia di una donna e dei suoi anni tra i ’20 e il ’36, la politica, Weimar, la fuga sotto la minaccia di Hitler, Parigi, la guerra civile, impegno e professione come fotografa, un segno del suo tempo – e sempre reattiva al suo tempo – Mar Ray s’aggirava con Duchamp negli stessi bar, dieci anni prima, a far dialogare arte e fotografia e aprire però la strada al suo consumo di massa.
 Il romanzo vaga assieme ai ricordi dei tre, alle diverse voci di ognuno, la coralità compone Gerda così come La luce di Gerda si infila nella temporalità di quell’epoca che nella memoria, frame dopo frame si ricompone. Vera? chissà, come del resto sono vere le fotografie, sempre un po’ false. Contengono il tantissimo dell’istante e il troppo poco degli anni. 


6.


“La ragazza con la Leica” è un bellissimo romanzo di sentimenti e di storia contemporanea, vissuta dal punto di vista di chi lo ha vissuto (Janeczek ha immaginato, da scrittrice, ma ha anche fatto un poderoso lavoro di documentazione, durato anni e molti degli aneddoti e delle memorie fanno riferimento a documenti, lettere, testimonianze, foto ecc).

E’ la storia di chi ci ha trasmesso la storia attraverso il lampo di una foto, un istante, ma così efficace e simbolico. Ed anche lo svelamento di come la trasmissione della memoria e dunque della Storia – sia anche la storia della fotografia – possa essere falsata. Magari per amore, per eccesso di passione.


E’ curioso e anche molto bello il meccanismo narrativo, la tecnica di “presa diretta” del ricordo, il suo flusso, con i tre personaggi colti nella loro quotidianità  (di Buffalo nel Texas di Roma negli anni 60 e di Parigi ) raccontata al  ralenty  , rispetto alla velocità “time lapse” dei ricordi. Diverse velocità di orbite, dentro un sistema-solare-romanzo di grande tenuta…



Uno dei temi più interessanti che emergono dalla storia di questa fotografa e del suo mondo attorno, è quel sottile rapporto che c’è tra la finzione e la realtà che con la fotografia diventa più complesso. La fotografia è un racconto che sembra diretto e immediato, ma è indiretto, è necessario poi precisare come e dove e quando ecc.
Di Capa s’è molto discusso della veridicità di certe sue foto. Ma Capa/Friedman era un gran racconta frottole, e – quasi in modo meta narrativo – Janeczek racconta di come Gerta (suo nome vero) e Andree giovani squattrinati fotografi si fossero inventati un personaggio -Robert Capa, ricco e avventuriero, fotografo per hobby – questo personaggio avrebbe convinto i capiredattori a comprare le “sue” foto (di cui la giovane coppia Capa-Taro erano assistenti) impressionate dal personaggio. E così fu. Gerta  facendosi “Gerda Taro”  aveva già fatto romanzo di sé stessa. Mescolando finzioni alla sua vera vita.
Diventano belli anche i ricordi che non lo sono del tutto, dalla distanza. Subiscono un restauro, simile agli affreschi di santi e madonne” scrive ad un certo punto Janeczek, sulla scia dei ricordi del so personaggio Georg che ricorda Gerda Berlino. Ma non accade così anche con le foto? le foto diventano quel solo ictus di felicità o di vitalità, che sprigiona da ogni foto in quanto istante morto, ma vivo per sempre. Tenere in vita all’infinito un istante, ormai definitivamente sepolto. LA foto ha questa ambivalenza. E la possiede già mentre la scatti. Questo accade alla singola persona per le sue memorie private, ma se quella foto poi dice un ‘epoca, se dal materiale visivo o audio visivo poi noi “desumiamo una storia “e le eleggiamo a fonte principale, perché dirette suggestive e “vive” allora percepiamo tutta la potente bellezza ambivalente di quel partecipare delle foto alla Storia – Giovanni De Luna, storico, da decenni si preoccupa proprio di questo, di una storiografia possibile o impossibile, fatta con i materiali audiovisivi.

7.


La fotografia è anche un deposito memoria e diventa icona della Storia accaduta – ma non è detto sia accaduta così. Con quel senso. “La ragazza con la Leica” è un libro che ci porta dietro l’obiettivo, nella coscienza, nelle “memorie involontarie” come Benjamin classificava quelle di Proust, di chi poi a sua volta ha prodotto “storiografia” diffusa con le sue foto (il dopoguerra fu felice, perché Doisneau fotografò il marinaio che bacia la ragazza in quel modo. Questo sì un fake).

Walter Benjamin scrive la sua” Piccola storia della fotografia” nel 1931, poco prima che Gerda E Robert facessero la Storia con le loro fotografie. E avvertiva del rischio di creare soltanto un feticcio che abdica sempre al transitorio della “moda” – anche se la moda è rivelatrice, scavandola – elevando a simbolo una pura superficie.  i rischi scrive Benjamin è che “il mondo sia sempre bello” perché  la fotografia è capace di scegliere  dentro la totalità un qualsiasi dettaglio, potarlo a simbolo, ma  “non è in grado di afferrare nessuno dei contesti umani in cui si presenta” e così “ quando affronta qualsiasi soggetto da fotografare  – scrive Benjamin – già prefigura più la loro vendibilità,  che la loro conoscenza”.

E del resto Capa e Gerda e tutti gli altri hanno fatto la stria vendendo le loro fotografie ai grandi giornali – Gerda la sua prima foto venduta fu appunto una foto di una sfilata di moda - vendendo all'informazione  l'attimo irripetibile di un temo e di un ‘epoca,  compreso quello tanto controverso della morte del miliziano.

Il discorso di Benjamin non è contro la riproducibilità tecnica, ma è dentro la riproduzione tecnica necessaria, ma di cui mostrarne gli indici di profezia, come anche però i meccanismi segreti.
“Il vero volto di questa creatività fotografica è la pubblicità, associazione che deve avere come legittima risposta uno smascheramento quindi la restituzione della realtà che non è mai una semplice restituzione della realtà” scrive WB e continua “ la fotografia di una fabbrica non dice niente di quella fabbrica, se non si smontano i pericoli di cliché di una fotografia attraverso indicazioni linguistiche” agiunge Walter Benjamin (cliché non a caso è la matrice zincografica per illustrazioni da inserire nelle forme di stampa )

E dice una cosa che ci porta a chiudere ancora su Gerda e Robert e tutti gli altri:   siccome la macchina fotografica diventa sempre più piccola – come la Leica - e cattura istanti  che lo stesso fotografo non vede, talmente si è immersi nella realtà e veloce la foto,  allora, dice Benjamin “bisogna mitigare l'effetto di choc nell'osservatore e il meccanismo dell'associazione : ed è qui che interviene la didascalia, che include la fotografia nell'ambito costruzione di tutti i rapporti di vita ma senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa” .

Il romanzo di Helena Janeczek è come fosse non solo un bel romanzo, ma anche una necessaria, lunga didascalia memoriale, capace nel momento in cui si riporta alla luce la sua bellezza, il suo mito, di non farne un'icona, un mito, ma un racconto di verità -  tra poesia, malinconia, visioni acute che restituisce degnamente la storia di una donna importante, di una fotografa d’eccezione e di un epoca che stiamo dimenticando.

CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo

 Ho letto “L’invenzione del colore” di Christian Raimo pubblicato da LA Nave di Teseo” e l’ho trovato molto bello.  Conoscendo solo la figu...