mercoledì 29 giugno 2022

TEATRO: "CARBONIO" di Pier Lorenzo Pisano. La Fantascienza cambia il passato.

 


E’ in scena fino a domenica al Piccolo di Milano - Sala Melato,  “Carbonio” scritto e diretto da Pier Lorenzo Pisano, autore classe 1991, che nasce come regista cinematografico e che mette in scena un’opera composita, una specie di favola con tratti da fantascienza (e un qualche sottofondo scientifico sulla natura della materia di cui siamo fatti) in ci si intrecciano due fili drammaturgici: uno è una sorta di  interrogatorio-seduta di terapia psicologica, al centro della scena dei due personaggi “Lui “ e “Lei” (sono il bravo Mario Pirrello e la bravissima Federica Fracassi). 


Lui ha avuto un incontro ravvicinato con un alieno  e Lei – forse una psicologa forse un’investigatrice -  cerca di capire cosa è accaduto, stimolando i ricordi dell’uomo, inquinati però sia dalla sua rimozione o forse amnesia. A confondere la sua memoria il  fatto che questo incontro – filmato come è inevitabile con i cellulari – è stato postato nelle reti sociali e ora Lui non sa dire se quello che ha vissuto è ciò che ricorda o se quel che ricorda è solo ciò che ha visto in video (vedendo sé stesso) in rete. Del perché venga incalzato da Lei a raccontare si intuisce, poco a poco (con qualche salto o lacuna forse) dal secondo filo drammaturgico che svolge il racconto di come gli umani, nel 1977 abbiano raccontato loro stessi nei dati registrati nel disco d’oro installato e spedito a bordo del Voyager nello spazio, scommettendo sulla possibilità che quel disco potesse venir “letto” da altre forme di vita intelligente nel cosmo. Oggi Voyager ancora vaga nell’universo, a 23 miliardi di chilometri. Quel racconto per immagini, icone segni viene mostrato coi suoi disegni o foto e analizzato e ridicolizzato nella sua ingenuità dallo stesso Pisano, anche egli in scena, intervallando l’interrogatorio con le sue considerazioni, tra ironia e scienza. Il punto di partenza di questo filo tenuto dal regista è l’elemento del Carbonio che dà il titolo alla pièce. Il carbonio si trova in tutte le forme di vita organica, ed è la base della chimica organica, elemento cardine del  ciclo biogeochimico della Terra. Agli Alieni però, gli umani del 1977 hanno mandato informazioni piuttosto ridicole e egocentriche di cosa sia la vita sulla terra. Foto e disegni banali di figure umane e animali, chiaro esempio di quello che oggi chiamiamo l’Antropocene. Pian piano questo elemento di consapevolezza scientifica si intreccia, come dicevamo, con l’altro filo conduttore,  con l’evento del contatto alieno dell’uomo. Questo incontro, sembra emergere, potrebbe influire sulla possibilità per “Lui” di poter correggere i traumi della sua vita, primo tra tutti la morte della figlia di dodici anni.

Qui il testo mostra forse un suo limite dovuto alla comprensibile volontà di mettere dentro tante cose:
aver tirato in ballo il Carbonio porta alla consapevolezza sulla necessità di cambiare i paradigmi della realtà, seguendo le ipotesi che conseguono dalle scoperte scientifiche, prime tra tutte la fisica quantistica e le sue conseguenze sulle altre scienze, specie la biologia evoluzionista. Si pensi all’idea di tempo, si pensi all’idea stessa di vita e morte che – se letta nella metamorfosi generale della materia – non hanno più senso. In teoria, proprio seguendo alcune delle conseguenze delle ipotesi probabilistiche della meccanica quantistica, poiché il tempo non ha una sua linearità ma si ipotizza da parte di alcuni fisici anche una possibile (per ora solo teoricamente)  sua dimensione multipla e parallela,  si potrebbe dire  – come il gatto di Schrodinger – che anche la figlia di Lui è al tempo stesso sia morta che viva in un altro dei molti mondi paralleli.


A Pisano interessa più il lato della fantascienza, dunque più il lato narrativo e psicologico della questione umana, in cui inventare storie può servire a medicare un dolore, inventando possibilità fantastiche di altri finali. Ed è quello che il personaggio “Lui”  fa, perché infatti  si è convinto che la figlia sia viva. In realtà, sollecitato da “Lei” emerge – ma in modo non molto chiaro nella scrittura drammaturgica a dire il vero  – è che questo incontro con l’alieno apra possibilità reali e non solo fantastico-psicologiche, di modificare la realtà, non solo di farlo nel “racconto che cura” . Sembra di stare in quella zona concettuale del film A.I. (di Spielberg/Kubrick) verso la fine, quando compaiono i Mecha creature evolute dalla robotizzazione stessa, che ritornano sul pianeta distrutto tra migliaia di anni e come  esseri-non umani, ma pura intelligenza, sono interessati a scoprire nel bambino-non-umano arcaico,  le tracce di un’umanità che in lui ancora erano presenti, immesse dagli scienziati che le avevano create, tra queste proprio i ricordi e le emozioni che “provava” ( Come è noto di recente un ingegnere di Google ha sostenuto, lanciando un allarme per il quale la Alphabet lo ha licenziato, che l’intelligenza artificiale a cui stava lavorando era diventata “un soggetto” autonomo). 

 A mio avviso forse la scienza e le sue ipotesi su ciò che sia reale, sulla sua struttura, su come il tempo e lo spazio cambino i paradigmi   meritava più spazio, rispetto alla fantascienza tutto sommato potrebbe essere un’estensione dell’umanesimo. Anche questo però rimanda ancora a un punto controverso e in studio da parte dei ricercatori. Provo a sintetizzarlo. Ciò che ci fa sentire di essere “noi stessi”, anche prima di dire o razionalizzare un “io sono” è il punto ancora misterioso per la stessa ricerca scientifica.
E’ quello a cui si aggancia il finale della pièce di Pisano, che sembra assumere come necessaria la fragilità, la debolezza di inventare storie, attaccarsi ai ricordi, o reinventare la propria storia per curare le ferite del passato, che forse perdona anche l’ingenuità dei compilatori del Voyager, in quello spirito della curiosità, del contatto e della relazione – e dunque del linguaggio, ma non tanto del linguaggio in sé, quello è attitudine di forme viventi animali e vegetali, ma il linguaggio (è la conclusione del paleo-linguisti, dei neuro-antropologi) come  capacità di inventare l’invisibile, capace di creare i miti e raccontarli all’altro. L’Antropocene è la storia di una presunzione dell’uomo quella di essere superiore e poter dominare la natura. Oggi la scienza, la biologia evoluzionista riduce di molto la rilevanza della specie umana nella parabola di tutta la storia del pianeta. L’intero ciclo della vita sul pianeta dura infatti da 3,7 miliardi di anni, di fronte ai quali i 100 mila anni di vita dal Sapiens, ma anche i milioni da quando eravamo pesce,  sono davvero poca cosa e così come è iniziata la specie umana potrà dissolversi o mutare in altro (i Mecha?) e non solo per l’inquinamento globale ma per una evoluzione naturale di tutto il sistema delle forma di vita. Certo, rispetto alla capacità di usare il linguaggio per un’astrazione – come del resto fa la fabula ma anche la matematica che aiuta a scoprire il reale della materia -  resta quel “qualcosa” che sanno fare solo gli umani. C’è chi considera anche questo “qualcosa” (ora sto davvero sintetizzando al massimo) una delle tante necessità evolutive e non estrae da dominio della natura neppure questa capacità di astrazione intelligente. Altri invece, anche tra gli scienziati, tendono a considerarla un segno di eccezione, riaprendo a ipotesi anche metafisiche per l’umanoide. La discussione è aperta.


Come si vede Non è facile mettere tutto dentro un testo, lo stesso sarà stato per Pisano in quello  teatrale che deve sottostare a durate, comprensione di un pubblico per quanto interessato, magari non uso a letture scientifiche – e fa bene il giovane teatro italiano ad introdurre tematiche legate alla vita sul pianeta, al clima nei suoi testi. Dunque il difetto di “Carbonio” può essere quello di eccesso di buone idee, non di mancanza. Lo spettacolo in ogni caso fila, si segue, risalta anche per un uso di scenografie appropriato e soprattutto è tenuto in tensione dalla bravura dei due interpreti. ,

 

 

venerdì 24 giugno 2022

LA POSTA IN GIOCO A KALINIGRAD?





Sta nel cuore di una storia immaginaria di Santa Caterina da Siena e nel teatro, è la mia risposta.
Mi spiego.
Entro nel complesso del LENZ Fondazione Teatro a Parma, un ex fabbrica di scatole per alimenti e conserve, fondata nell’800 dalla Tosi e Rizzoli (quelli delle sardine) e recuperata come archeologia industriale ad uso culturale, mentre ascolto le notizie sulla guerra a Russia -Ucraina, che arrivano dal Baltico, dal porto di Kaliningrad, dove si potrebbe giocare un atto importante, in questa fase, della guerra.
Penso all’Europa e alla guerra e leggendo le note dello spettacolo che sto
Per vedere , capisco il caso mi ha portato in una sorta di “ posto giusto al momento giusto”.
La guerra si appropria nel suo linguaggio giornalistico del lessico della scena: “teatro di guerra” primo tra tutti. Abbiamo poi visto i teatri bombardati. Ma non è solo questo.
Sono qui per vedere l’originale riscrittura, ri-messa in scena di “Catharina Von Siena”, spettacolo storico del 1987 di Lenz Teatro ( ovvero Maria Federica Maestri e Francesco Pititto ) che per il suo nome – oltre che per la sua poetica - si ispirò proprio all’autore di questo dramma incompiuto, che era Jakob Michael Reinhold Lenz.


Di quest’opera, nel personaggio di Santa Caterina che – nella rilettura di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto – utilizza la figura immaginaria di Jackob Lenz per farla diventare l’incarnazione di una liberazione dalla carne, ovvero dalle prigioni mentali e culturali che obbligano ogni corpo ad essere qualcosa, ad avere un’identità predefinita e a comportarsi di conseguenza, vorrei dire meglio a parte, nel blog di Huffington o altrove.
Però mi colpiva questa coincidenza e sovrapposizione spaziotemporale, che mi faceva sentire “ Nel posto giusto, nel momento giusto” perché Jakob Michael Reinhold Lenz, nato in quella che oggi è Lettonia e allora era tutta Prussia, venne a studiare qui proprio a Kaliningrad, che nel 1768, quando Lenz vi si trasferì per studiare teologia, si chiamava Konisberg.
E chi sa qualcosa di filosofia, anche solo per lascito liceale, sa che a Konisberg in quell’anno abitava anche Immanuel Kant, che qui era nato qui morì e mai lasciò la città. Il filosofo insegnava all’università di Konisberg e aveva appena pubblicato saggi di teologia e metafisica (ma non ancora le grandi Critiche) e Lenz divenne suo discepolo e ammiratore.

Lenz poi lasciò Kant e l’università di Konisberg, fece il precettore e viaggiò coi suoi allievi, divenne
discepolo di Goethe Weimar (ancora la storia) e fu tra i massimi esponenti del romanticismo tedesco, noto come Sturm und Drang. Le sue opere furono recuperate anche da Brecht, la sua vita ispirò lo scrittore tedesco Bruchner.
Lenz, genio immaginifico, fu autore nomade e anticipatore della necessità di combattere il militarismo, la prevaricazione patriarcale sulle donne, la difesa degli ultimi e dei marginali, dei santi senza requie.
La città di Konisberg fu distrutta dalla seconda guerra mondiale per un bombardamento inglese e dall’assedio sovietico, per stanare la roccaforte nazista. Fu poi annessa all’Unione Sovietica e cambiò nome in Kaliningrad, per l’appunto quella che leggiamo oggi sui giornali.
La cattedrale con la tomba di Kant abbandonata. Il resto della città, rimasto in piedi, fu raso al suolo da Breznev decenni dopo per cancellare ogni traccia di nazismo (denazificare ancora) ma era un modo che già preludeva la cancellazione dell’ Europa. Dopo la dissoluzione dell’URSS, Kaliningrad rimase come ex-clave russa, ovvero una regione russa ma circondata da repubbliche baltiche (Bielorussia e Lettonia altre).
Intorno al nucleo dell’opera intima, profonda messa in scena da Lenz, ecco riapparire la Storia – perché ogni opera è fatta di Storia e questa stessa rimessa in scena segna una volontà di progredire poeticamente con la Storia.
Riannodare i fili biografici d Jackob Lenz mette in evidenza una cancellazione di una cultura europea che non deve temere solo l’arroganza russa, ma anche il nostro stesso oblio.
Oblio dell’Europa, ma non intesa come entità in un certo senso quasi “ pan-nazionalista”, ma cone come complessità e ramificazione di molte storie e molti sentieri culturali, insomma una ricchezza.
L’Europa ha molte colpe e responsabilità - la
Shoah e il colonialismo si tutti - ma come Catharina o LENZ ha avuto sempre una grande forza : contenere in sé stessa gli anticorpi dal suo stesso male.
Come la storia dell Santa che sfida il
Potere maschile della Chiesa, come di LENZ che la reinventa, come di Brecht, e poi come il Teatro LENZ Fondazione che produce questo spettacolo dal 1987 a oggi.
Ecco che nelle trame che ci portano con l’opera sia dentro la vicenda di una santa che combatte per la sua libertà e contro l’ingiustizia che opprime il suo corpo, così anche dentro la storia – e i luoghi – attraversati dal suo autore, che io vedo un’archeologia viva dell’Europa che saprà rinnovarsi, un modo di far vivere ciò che sembrava abbandonato, esattamente come la sede stessa di Lenz Fondazione, nel bellissimo complesso della ex fabbrica di confezioni alimentari della Tosi Rizzoli, fondata qui alla fine dell’800, cuore pulsante id un 900 operaio e poi abbandonata, riscattata dall’oblio da Lenz fondazione negli anni 80 e tenuto in questi decenni, in attesa del nuovo futuro, pieno di incognite e speranze come del resto la città stessa, Parma.
La Storia, come Dio, sta nei dettagli.

domenica 19 giugno 2022

su "album" di Elisa Donzelli (Nottetempo). Ancora in forma di lettera.

 


Scrivo di “album” (titolo in minuscolo) di Elisa Donzelli come un diario di lettura. Preferisco attraversare i libri, più che distanziarli come oggetti. E’ una poeta (o poetessa, o una donna in poesia, sia proprio il sostantivo di chi scrive) che dedica la sua attività alla poesia, anche con la casa editrice e come studiosa (di Caproni, tra tutti, di Char, Sereni e altri). E’ stata allieva di Biancamaria Frabotta come me. Più giovane di me, ha studiato con Frabotta in anni diversi dai miei, ma per usto – e ribadito nel segno di un lutto comune – trovo nei suoi versi e nel suo approccio, il coagulo di un’eredità – del secolo starei per dire.  

Ne scrivo un po’ come una lettera o un diario di appunti di lettura. La sento come autrice che sta dentro un comune album di famiglia.

 Elisa Donzelli scrive e compone questo suo “ album” pubblicato da Nottetempo,  che certo contiene tanto della sua storia che per molti tratti è nostra, per definire un tempo che sia però del futuro guardato con gli occhi – come scrive -  “di mio figlio che adesso / vuole raggiungere /la tua età /la mia” . Sono i versi che in corsivo ci accolgono aprendo “album” e danno il timbro di senso, già dentro un mise en abyme di sogno sognato, presenza di storia e immaginazione del futuro, che sono gli anelli a catena di questo libro. Dentro c’è il secolo, come dicevamo e anche oltre, sia prima che dopo.

Il tempo storico è anche l’ “ adesso “ e guarda oltre, si trasforma nell’angoscia di un nuovo clima che ci sarà. Cito i  “Nuovi climi” di Frabotta, parte dell’opera della nostra Maestra è stata dedicata a un’attenzione sia politica che creaturale alla natura tutta. Quel solco di intuizione proprio di Frabotta è parte anche dell’Album di famiglia di Donzelli, inevitabilmente: la traccia è nell’uso dello stesso autore citato in dedica  in  “Nuovi climi” , è una frase di Bernardino de Saint-Pierre che in una  torrida primavera seguita a un inverno rigidissimo, scende nel suo giardino “per vedere in che stato si trovava”. E’ il 1 maggio del 1789, la frattura di un clima inatteso, sappiamo noi oggi dagli storici, ebbe molto a che fare con la Rivoluzione Francese. Il clima, ancora oggi,  sarà la nostra storia, quella dei figli.

E ancora: ereditare una consapevolezza umanistica, un album storico di presenze, sovrapposte in epoche (“ottanta novanta zero dieci” scrive nella prosa Villa Torlonia) due ere di donna, con il presente impegnato a farsi carico di traghettare anche un figlio verso un futuro, nell’incognita di come sarà, ma nella consapevolezza che potrebbe essere sia  splendido che tremendo. Ogni album personale o anche collettivo ma che parta da sé è il giardino di una Storia. Così si eredita per un figlio anche un’attitudine alla rivoluzione dello sguardo: l’io-poeta al figlio:  “mostrarti che dal basso verso l’alto/il ramo non appare maestro”. Il declivio non è un declino, ma l’avvio verso “un altro/ paesaggio”.

Mi piace di questo libro – e vorrei dire al tu: cara Elisa -  soprattutto che non sia solo memoria, ma che la traccia archeologica del passato  brilli in una scia estiva di novità della vita, nel travaso del bios. Che continuità è la Storia? Forse quel misto di “forza e biologia” che citi nella poesia dal titolo “rdt”. E così quel bambino che poteva non nascere nell’istante di pericolo di un viaggio africano, nello sporgersi incauto durante il “viaggio di nozze”(titolo)  regala la consapevolezza che prima della storia c’è la specie che procede dentro questa incoscienza (“per nascere bisogna/ farsi ombra, qualche volta morire”). La specie che sta dentro il tempo e lo nega, lo disgrega, lo connette a tutte le epoche non nel nome ma a qualcosa di più profondo.

Così quel bambino, durante una visita a tombe antiche,  è già alla fine della sua prima infanzia, una stagione per certi versi di demoni e di bestie, di vitalità e – di nuovo -  anche di incoscienza. Tutto passa in giovane curioso che alla collina di Monterozzi (titolo) resta a osservare più a lungo degli altri la tomba antica: “ solo per descrivere quello che vedi sui muri / come se la morte fosse un disegno/  sbiadito dal fiato dei vivi”. Sono versi molto belli, difficilmente spiegabili, per paradosso nella loro limpidezza. Non indugi, cara Elisa – prendo cambio la prospettiva nel tu -  a impressionismo a suggestioni ed emotività, come a tua volta ti è stato insegnato, laicamente.  I poeti per te sono un varietà del paradigma esistenziale, una cura, una coltivazione dell’etica oltre che della percezione, una scienza entusiasta che persevera.

Che – come nella poesia “colori” - si nutre dell’energia dei “minori in agonismo” impegnati nella scoperta delle cose, che rinvergina ogni conoscenza che potrebbe portare a conclusioni leopardiane, ma qui non avviene tanta è la vitalità, l’effervescenza che fa da contrappeso ad una scienza sempre a rischio d’esser triste. Lo scenario di questo Album è Roma, perfetto nel suo incastrare le ville giardino (Ada, Torlonia, gli argini dell’Aniene) in un castello stratificato di memorie, dove a volte appaiono fantasmi fotografie, flash di memoria, ricordi precisi o ricordi che sono una sperimentazione dello scardinamento del tempo stesso. Anche questa estrazione di conoscenza dalla memoria e non solo l’entusiasmo del nuovo per giovani menti, è la meraviglia. Ogni libro come “album” è anche, involontariamente, proustiano.

Se i tuoi pianeti maggiori sono stati nello studio, insieme a Frabotta, anche Caproni, Char, Sereni o Bertolucci (cito solo questi, per come li so io ma ce ne saranno certo altri) credo che collocare una serie di poesie nella cornice di Roma, assorba dalla città il  confrontarsi con mondi paralleli in un carnevale delle epoche suo tipico.

Direi perfetto per un libro plurale, che oggi contiene fasi della vita di una mente e di una donna, e forse di molte che risuonano attorno, per la quale questo percorso non prescinde da una scelta in cui la poesia è parte di un’elaborazione politica, di soggettività che assume la praxis di lotte e impegno  femminile come un metro di misura di storia e utopie. Senza dimenticare però un più diretto confronto di modelli, tra modelli femminili. E diventa anche proprio con la poesia, scritta, letta studiata una materia prima di percorso nella costruzione della coscienza che in senso ampio diciamo  femminista, sapendo che comprendi come qui non lo intenda nel solo limite di una militanza politica.

Quella militanza prende atto dell’oggi, nell’incontro tra coetanee” dentro una trasformazione che forse porta nella poesia tutta quell'eredità politica, se da un lato si sa che “non serve sapere da che parte sia una madre/ nella geografia dei nostri strani posizionamenti” perché dall’altro appare chiaro che “le conquiste si sono perse/ persi i diritti pari le perdite”.
 
Femminista lo direi proprio in virtù di quella maestra di poesia ed esistenza che fu Frabotta nel solco di una comune viandanza e lo resta anche là dove prendi accenti di nostalgia o di malinconia, meglio, la rielaborazione di memorie necessarie per guardare avanti.

Ecco nella prosa “Villa Torlonia” aprendo “la scatola delle fotografie” il tuo Io poetante scrive:  “c’è una solo immagine di te con me nella villa, quando non ti volevo nata”. Il tremendo c’è anche nel confronto tra figure femminili, il conflitto è parte, mi sembra, del tuo percorso di coscienza (lo hai ricordato davanti alla bara di Biancamaria, in quel maggio dolce di Roma, quanto sia duro e non solo di generica sorellanza e filiazione quel confronto, ma da maschio posso dire che quanto più aspro c’è tanto più vuol dire che si tratta – come noi maschi con i padri storicamente e simbolicamente – di un confronto di accresciuta rilevanza della presenza femminile. Ma questa è solo una parentesi  che solo accenna una questione enorme). 

Questo tuo slargo prosastico mi consente di fare una sosta, per riflette sulla forma che possiamo dare ai nostri versi. Sei studiosa di Char, ne sai di più di tutti, ma provo a dirlo in breve.

L’assillo della “forma”  è stato nella storia del 900 una “poetica”, un aggancio a filosofie – il sogno, il linguaggio del sogno e del segno,  una certa fenomenologia, un senso della storia, un pensiero del negativo, anche una teologia per certi aspetti – e ideologia, per altri.  Poeti che hanno scritto seguendo la loro “musica”, a volte un timbro, un ritmo, un battito dell’asma. Altri hanno seguito ideologie, calcate su teorie e su un pensiero critico. Alla fine ereditiamo tutto questo e siamo più liberi di cercare una singolarità che contenga l’acutezza del linguaggio, le forme, gli apparati teorici e poi con questi strumenti umani tessere la nostra pagina. Trame e ordito diranno che poesia è.

 Di “Villa Torlonia” forse anche in virtù di non scegliere la forma dei versi, mi piace come – con una coincidenza molto interessante – quel che sempre abbiamo attribuito al Tempo (linearità tra passato e presente)  sia in realtà (come dice la relatività quantistica) una sorta di campo o Spazio, e che tutto sia spazio. Spazio di una coesistenza di più “tempi” allora.

Quella sequenza di fotografie, quel ricordare gli anniversari (“oggi è un anno che non ci sei”) si trasforma in conoscenza del mondo intorno, tanto quanto del mondo dentro. Quelle tracce che diremmo oggetti (ma chi è più IL soggetto?) sono le foto e sono il ricordo e anche il ricordo stesso che la foto è anche quando non la vediamo.

 

Gli  album servono a questo, tengono assieme le ore anche se non le osserviamo, in un magma, stipate, sono tutto il tempo assieme, i molti mondi paralleli della vita e non di una sola persona ma di geni, carne materia, secolo,  che muta in corpi esistenze, specie, famiglie. E’ lo sgranare di ciò che il tempo è stato, ovvero attimi e tutti assieme essi esistono in una metamorfosi che non ha più un ordine lineare, che esiste ma continua ad esistere, solo perché esiste chi li osserva e chi li racconta: “Dai racconti che fanno sembra che anche il tuo tempo abbia preso forma nei luoghi in cui ho avuto i tuoi anni” è una frase che dice quella compresenza di tempi  e di varie polarità temporali. Un tempo che siamo abituati a pensare come interiore, soggettivo e in fondo immaginario, ma che invece è qui, è materia reale, tanto che ancora quei luoghi (il casino dei principi, il gazebo ecc., luoghi della Villa) sono la toponomastica di quella stessa memoria della compresenza – tra vivi e morti,  tra presenti e assenti - e così l’interiorità si ribalta in una polverizzazione diffusa dell’Io (e del tu) non in negazione, ma ci fa sparsi come polline nei prati, nella vaga temporalità degli “appuntamenti” che accenni ricordando, come fossero là da venire, e sempre  in quei luoghi. Così il testo, la scrittura nel lasciare vaga la sua forma di genere, fa, costruisce l’incontro (anche  possibile futuro), fa, costruisce  uno spaziotempo dove il possibile coincide con ciò che è stato e  insieme con una fantasmatica digitale che ci è intorno, le “foto dei profili” esposte nella tessitura delle relazioni col mondo incorporale del web social, fatte “ a continuità di ombre che per natura potrebbero essere simili ai tuoi scatti”.

Così scrivi, stando in un luogo (villa o mondo che sia) che diventa il tempo. Il tempo è infatti un luogo dove tutto è e non-è, è stato e sarà, ma questa non è più una frase suggestiva che posso dire a corredo di una poesia: ora possiamo confidare sia in qualche modo quel che accade, il reale: sì, anche la compresenza di morti e insieme vivi, ciò che la poesia da sempre sapeva e sperava. Lo è nella materia che siamo e continuiamo (e continuano) ad essere. L’album di specie.

 

C'è una entomologia della memoria in questo Album così come dicevo della topografia, una raccolta di farfalle rare e preziose ma anche comuni perché magari legate a un momento particolare e collettivo, In Luky Star quell’appartamento, gli anni dell’Italia del Mundial e dallo stesso “balcone” o “finestre aperte” il punto da cui spiccare il volo dell’adolescenza,  verso il concerto di Madonna, l’Italia azzurra e più in generale la Torino, o la Storia della Resistenza.
Compare infatti quel “quarantatrè” e la tanta storia tremenda: ciò che la tramanda è però un soffio lieve dell’ “odore del lino/il lenzuolo che piegavi al mattino/ prima di portarsi al mare” che rievochi in a una donna che ha fatto la Resistenza e che quell’epica trasmigra in gesti quotidiani.

 E’ in questi dettagli di sinestesia che si adagia la ragnatela della Storia. Non è solo però la memoria del passato remoto, ma anche di anni giovani, ballando a un concerto dei REM (automatic for the people)   quel momento vissuto come unico o addirittura ultimo, ma a rivendicare “fossero per una sera nostri/ non vostri – tutti questi anni, la fase più a lungo intermedia/ del sonno adolescente” prima di cedere il tempo, il momento al passato. Quando siamo (stati) giovani, era per tutti già sempre attiva, in quell’avere vent’anni,  la nostalgia di  come ricorderemo certi momenti di felicità (e non si tollera chi dice che sia l’età più bella, recita l’adagio di Nizan, perché ne sa già lo strazio della fine.

 Le tue poesie sono come un presidio memoriale e familiare, nel dire ambizioni, speranze,  nelle differenze di censo e possibilità – così compare una figura femminile del tuo albero genealogico così forte anche se coi limiti della “femmina” di quell’epoca, che a “diciannove anni” organizza per gli altri “il trasloco a nuova vita” e lascia il suo mare calabrese, pur essendo “laureata/ femmina a Napoli anno 1939”.

In dettagli privati può stare metonimia di una storia comune, che valga per noi, e a te sta a cuore soprattutto che valga anche per tutte le donne che nei decenni hanno fatto qualcosa di simile,  dovendo a forza asciare lo stesso mare, verso il Nord.  

 Questo può farlo la poesia che non tende raccontare storie con cui identificarsi col rischio che ce ne siano di troppo slegate dalla realtà, ma più stati di coscienza, paramenti di sguardo, pensieri che possono essere comuni. Lo stesso può valere per la cartolina per Moravia (titolo), anche qui in una coincidenza di luoghi che diventano una stratificazione letteraria ma esistenziale. Come nel dedicarsi a Vittorio Sereni ecco la figlia che non piange (titolo e citazione di Vittorio Sereni) fissata dal padre in un verso celebre e tuttavia donna reale, Silvia Sereni, “secondogenita”, con lei “riunire le tessere/ dei nostri attimi” diventa un esercizio reciproco di identità nel nome del padre ma anche in opposizione ad esso.


 La giustapposizione tra biografia e storia che traluce dai testi esplicita i rimandi per quella del lettore, nella sfida a fare scattare analogie senza usare uno stile lirico.

Così anche l'evento storico che segna una stagione appunto che ciò che appartiene alla tua (io son più vecchio ahimé ) generazione è il 2 agosto 1990 l'invasione del Kuwait e l'inizio di una storia che appunto si è riversata poi sugli anni 2000. E che per la mia generazione va a coincidere invece con quella drammatica del 2 agosto 1980 che chiudeva col sangue un decennio e apriva con le ombre con i misteri un altro decennio che sarebbe stato impegnato a coprire quelle responsabilità.

 C'è però qui in questa coincidenza del momento storico un fatto privato il rumore della radio che sveglia dal riposo pomeridiano gli ospiti a casa al mare, così del resto come le catastrofi che collegano le date storiche al nostro ricordo dove eravamo quando sono cadute le torri gemelle così via. Proprio come l’apertura sul richiamo tra la catastrofe climatica del 1789 e la Rivoluzione, il cerchio si chiude a Lanzarote  ancora in una sovrapposizione geologica di epoche, che appartengono ma anche non appartengono.

Qui sta il nostro (lo dico con empatia da figlio di novecento) cruccio oggi, una natura che ritorna nella sua potenza a farsi amare e custodire, senza nulla garantire (Leopardi ci avverte sempre) ma a differenza sua non la consideriamo matrigna, la tuteliamo, anche nella sua facies desertica e funebre, di “cenere” che conserva il vitigno, come scrivi e protegge “la pace dei morti che non sono di qui/ e sono come gli altri”. Custoditi come un deposito di vita, come un nucleo fetale della materia che siamo, estesa ovunque. Come Leopardi, che attraverso Lucrezio e pur non avendo una scienza progredita e coscienza dell’ambiente come noi oggi, nel deserto  spettrale  vesuviano guardava alle ginestre, che la abitavano, vive dal caso generate, così anche per noi si vanno  a sovrapporre gli album della memoria personale e storica e quelli della biologia. Pur terminando, finendo, non c’è mai fine, tutto si custodirà,  nel “sottoterra dove basta un filo d’acqua per ritrovare anche te, / la più piccola forma di vita”.

Un caro saluto
Mario


Su "Novecento ai confini" (Campanotto) di Elio Grasso. In forma di lettera.


 

Caro Elio ho tardato a rispondere al tuo messaggio privato, con la lettera di Biancamaria su questo tuo libro,  spero che non ti sia dispiaciuto. Da tempo avevo scritto degli appunti, dopo la lettura. Presi annotati e poi abbandonati, come molte cose in questi anni, difficili per me e pieni di cenere.

Sotto è rimasta sepolta anche nota,  stanco di scrivere inutilmente per me, o di mettere solo su Facebook le cose. Ora la morte di Biancamaria mi spinge invece a risvegliare il torpore e curare meglio i legami che contano, cosa che ho sempre fatto maldestramente, e ne sento il peso. 
Ora,  per quel poco  - che siano due mesi  o vent’anni, sarà sempre poco - che mi resta da vivere spero di aver imparato a fare meno danni.  Gli ultimi due anni hanno davvero la marca di “confine” – forse del XXI secolo seguito al nostro 900 che è finito – con questa guerra europea – lui si davvero dopo breve esistenza. Ora si apre un secolo diverso, un’ altra epoca, non serve più contarlo  con le vecchie misure. 
Vorrei scriverla in forma di lettera questa recensione e lascio anche qui note personali, perché la poesia per me sta dentro un solco di ricerca di senso sia letterario che esistenziale, come in qualche modo insegna un compagno di strada come Emanuele Trevi.


E vengo al tuo libro, “Novecento ai confini” pubblicato da Campanotto, anche esso saldo col suo archivio e con i suoi tanti poeti nella storia del 900, sebbene sia attivo anche in questi anni recenti
Il “novecento” dunque. Lo definisco “nostro”, per  introdurre quello della tua scrittura che ha deciso di metterlo come sigillo (come fece un poeta che so che anche tu ami e consideri, come Aldo Nove figlio di quel tempo di sogni e illusioni e grandi progetti "di pianura" per i nostri genitori di paesi, di colline e montagne o terre distanti).

 Noi che siamo figli del ‘900, sappiamo cosa sia un secolo che finisce: il XX fu l’ultimo in cui s’è ragionato in termini di Tempo, perché lo abbiamo alla fine abolito, cancellato per come lo conoscevamo: Proust e Bergson l’hanno avviato e prima reso fluido, Heisenberg, Einstein, e oggi gli sviluppi della teoria dei Quanti ne hanno poi abolito ogni ordine e falsa ontologia (ci resta quello convenzionale per puro orientamento). Per questo i due anni passati sembrano moltissimi, sulle spalle, specie le nostre che già dovevano sostenere un peso dell’invisibile, il peso aleatorio di una scomparsa d’epoca che sempre più sappiamo solo noi. Lo dico come Vasco Rossi, perché pure lui, figlio del 900, ha dentro qualcosa di simile alle nostre ombre  – e spero l’accostamento non sia per te ruvido io lo considero uno spirito comune.

Si, caro Elio – dato che anche noi due, per certi aspetti come altri del secolo ( che non nomino per pudore) in tanti anni non ci siamo MAI incontrati, sebbene intensi, anche se radi i contatti ci sono stati per mail, messaggi, recensioni (le tue molto generose)

Ora questo tuo “Novecento ai confini”   mi parla diretto, come dentro una fratellanza di ombre. Ha molteplici e variegati sentieri di significati, io voglio leggerci i miei, leggerci le consonanze di un’epica di sogno dentro la storia, ci trovo una certa epistemologia malinconica della realtà, distanza di sguardo ma dentro una vibrazione di fantasmi, memoria e ma pure tutto il ferro della grande storia.

I tuoi temi li affronti da poeta lirico, che più che invadere di “io” fa un movimento inverso, di accoglienza: c’è un soggetto, nei versi, ma è più coro, nella forma di chi raccoglie “in sé” anche molta di quella eredità letteraria ( di cui sei profondo conoscitore come pochi, come si vede nella tua incessante militanza di saggista) ma completamente immerso nel presente. Lo ricorda anche Paolo Valesio nell'introduzione. 

Veniamo ai temi: questo tuo libro di un lirico è pure quello di un geografo di psichismi, che sono l’aura di un ‘epoca in cerca di un narratore cieco e di un’epica. Ne troverà geologie nei suoi labirinti, ma l’incipit del libro è in quel verbo morbido del passato (“Era)  che ritorna nell’ultima poesia. Nel mezzo un serpente, come un fiume di occorrenze e ripetizioni. Importante l'imperfetto - lo scrive un poeta che è stato fondamentale per me e so che tu anche lo ami, Cesare Viviani che nel suo ultimo libro scrive dell' "imperfezione del passato" ma pure della sua perfezione - e di solito così severo, mi perdonerà pure questo mio tono, visto che scrive nella penultima poesia "Un quello sciocco intimismo/ c'era pure del buono".

E vengo allora al passato di questo tuo novecento e nostro.

“Era candido l’amore/ e volenteroso di virtù”  i primi due versi, siamo già nel cuore dell’impresa di quella folla anonima di contadini per lo più, o gente semplice e impoverita dalla  guerra a stento capaci di parlare e dire i sentimenti di cui i figli avrebbero avuto bisogno, avventurati in un futuro rapido nel cambiare. Ma ebbero una volontà di impulso progressivo, lo stesso che li ha gettati nel fare famiglia, nel lavoro e a volte anche nelle guerre a fare i soldati semplici e ignoti.

 Nell’ultimo componimento del libro, allo stesso candore, scrivi,  restano invece “cimeli” che “risalivano dal mare” lungo la dorsale d’acqua.  Il disastro storico è tuttavia già preconizzato nella  chiusa della poesia d’apertura: “Volenterosi desideri ancora oggi/nel seme della storia/con sempre meno alberi di valle”. E’ già chiaro qui come tu proceda, per quadri e immagini, per cornici dentro cornici. La folgorazione verticale dell’imago, delle analogie, si compone in un procedere orizzontale. E’ la storia che si dispone davanti a noi come un paesaggio, dentro cui camminare, oggi faticoso, paesaggi di residui se non di distruzione.

Il nucleo bruciante, il motore che resta, è più che un’idea,  una pulsione: lo sforzo dell’andatura viva che va, del fluire materico dentro la storia tra biologia e società. “Verso la foce”  a fare da motore è “la coppia” , un nucleo che agisce. Strumento (inutile dire: umano) è quell’ “aggiungere anni/alla vita” che “ avrebbe spostato / confini”: ecco dunque che la storia procede da biologia ripetuta, in generazione dunque, viandanza, e per genìa, per dirla con la nostra amata Biancamaria Frabotta di cui hai appena scritto, e che ci ha lasciati orfani di luce. 

Vita e storia coincidono nell’impulso di fiducia e amore, carnalità di corpi familiari, accudenti, lavoratori, migranti, come lo furono internamente tanti uomini e donne. Al di là delle ideologie che li incanalarono, per loro fare storia era fare famiglia. Ma ben diverso da letture engelo-marxiane, o catto-salviniane per essere ad oggi. No, l’opposto.

il Secolo del “seme” è stato (demografia, popolo, figli, futuro, ma oggi clonazione, fecondazione tecnologica, calo delle nascite) dove si coglie una frattura. Un pianto, certo. Sei a Genova, Caproni è intorno a te.

Questo secolo così come ci ha generato ci ha fatto però  “figli dissimili” , come definisci con un lampo la tua, direi forse la nostra generazione. Dissimiglianza di singolarità impolitiche perdute ormai, slegate.

 Poesia lirica dunque ma senza “io”, non solo per “pudore” come suggerisce nell’introduzione Paolo Valesio, ma anche, credo, per volontà di lasciar aggregare dall’immagine singolare, dal mosaico lessicale, dall’analogismo dello stile alto del 900, un paesaggio del “noi” dentro cui collocare la singolarità che faceva parte di una comunità (si rimanda sparso nei versi a legami pre-ideologiche, pre-culturali (il mondo naturale di un’Italia terribile, altro che mito dell’innocenza di Pasolini,  che ha fatto però un balzo enorme tra civiltà contadina e industriale tanto che a un certo punto della storia quei bambini scalzi degli anni ‘30, come scrivi con sintesi efficace, si sono trovati adulti nella “contrada” che “contiene/ tutto il silenzio sotto i satelliti”.

E’ quel momento degli anni 60 a fondere in modo irripetibile arcaicità e conquiste spaziali in un solo slot epocale. (come in un ‘immagine gli anelli dei pianeti si sovrappongono a fedi nuziali). Ribadisco, ne faccio una lettura quasi storicizzante, ma le tue poesie sono molto di più, aprono a una pluralità che quasi rimanda ad un procedere misterioso e pur concreto della catena dei versi.

Io leggo in alcuni versi come:  “Asperità di anni, forse piogge/dissennate o partenze memorabili, da una casa/ all’altra, poi silenzi postali” un processo di trasformazione, spostamento e distanziamento dall’origine, strappo, che fu favola e storia, lotta, battaglia privata di sopravvivenza, necessità, ma pure destini comuni a tutti. Almeno per un tratto di storia, prima della cancellazione.

Questa tua poesia lirica è una poesia narrativa, ma nella forma di un mormorio ombroso, lampeggiante, sotteso di senso, liquido dentro i fatti duri della realtà. L'acqua, del resto è una delle componenti essenziali e già descrive un movimento progressivo. Il “fiume” che dai monti va “verso la pianura” e va verso “il mare” o verso più ancora la “laguna” nei tuoi versi che lampeggiano storie e dislocazioni.  E’ la “misura” del “secolo” della fisicità, forza-vapore di una spinta vitale dei corpi, la Storia è un lavoro di braccia che scavavano uno spazio oltre i confini per “sottrarsi alla morte”

Poi i corpi lo hanno sperimentato, questo secolo, nelle guerre e nei tanti movimenti politici, di lotta, di lavoro e  di pace e di costruzione o di divertimento (ricorrono nel tuo  Novecento le “feste”).  Questo era “l'ardore”  di cui parli a un certo punto nella prima poesia, mi sembra di individuarlo come un puntello forte, in questa trama di analogie, che spinge oltre la storia, è sempre un’ulteriore, un’utopia senza ideologia, attitudine esistenziale a conquistare a morsi la vita. Li vedo trasfigurare nel bianco, uomini e donne che silenziosi (noi figli i primi a studiare, a volte i primi a saper scrivere e dire in italiano)  sono stati protagonisti in questa loro spinta, come l'acqua che si dirige verso un fiume e il fiume al mare. Spinta di un’utopia senza per loro traduzione in un linguaggio, messo poi da altri, ma in loro un concentrato di amore volenteroso e sfida, fame di futuro. Questa nel libro indichi come “eredità acquisita” di questa spinta e la dici con l’immagine di “barche/fraterne facili allo slancio/ prima del tramonto”.

Slancio, parola chiave.  Se “nel secolo scorso era il seme”, esso ha prodotto un amore per la vita che era gettare oltre la linea del suolo oltre il presente. Quel “che dopo non è più stato ma vicino /all'immortalità” dici da subito. Era dunque una fortissima spinta al “varco” altra tua parola chiave, su cui convergono assieme la simbologia di Montale e il concetto spaziale di Fontana, ma comprendiamo anche meglio, pur nella tua costruzione rarefatta nei cristalli di associazioni analogiche, che questo varco era un nascere alla storia, un andare oltre che nessun discorso della metafisica saprebbe esaurire e che è compito della poesia contrarre in immagini espansive e sintagmi di senso inesauribile. Tu scrivi che la “breccia della poesia” è questo non saper “cuocere diverso cibo/ dal sogno ma è caldo profitto/ senza l’ansia delle discipline”.

mi ritrovo molto in questa idea che dentro il Novecento delle masse, della politica, delle ideologie e discipline e saperi (antropologia psicoanalisi sociologia) ci sia un’onda lunga ben diversa, uno spirito dell’epoca che ha radici profonde e altrove.

 E’ poesia dell’epoca, la tua, di un tramandato materico corporale umido materno. Il cuore di ciò che poi è diventato movimento storico, tu ne cogli l’alba essenziale, come Caproni in certi momenti apparentemente minimi, un Caproni diverso da te, ma traduttore di Char e secondo me tu stai tra le loro “due rive”.

C'è stato un aspro lavorio di adattamento dell'esistere a placarsi occorreranno anni seconda infanzia e nuove generazioni a fare a compiere il secolo a dare la misura di questa vita spesa e dispendiosa, in termini di energie vitali. Un percorso fatto di “miraggi” e “sortilegi” e “miracoli” insomma una successione di eventi connotati da extra-temporalità, a ribadire il connotato di un’utopia non ideologica ma vitale (la apparento, forse per quel “sortilegi” a il senso della Storia di Elsa Morante) quell’apertura “ di porte sui sentieri” o la “fuoriuscita tutti per come ci appaiono adesso, dentro questa saturnina “nostalgia dell'acqua” vista dall’oggi.  Ora che “l’aria di fa nera” proprio la verticalità del tuo fare poesia è un viaggio a ritroso e in avanti per usare “solo degne parole” custodite. Al termine di questo lungo “transito d’amore” e “consegna di scapole gracili agli anni” (ancora il tritacarne dei corpi in questo secolo). C’è un apparire di “epoche stremate” alla fine del libro consegnato a varie immagini, che sono come successioni oniriche, scrivi che “trasmigra il sogno/ per non finire l’infanzia/ in nome di malfidate apparenze”. 

Lascio senza forzare interpretazioni questa mia scelta di tuoi cristalli che forse lo è già, una della possibili. Lascio aperto l'intendere come e dove “divaga la stirpe”, dove sia “l’accaduta presenza/del tempo nei dirupi”. 

E’ un ‘apertura che bisogna intendere, al futuro, così è stato quel passato di “giorni felici” beckettianamente. In quel maestro del 900, alla fine di tutto il suo grattare crudelmente la superficie del canto disperato di Winnie una forma di resistenza c’era. Tu sei più lirico, guardi a un tono più alto, rilanci in qualche modo giurando fedeltà a una “fede/ per la gloria dei meriggi” una parola che suona da talismano per un poeta ligure. Non è citazionismo tuttavia, è materia reale, sono paesaggi aperti sia reali che allegorici, “assolati, espansi, interminati” di questa vita e luce abbiamo necessità che ci accompagni (la consapevolezza dura e atroce di Celan) “fino alla radura della cenere”.

Cenere che come scrivevo all'inzio, mi è sempre più polvere familiare.
Prima di quella però, caro Elio, spero sempre di conoscerti di persona, anche se certo molto mi sembra di conoscere di te nei tuoi versi. Con tanto affetto e stima

Mario

mercoledì 30 marzo 2022

ALESSANDRA SARCHI, "Via da qui". Saper scrivere quel che è difficile dire.

 


Leggo da sempre con grande piacere i libri di Alessandra Sarchi, di cui ho stima che va al di là della letteratura, che pure non è poca cosa. L’ho conosciuta già che era una scrittrice bravissima, quindi la conoscenza non c’entra se ora parlo e consiglio la nuova raccolta di racconti “Via da qui” edita da Minimum fax,  quel che ha fatto negli anni Sarchi è stato mantenere sempre alto il suo livello di scrittura.
Alessandra possiede ciò che conta quando si scrive letteratura, lo stile. Dovendo scegliere degli aggettivi, sempre limitanti, potrei dire: Sarchi ha una scrittura essenziale senza che ciò significhi scarno o men che meno minimale. Si ha sempre un lascito, leggendo i suoi libri,  che ciò che è scritto sia giusto, sia la cosa giusta da dire in quella situazione narrata, anche qui senza che la “giustezza” esprima un soverchiare di principi, pur mantenendo viva una forte tensione morale (va da sé mai moralista). Ne dava prova in romanzi (su tutti il bellissimo “L’amore normale” o il “Il dono di Antonia” ) in cui si incrociano proprio snodi di un vissuto che si misura con situazioni in cui la “normalità” viene messa alla prova del non conforme che cerca voce e chiede spazio. Sarchi sa dare alle sue storie e ai suoi personaggi tutto ciò. Qualità che si ritrova nei quattro racconti che compongono il nuovo libro “Via da qui”.  

C’è un condensato di temi del nostro tempo che scorrono tuttavia nel naturale flusso del racconto. Ne “La tana” in cui Monica, giovane donna che perde la compagna in un incidente, si trova di fronte alla questione del possibile espianto dei suoi organi : ma chi decide? Chi riconosce quell’amore? E si apre una voragine nel non detto sociale e familiare, ma la relazione stessa con Evelyn era nata nei silenzi,  nell’implicito di una difficoltà anche di Monica e Evelyn di poter far seguire fragili definizioni a una relazione che era evidente alle due donne. L’amore era nato da “un improvviso strappo della  coscienza”. Evelyn l’aveva “toccata”, lei, proprio lei. Era un amore senza definizione che si nutriva della presenza della vita (il brusio sotto casa, il rumore del frigorifero, lo strofinio dei pennelli durante la ristrutturazione della loro casa, “la tana” appunto). E’ in questa capacità di collocare anche il tremendo nell’insignificanza che permette a Sarchi di lavorare sull’attrito della vita, dando ai personaggi la capacità di esprimere senza espressionismo. Siamo pieni di libri sul dolore e i travagli dell’esistere, narrati strappandosi le vesti. Una catarsi a buon mercato. Sarchi percorre altre vie. Così Monica, tornando nella casa senza la compagna, sente la spinta a “strappare tutti i vestiti” come rito privato del lutto, ma poi punta su altro: condividere quella perdita con la famiglia di Evelyn. La vita non è ricordare, ma rifondare, è sempre uno strappo che porta via dal “qui”. Ma via dove? E se non si può che rimanere in quella casa, ora senza l’amata?

E se si è costretti a un ritorno? Le memorie rischiano di impantanarti. Così in “L’argine” il ritorno di Ines dopo il fallimento del suo matrimonio ventennale in America nei luoghi della sua infanzia ritrova la sorella Rossella a sua volta alle prese con la precarietà di una vita post-matrimonio insieme ai due figli, nel territorio lungo il Po dove però questo ritorno cerca lo spazio – e la casa da acquistare – che sia nuova vita, liberata dalle nostalgie. Si può tornare e al tempo stesso andare via da quel luogo per ciò che è stato? Sarchi conduce questo contrappunto anche facendo della precisione delle parole un elemento narrativo per Ines che deve in qualche modo imparare di nuovo a parlare la sua lingua, così come lo stesso sarà per il diario della figlia adolescente di Rossella, Giorgia: a quel ritrovarsi delle sorelle, che non sono più le stesse, alla “fantasia” del ritorno di Ines, Giorgia sovrappone le meraviglie (sempre le stesse, certo, ma la meraviglia di chi scopre il mondo è sempre nuova) e sarà proprio il suo ‘racconto nel racconto’  ciò che rompe lo schermo di irrealtà che impantana Ines. Sarà proprio Giorgia a “inventare un finale” ( a differenza di quel che sente Claudio, un ex di Ines ora dirigente del comune a qui la donna va a chiedere informazioni sulle case dell’argine e che ripensa a quel ritrovarsi di fronte Ines come una fantasia senza sbocco) permettendo a Ines di poter finalmente dire cosa prova in quel suo ritorno. Viviamo un’epoca che fatica a ridefinire i nostri sentimenti. Sarchi lavora su questo ‘non-detto’ della fatica di trovare le parole (lo è anche per Ines che deve imparare di nuovo a praticare con l’italiano). I personaggi di questi racconti sono sempre in quel bilico instabile tra possibilità di mutamento e sconfitte. C’è sempre una casa (da ristrutturare, o che i protagonisti non hanno pur abitando in un “palazzo della principessa, come nel racconto che ha questo titolo) ma è essa stessa fluttuante. Chi le abita sta sospeso, precario, o su un fondo limaccioso pur avendo una terrazza sulla storia: è quella degli amici che si ritrovano dopo molto tempo per una cena, a Venezia, alle Fondamenta della Misericordia, titolo significativo. Come negli altri racconti la casa qui è costante di trasformazioni, dove hanno abitato a rotazione alcuni di loro, dal tempo in cui erano studenti. Ora dopo molti anni è invece tempo di bilanci, per le coppie, per ognuno di loro in lotta per i destini individuali. L’imminenza di qualcosa di rovinoso, che divora (la casa che per il turismo potrebbe essere venduta, l’insegnamento non è più quello di una volta, la carriera, i desideri di figli, nuova vita ecc). LA scoperta per loro è le vite alle spalle non sono mai state salde nei fondamenti: Marta che pure ha in Silvia una vecchia amica confidente, si rende conto che delle cose importanti, nei loro quotidiano scambi di mail non scrivono – il giorno che aveva pensato al divorzio si era detta “adesso scrivo a Marta e poi si era ritrovata a darsi della cretina davanti allo schermo del computer. Non c’era proprio niente da scrivere.” Sarchi lavora a dire tutti i non detti dei suoi personaggi, lasciandolo però emergere ugualmente da movimenti di cose, di sguardi, di gesti che sembrano incarnare quel silenzio svelandolo poi con poche precise parole, che restano non dette, o affidate al loro monologo interiore. Così Silvia commentando la stanchezza irritata di Marta verso suo marito le dice: “Dovresti prenderti un periodi stacco”  ma la cosa importante la tiene per sé: “ Silvia, rimuginava tra sé e sé: eppure non dovrebbe succedere. Dovremmo trattare tutti quanti con più intelligenza l’amore, dovremmo impedirci di farne la poltrona logora su cui ogni giorno ci sediamo”. 

Come le sorelle de “L’argine”, anche questi adulti sembrano immobili e fragili, avvolti in una solitudine troppo affollata di trame di pensieri, in perenni lotte: lavoro, amori, procreare. Come la coppia del palazzo della principessa, sul confine tra una vita di successo e una povertà di senzatetto.  Tutto sembra sul punto di cedere come l’altana su cui sono, sui tetti di Venezia. Per Dario l’ultimo ricordo di quella terrazza di legno, racconta, è legato agli anni di università, ma pure della guerra del Kosovo: “Aerei militari carichi di missili ci volavano sopra” dice agli amici. Pubblicati nel febbraio 2022 i racconti “Via di qui” incrociano dopo trent’anni ancora una guerra.  Quel piccolo gruppo di amici potremmo essere noi o “l’umana compagnia” della Ginestra di Leopardi: di fronte alla sconfitta, alla rovina a cui siamo destinati, ci si può fare solo l’un l’altro testimoni solidali d’essere stati in vita, sebbene sia stata piena di possibilità mancate. O scomparse, come le stelle che gli amici sull’altana ora cercano invano, nell’illusione di ancorare ad esse ciò che resta dei loro desideri.  

mercoledì 27 ottobre 2021

MAGRIS, I ROMANZI OGGI, LA SCIENZA, IL TEATRO ( su "The mountain" di Agrupacion Senor Serrano)

 


Qualche giorno fa Claudio Magris ha scritto un articolo per me molto importante. Magris è maestro del 900 e dice cose che io – allievo del 900 – pure penso per aver molto assorbito quel secolo.

Il fatto che le dica lui e bene dall’alto della sua autorevolezza mi rincuora. Sarà passatismo, fate un po' come volete.

In ogni caso, per me l'articolo conferma la mia idea che è molto difficile trovare in letteratura oggi qualcosa che realmente ti dia la sensazione come dice Magris di “venire sbalzati in un mondo radicalmente «altro» rispetto a quello in cui eravamo abituati a vivere e a pensare”.

Chi veramente fa compiere questo balzo sono oggi i libri scientifici, per citare i più noti, da quelli di Mancuso a quelli di Rovelli, direi io da semplice lettore. Magris cita un autore turco, Rafik Anadol che “ha trovato il modo, grazie ad un algoritmo, di «catturare le allucinazioni dell'intelligenza artificiale” e a farne scrittura. Questi libri dice ancora Magris “inducono a non sapere più bene chi e cosa siamo; ci si scopre trasformati, quasi appartenenti ad un'altra specie, come quel personaggio nella Metamorfosi di Kafka che diviene un insetto ripugnante”.

Il parallelo con Kafka è un classico, specie per uno studioso come Magris, ma pure ha ancora una portata irriducibile e non superata. il fatto è che grandissima parte dei libri di oggi, pur ottimi a volte, non fanno quel che facevano quelli del 900, ovvero farti tuffare dentro “quella nuova Storia che macinava tutto, dalla politica ai sentimenti al linguaggio e al rapporto con la realtà esterna e con se stessi, con la pluralità dell'Io indissociabile dalla molteplicità dei linguaggi necessari per esprimerla”.

I Linguaggi: questo è il nodo centrale; per tutto il 900 la scoperta della rivoluzione dei soggetti passava attraverso una rivoluzione del linguaggio poetico (Kristeva) e in generale del linguaggio tutto. A suo modo anche le torsioni della grammatica di oggi, con lo schwa e simili, ci dicono che è nella lingua che si compie il primo passo del cambiamento. Oltra la Lingua, c’è “il Linguaggio” ovvero tutti i codici con cui la soggettività sociale stabilisci i codici e canoni della rappresentazione della realtà. Per cui non solo in esplosioni di significanti", ma pure in esplosione immaginativa e allegorica, si compie una trasformazione che si adegua a quelle intorno a noi.

Eppure nei romanzi di oggi non accade. Quale il motivo (mercato? poco coraggio? poca consapevolezza? main-midcult- stream?) chissà.

Magris è duro e se lo dice lui.. :” In questi anni di pandemia escono molti romanzi, mediocri o notevoli, ma che nella scrittura, nel ritmo, nei temi assomigliano alla narrativa tradizionale degli anni Trenta o Cinquanta, quella contro cui polemizzava il Gruppo '63, e si confrontano raramente con quel fuoco sotterraneo, con quel corto circuito fra l'umano e il non-umano con cui la scienza costringe, anche chi non la studia e non la conosce veramente, a fare i conti”.

Insomma ce tocca rimpiange il gruppo 63...

Accade anche per la morale. Spesso mi capita di sentire discorsi – lasciamo stare Barbero – in cui anche persone che si ritengono moderne e libere, ragionano in molti ambiti come mia madre o mia nonna.

Per Magris i romanzieri sono troppo presi in una sorta di autofiction della non-fiction di sé stessi, auscultando il cloud di informazione entropica alla sola ricerca del riverbero del loro nome citato e taggato.

E aggiunge una cosa che mi trova d’accordo (in qualche post precedente parlando dello spettacolo Lingua Madre parlavo del teatro). Ancora Magris: “oggi non è tanto il prolifico romanzo a vivere e a raccontare l'eruzione vulcanica che illumina e abbaglia il nostro sguardo, ma sono piuttosto altre forme espressive, performances di ogni genere ".

Ecco chissà se Magris loda Anadol, avrebbe dovuto vedere uno spettacolo come “"Uncanny valley", "valle perturbante" di Rimini Protokoll, il collettivo berlinese che tra i maggior sa raccontare tutte le forme di trasformazione della coscienza alle prese con la realtà del mondo contemporaneo – in questo caso era l’intelligenza artificiale. Nello spettacolo un computer aveva assorbito le molte informazioni di un umano e che prendeva vita come circuiti e processori ma pure in "figura" nel doppio del corpo dell'autore, in copia di formaldeide, a riprodurne le sue fattezze, in questo caso dello scrittore Thomas Melle autore della piece, ma che ha "delegato" il suo doppio ad essere in scena "als Ob" fosse se stesso.

. L’automa poteva – da non attore, non umano, ma “vero automa” - poteva “interpretare Melle – o sostituirlo – sostituire il soggetto/autore Melle avendo però assorbito autonomamente le informazioni di Melle e in qualche modo potendo "Essere Melle" sulla scena.

Meno tecnologico ma pure molto bello e poetico, Magris avrebbe dovuto vedere lo spettacolo di Agrupacion Senor Serrano “The Mountain” che ha girato un po’ e ora ho finalmente visto al Festival delle Colline torinesi, al Teatro Astra di Torino.

"The Mountain" è un spettacolo si intrecciano in modo aereo ma poi sempre più convergenti, la storia della prima spedizione sull’Everest, il cui esito è ancora oggi incerto; Orson Welles che semina il panico con il suo programma radiofonico The War of the Worlds; giocatori di badminton che giocano a baseball (perché così stabilisce la convenzione dei bravissimi attori in scena); un sito Web di fake news creato dalla compagnia e responsabile di aver diffuso volutamente fake news due delle quali hanno fatto "il giro dei social" come si dice, anche tra il folto pubblico di massa dei social che non è mai stato a teatro e che a sua insaputa era dentro un’opera d’arte cliccando e condividendo le fake news prodotte da Agrupacion.

(quando si dice l'opera aperta);

in scena c’è un drone che scruta il pubblico e riprende scene ravvicinate sorta di plastico della vicenda narrata ; il tutto con schermi mobili, con frammenti di video delle interviste di Welles, immagini frammentate; e Vladimir Putin o meglio la sua maschera digitale che è stata realizzata con i fondi raccolti da Agrupacion col sito di fake news al quale era stato agganciato Google Ads e che ha fruttato 1500 euro. Lo spettacolo spiazza, inquieta e diverte, e ci mette alla berlina: si noi siamo immuni dal meccanismo credulone delle fake news? No, vedendo lo spettacolo capiamo che no.

Mette alla berlina non solo Putin e la sua macchia di fake news ma anche noi, spettatori colti e informati, e provoca proprio quella destabilizzazione necessaria, non la conferma di quanto siamo belli bravi sensibili e corretti come fa molta anche della letteratura uptodate anche - direi soprattutto - internazionale (per una volta non si può dire che noi in Italia siamo peggior, se vedo i nomi più cool della letteratura francese inglese o americana e non solo (ho sentito un ‘intervista a Chimamanda Ngozi, che ho amato in Americanah, ma francamente si è estremamente americanizzata, dicendo banalità come poche sulla letteratura almeno i quell’intervista.).

insomma, sono contento che lo dica anche Magris e mi conferma, che oggi il miglior linguaggio per fare narrazione e poesia lo troviamo a teatro e non nella maggior parte dei romanzi e nei libri di poesia. E lo troviamo soprattutto nella scienza.

giovedì 23 settembre 2021

MARIO DESIATI "Spatriati" (Einaudi) - Diario di un ritorno: la restanza italiana - appunti di lettura

 


Ad ogni romanzo, un lettore si chiede sempre perché lo debba leggere oppure, una volta finito, si chiede cosa abbia tratto dal libro, quale conoscenza aggiuntiva della vita abbia fatto. L’ho pensato anche per il nuovo libro di Mario Desiati. Il precedente, il suo migliore (“Candore”, Einaudi) mi era piaciuto moltissimo, forse il miglior ritratto di una solitudine quasi siderale e felliniana del maschile, con il protagonista perso nel regno metafisico dell’ideale d’amore più assoluto che ci sia, la pornografia. Un punto di vista che davvero aggiungeva qualcosa alla discussione pubblica sulle identità di genere. 

 Con questo nuovo, “Spatriati” Desiati ci porta dentro un’altra condizione molto trattata dal discorso pubblico: le persone che cercano una via di fuga dall’Italia o almeno da città di provincia troppo strette per la loro singolare intelligenza.  I primi a diventare nei primi anni duemila,  cervelli in fuga, gli “expat” con termine inglese, che tradotto in “espatriati” non restituisce il senso del termine dialettale scelto da Desiati per il titolo,  “Spatriati” che esiste da sempre in quelle contrade tarantine,  da ben prima che iniziasse il lento deflusso di una migrazione intellettuale di parecchi ragazzi italiani verso l’Europa e non solo, di cui moltissimi dal Sud. Spatriètə, avverte nell’esergo della seconda parte Desiati, nel dialetto pugliese della sua zona (a stessa del protagonista) significa “Ramingo, senza meta, interrotto – detto del sonno –“ Insomma ragazzə interrottə, - ma per dirla con Freud sono persone unheimlich, ovvero familiari, ma come private dal risucchio di un negativo (il prefisso un-) di questa aura di appartenenza alla comunità.

Crescono così Francesco e Claudia a Martina Franca, lui dalla personalità introversa, preso da una fede religiosa fervida ma dalle pulsioni sessuali incerte, attaccato ai riti più che credente, forse perché così diverso ( che la stessa madre chiama “Uva nera” là dove si coltiva solo la bianca) dall’avere un disperato bisogno di essere accettato. E’ Francesco a tenere la voce narrante e ricostruisce una storia di formazione assieme a Claudia, con cui intreccia una infinita conversazione che vorrebbe essere – per lui – amorosa, ma che ottiene come risposta un "no" e al tempo stesso un allaccio di nodi mai sciolti.
Fanno di un'amicizia una coppia, il sesso è sempre non fondamentale, ma non ha nessuna esclusiva,  irrisolta e carica di non detti (come tutti gli amori).

 Perché tanto Francesco è incerto e trattenuto, tanto Claudia è spavalda, sicura di sé sul piano sessuale, aperta e disinibita. A loro però è toccata una sorte singolare: la madre di lui è amante del padre di lei. Per quanto siano ribelli in famiglia, e antagonisti dei loro genitori, si ritrovano a fare comunità inconfessabile a due perché legati da questo trauma familiare.
Tutto il loro destino, la loro odissea e anche il ritorno, temporaneo o definitivo che sia, sarà fatto nello svolgimento del romanzo, alla luce non di un destino generale (la guerra di Troia, l’esilio di Dante) ma alla luce un po’ lamentosa degli eterni figli italiani che anziché accettare quando le famiglie (rette su ipocrisie secolari) vanno in pezzi e approfittare della libertà, scavano solchi come gli islamici durante la Hajj a La Mecca, ruotando attorno alla Kaaba, la pietra nera: tradotto per quelli come Claudia e Francesco, il buco nero del trauma familiare.

 

Avverte la note di copertina con una frase dal libro: “A volte leggiamo i romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato”. 

La mia lettura di uomo adulto arrivato a 57 anni che tuttavia come tutte le generazioni dai boomer in poi, conserva legami fin troppo stretti con la sua formazione di gioventù, è di qualcosa di estenuato, proprio in virtù di quell’eterna figlianza che ci affligge,  che dovemmo far esplodere e con essa la famiglia che – come sostenuto da molti, da Banfield, passando per Laing, per approdare alla recente, giusta provocazione di Saviano,che non sarà un'autorità come antropologo,  rilanciata da Michela Murgia (idem) ma che molto dicono della nostra mentalità presente e puntano il dito  sul legame tra ideologia delal famiglia e mafiosità italiana.

La mafiosità italiana è molto più forte e diffusa delle Mafie -  sono per l’Italia specialmente alla base di nodi irrisolti del paese e degli individui (a partire dall’emergenza sociale del maschilismo violento, del maschilismo novax ecc, del patriarcato che pure sono centrali proprio in questo romanzo, specie nei rapporti di Francesco col padre machista). L’effetto del libro durante la lettura era dunque, per me,   di un déjà-vu, che rischiava anche di ripetere cliché. 

Diverso sarebbe certo per il lettore ventenne, che tuttavia si potrebbe sorprendere e angosciare nel vedere come tutta questa fuga è stata di fatto “da fermi” (secondo la geniale definizione di Edoardo Nesi) già da più generazioni, appunto dalla mia in poi. Venuti dopo i ventenni che – come recitava lo slogan ripreso da Nanni Balestrini per il suo romanzo  – gridavano “Vogliamo tutto”, rilanciato nel 1977 con “Vogliamo tutto, compreso il lusso”, con la fine della Storia quelli come Claudia e Francesco e tanti altri cresciuti in questi ultimi trenta anni, possono solo far propria la frase che Claudia legge a Francesco, tratta da un romanzo: “Io volevo tutto, ma mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa”. E’ il 1989 quando Pier Vittorio Tondelli lo scrive in “Camere separate”. Anche il weekend postmoderno era già finito quando molti dovevano ancora nascere.

 

SPATRIATI, SPAESATI, EXPAT

Quando mi chiedevo perché leggere questo romanzo, che in fondo mi sembra di aver  già letto – storie di formazione, queste amicizie che non sono mai amori, ma sono anche più dell’amore, le fughe, i sogni le delusioni, c’eravamo tanto amati e compagnia bella - mi sembrava di non avere un motivo, forse per un certo impianto tradizionale e generazionale. Salvo poi trovare pietre d’inciampo che mi fanno pensare. Ad esempio, gli spatriati sono spaesati? (Giorgio Vasta c'aveva scritto un libro, da Laterza sullo spaesamento)

Gli spatriati esistono solo nella provincia, del resto la parola esiste solo in dialetto (Spatriètə ). La storia di Claudia e Francesco, ragazzini tra gli anni 80 e 90 che arrivano alla soglia dei vent’anni col nuovo millennio, è anche la storia di due persone che per quanto piccolo borghesi e benestanti (lui figlio fi un’infermiera e un professore di educazione fisica, lei di un medico di ospedale) sono pur sempre due persone cresciute in una cittadina di 50 mila abitanti, non è poco ma non è neppure tanto. Col giro di boa del 2000 crescono anche in un paese che si ripete ma non fa progressi. Credo che certe vite interrotte (volendo spatriatə significa anche questo) toccate in sorte come simboli chi è nato dopo il 1970  ed emerse per fatti anche tragici della storia, dicano di questo freeze:  Alfredino, rimasto bambino nel 1981, Carlo Giuliani, rimasto  ragazzo nel 2001 .

LA vita interrotta delle vite giovani, che i decenni di pace hanno conosciuto, hanno creato quel senso del tempo storico che non va da nessuna parte. A maggior ragione per chi è entrato giovane nel nuovo millennio.

Sarebbe dovuta diventare la generazione che avrebbe dovuto portare questo paese da un'altra parte che invece è rimasta ancora a un Italia amaramente ancorata all’antico, anzi al vecchio. Anche il rinnovamento della Puglia degli anni Duemila, dell’era Vendola e dell’inizio del turismo di massa, emerge come una disillusione in Claudia che deciderà, una volta a Berlino,  di non tornare a vivere in Puglia – ma non smetterà i fare  dei ritoni temporanei. Nonostante ciò, la madre di Claudia come tutte le altre madri,  le onnipresenti Mutter Pugliesi (peggiori di quelle di Woody Allen ) continuavano a vantarsi dei loro figli expat, tutti “geni incompresi, dirigenti, capitani, professori universitari, ricercatori, scrittori artisti piloti, ma il più delle volte disperati come gli altri”.

Questo legame col materno e con le radici, anche nella rivolta, come Francesco è legato a sua madre Elisa e Claudia annodata nell’odio verso Etta,  è il segno di un ‘Italia immobile (L’emblema del gruppo comico Casa Surace, che ne fa comicità ma è tristissimo questo riportare tutto sempre a misura di una Nonna antica che fa l’impepata di cozze e manda il pacco da giù) a quella stessa Madre a cui si richiama Silvio Berlusconi nel prender in mano il paese nel 1994 e lasciarlo uguale e peggiore nel 2013. Proprio l’arco della vita in cui Francesco resta attaccato alle radici, ma tutto sommato vale anche la fuga di Claudia che è un “franare restando in piedi” come scrive Rina Durante in Malapianta, una delle autrici che Francesco legge sulla scia delle letture di Claudia insieme ad altre (come Maria Teresa Di Lascia).  Tutto sommato il destino generale resta sullo sfondo, benché la Storia faccia capolino nella vicenda di Claudia e Francesco come una spia altamente significativa perché la loro storia è dei senza-Storia (1)

La Storia c’è, ma non pesa nei pensieri di Claudia e Francesco, il loro scontento gira sempre attorno al privato e alla piccola comunità.
La Storia per loro è come il rumore degli aerei che si levano dalla base militare di Gioia del Colle, un ronzare di fondo che veniva a “insolentire la pace” del loro idillio (di due “solitudini perfette, due monadi” tuttavia) sognante, con le presenze nere e intruse nello sguardo “rivolto al cielo, come a far respirare le cose che ci eravamo detti”.

A loro interessa la famiglia e ciò che essi saranno, quella che avranno, anche se avrà qualcosa di diverso (“Siamo alieni” dice Claudia a Francesco che desiderando non “nascondere le sue fantasie sessuali” agli uomini che incontra,  inevitabilmente tutti non in grado di capire, tutti sbagliati si rassegna sarcasticamente all’amara fiaba simil-Ovidio, fidanzarsi con un asino con cui dare vita a un centauro (sebbene sia un continuo riportare tutto a casa, alle passeggiate in paese ai formalismi da matrimonio  (“faremo grandi vasche, finalmente un senso ai corredi conservati un’intera vita”)  a testimonianza dell’eterno familismo (a)morale italiano  
di cui si diceva.

In un’Italia “ancora bigotta” per citare il libro di Vallauri (Einaudi) alle soglie del XXI secolo non c’è solo la difficoltà per chi abbia sessualità fluide come Claudia e Francesco, ma lo stigma morale ancora pesa su due adulti che decidono di divorziare, come fanno la madre di Francesco e il padre di Claudia. il moralismo è ovunque, anche nei 15 enni, il maschilismo delle babygang e dei fiancheggiatori maschi teen  è davanti agli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. (I fatti di Capodanno a Roma, quelli di Milano)

Questo stigma sociale, è un ritorno del rimosso anche nei figli ribelli, perché in fondo il loro doloro e il loro disagio di strani, parte da qui. Subiscono lo stigma, ma al tempo stesso c’è un ambiguo sentimento di avversione per quei genitori, in fondo liberi come loro.

Il trauma sta alla base del loro sviare sociale, rendendo impossibile una loro normalità e la tempo stesso annodando il legame tra i due figli. Desiati si preoccupa,  forse con troppa insistenza didascalica – si segnalare come il padre di Francesco galleggi nel brodo patriarcale e lo stesso ragazzo si definisca un “maschio codardo” che “ si innamora e indossa l’armatura del salvatore e la sostanza del predatore”)

Toccherà a Claudia provare a rompere la stasi, partendo verso Berlino. Qui subirà una metamorfosi e al tempo stesso si scontrerà con la realtà. Quando Francesco la raggiunge a Berlino, ancora una volta è la Storia ad accompagnare l’intreccio dei due protagonisti . Stavolta sono i Siriani che nel 2015 si diressero  piedi verso la Germania, fuggendo dalla guerra. Francesco li osserva con una “Ruinenlust” (come dal titolo del capitolo)  mentre lascia finalmente Martina Franca. Qui era rimasto, a fare l’immobiliarista, venditore di case eterne e “abbandonate” aggredite dalle “radici”, le famigerate radici italiche che crescevano tra le pietre delle vecchie case “come piante carnivore” contrapposte alla sbalorditiva quantità “ di alberi e vegetazione” che sono a Berlino e che stupiscono Claudia.

 Francesco e Claudia poi a Berlino insieme, Claudia nella sua metamorfosi da adepta dei Rave e della Techno, a lavoratrice che non sfugge anche qui alla precarietà. Francesco ad assaporare finalmente una libertà dal contesto soffocante.

 Il loro incontro è segnato ancora da una parola tedesca 

SEHNSUCHT

significativamente Desiati usa prima solo dialettali, poi termini tedeschi, come chiavi di volta e titoli. Come se l’Italiano non permettesse chiavi di interpretazione, come se la lingua italiana non fosse in grado, malata dello stesso immobilismo imposto ai romanzi dalla medietas letteraria imperante, di spiegare le polarità sentimentali di una condizione fluida, inafferrabile indecidibile come l’identità sessuale di Francesco e Claudia, come il senso della loro relazione).


La parola è Sehnsucht che – spiega la nota del titolo – è termine composto, che si può tradurre come nostalgia di un desiderio non realizzato o non realizzabile, ma anche al sogno di dualismo simmetrico di maschile e femminile che Claudia e Francesco cercano. Ancora una volta, nel turbinio di vita sregolata e giovane (“avevamo quindici al massimo sedici anni”) sradicata, il conflitto è sulle radici, sull’idea che non bisogna “affrontare tutto come fossimo pietra” dice Claudia mentre Francesco è legato alle pietre, alla roba, agli interessi e Claudia lo spinge verso la cura, il “volersi bene anche se non ci siamo trovati”. Francesco tuttavia vede che anche Berlino è una città di rovine, di speculazione immobiliare fatta su vecchie case abbandonate. La Storia insomma sembra segnare la stasi generale, forse una stasi e un arresto vitale di tutta l’Europa, in cui – sottolinea amaro Francesco – “eravamo liberi di muoverci dentro un recinto”

A Claudia e Francesco, che vivono qui finalmente una fusione che tuttavia passa per altri corpi, come quello di un giovane gay Andria, georgiano, che diventerà amante di entrambi per poco tempo, non resta che questa dimensione solo spaziale di un tempo in cui non possono essere perché il compimento della loro Sehnsucht si è data in un momento.

 O come sarà per la nuova relazione di Claudia con la più giovane Erika che avrà un bambino da chissà chi e che avrà due madri, legalmente (utopia neo-biologica come nel romanzo di Veronesi a cui Spatriati è piaciuto molto).

  
Nei baci scambiati finalmente da Claudia e Francesco  attraverso la bocca di Andria, dice Claudia baciavamo “tutto quello che eravamo e che non siamo più”. Nel costruire un futuro per la piccola Elfo, c’è un gettare semi di futuro e produrranno le olive che un giorno Elfo adulta andrà a raccogliere  nel terreno che Francesco, tornato a Martina Franca e reintegrato nella confraternita, nei riti religiosi ma più sociali, del branco (i maschi che portano in processione il santo) alla disfida d’amore col padre (tutto il romanzo è un essere gettati fuori degli spatriati, ma al tempo stesso attratti come un magnete al patriarcato dei padri così disperatamente amati anche nell’odio).

Tornato a casa, ha  piantato una dozzina di Ulivi  che saranno “la nuova vita” che assomiglia alla vita fatta Berlino, “allattando le pietre con la calce”.  C’è l’odio, c’è l’interesse, ma non c’è la parola “amore”  nel vocabolario delle loro radici, nel dialetto come nella pratica, ma c’è un bene antico e modernissimo che fa combaciare la saggezza del volersi bene ( "voletev' bunn” dei nonni, con l’agape comunitario, vedi Jennifer Guerra) che si era creata ad esempio sull’asse femminile a Berlino tra Erika Claudia e la madre di Francesco.

Tutte sono Piante che alla fine trovano il loro frutto, assecondando una pazienza antica degli avi, che alla fine non è un sentimento sublime e romantico, ma solo “una forma di umanità”.
Magari sono Ulivi come Ginestre, chissà.

E tuttavia saranno sempre insoddisfatti, Francesco del suo ritorno, benché armato dal desiderio di sabotare quel sistema patriarcale in cui – sfilando in processione coi maschi che portano i santi – egli si consegna;  Claudia non convinta della sua vita berlinese, pure col successo in affari ma consapevole che Erika “somiglia al tempo che viviamo, che sottovaluta i  semi della poesia, sottovaluta l’intreccio delle nostre radici, sottovaluta il mondo interiore suo e di nostra figlia”. Erika che si preoccupa del fatto che Claudia legga poesie alla piccola Elfo, perché potrebbe trasformarla in una broken girl. Un Spatriatə.

Restano allo stesso modo indietro i nodi della psiche irrisolti, un senso di inseguimento e fuga al tempo stesso del dolore, un senso di crollo della famiglia, con quei genitori che sembrano sempre vincenti, che superano i loro stessi non ostanti i disastri, degli affetti che non sono andati come dovevano essere, ma al tempo stesso quel che "dovevano essere"  non è ciò che Claudia e Francesco desideravano davvero.

 Volevano un amore che è sembrato impossibile. Ma non sta né nel futuro, né nel passato: “Amore”  – e il cerchio si chiude sul dialetto che offre un exit strategy, ma chissà se praticabile.

Amore va inteso non come il sentimento della coppia monogamica tradizionale né il sentimento che ossessiona la psicologica collettiva dei magazine e di certa editoria destinata al pubblico  femminile: il dialetto infatti insegna a Francesco che l’amore non esiste, ma la parola “amore” nel dialetto esisteva solo come “sapore” come nutrimento e cura e solo in quel gesto di dare i sapori del nutrimento sta una varco possibile, un diverso amore, più come cura. Tra l’antico e il post-storia, è la consapevolezza d’essere sempre spatriati finalmente dalla loro stessa dipendenza psicologica,  dall’illusione dell’amore e dalle ipocrisie della famiglia, questa la vera conquista. Sapore di sale?

Desiati tiene il suo racconto, dentro questo quadro in cui per certi aspetti come lettore non c’è quella sperimentazione che aveva provato a fare proprio Sandro Veronesi con Colibrì. I personaggi sono cesellati, descrive bene quell’ansia da radici impossibili e inestirpabili che imbriglia soprattutto Francesco e che Claudia cerca sempre di liberare non comprendendo quanto anche ella sia legata a quel mondo attraverso Francesco. Mario Desiati da conto dell'incertezza e della precarietà una precarietà esistenziale non  soltanto sociale che forse è proprio legata a questo trapasso dall’antico al moderno che non si compie mai a creare una zona grigia di non-emancipazione in cui è la famiglia il vero grande problema insuperato, la Fortezza che ci tiene imprigionati.

Sia Claudia che Francesco sono imprigionati in questa in questa loro identità, nonostante tutto Patria, lo testimonia il fatto che la loro estraneità la può dire solo un termine dialettale, che li identifica come tali,  Cioè quindi come degli irregolari ma sempre nella lingua patriarcale. Claudia e Francesco come l’unicorno sognato non hanno nome, se non quello e finche non ne avranno un altro non avranno altra cittadinanza negativa all'infuori di quello. Cosa li farà uscire dal nido? Forse la Storia?

Veronesi, Colibri - la storia di colibrì, anche se poi Paradossalmente il colibrì getta nel finale del romanzo avanti la sua prospettiva anche temporalmente, per Francesco e Claudia c’è  già una nuova nostalgia di radici, c’è “lassù” che è Berlino, come per molti meridionali al contrario il laggiù del mare.

 A me sembra che questa sia un delle eredità che mi lascia da lettore “Spatriati”: capire il dolore di chi, venendo generazionalmente dopo la mia generazione di boomer (io nato a metà anni 60) sa che non c’è nessuna prospettiva di futuro e che l’unica possibilità e fare come Erika, essere superficiali.

 Il Colibri di Veronesi che invece è più grande, segnato  dalla macina di una storia collettiva di progresso, gli anni 50 e 60 della sua infanzia, conserva una seppur romantica nostalgia dell’utopia, del possibile.
Un senso del futuro. Istintivo di specie, biopolitico.

 Claudio e Francesco volevano solo una felicità del "qui e ora", ma per loro non c’è alcun “qui” e l’ora è sempre un rimpianto di atti mancati e un vivere id sottintesi, come la poesia. Claudia e Francesco più liberi e col mondo a portata di mano, finiscono per ritrovarsi al paesello,  davanti a un piatto di spaghetti e nel loro microcosmo, heimat di un'energia irrisolta tra loro, a quarant'anni già peggio  di noi boomer, a  rivivere un ‘infanzia, quel gioco tra loro quando  “ il resto del mondo è escluso”.

Anche se il mondo si fa sentire coi suoi rombi di caccia levati in volo dalla base vicina, l’unica patria è fuori dal tempo delle guerre, certo, ma restando anche fuori dalla Storia. 

PS marzo 2022, i rombi sempre più presenti chiedono una risposta, che non sia "pace tra gli ulivi"

 

 

 

 

 

 

 

1 (cresciuta all’ombra di Berlusconi  che agisce su quella generazione nella doppia veste di editore e politico. La modernità arriva con la televisione e le radio in quegli anni (Radio Deejay) anche nei paesi che stanno subendo  la spoliazione stanndo diventando i luoghi spatriatə d’Italia. ( vedi Franco Arminio, vedi anche Carmen Pellegrino, che ne cercano ancora l’anima, ma che io trovo invece  i luoghi-pozzo nero  di una sopravvivenza dell’arcaico – vedi il romanzo di Lipperini  – ma anche con quel desiderio di essere metropolitani da marginali che ha il pozzo nero di questo paese (vedi i romanzi storicamente anticipatori di Andrea Carraro (dal Branco e non ssolo) e poi quelli di Ammaniti, specie Come dio comanda per arrivare fino alla Ferocia di Lagioia che non a caso porta nella suburbia periferica di Roma il suo radar di narratore)

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