martedì 15 dicembre 2020

"IL DONO DI ANTONIA" (EINAUDI) DI ALESSANDRA SARCHI

 


La maternità è da sempre un business. Ben prima che lo diventasse con il mercato degli uteri in affitto nei paesi poveri ma prolifici, a vantaggio di un Occidente ricco e sterile. Generare un figlio nelle culture della colpa e del dio unico, padre padrone di un amore infinito, significa da subito aprire un registro del dare e avere. Tanto ci viene data la vita, nutrita col corpo di latte, protetta e svezzata, tanto la madre che lo fa anche senza volere si aspetta di avere indietro – nonostante la mitologia delle maternità votate alla dépense assoluta  – altrettanto amore, cura, riconoscimento. 

E’ un business che Freud per primo ha analizzato e il mercato è quello dell’identità attraverso l’investimento di amore e colpa.
Antonia, madre cinquantenne di Anna, ragazza adolescente che soffre di anoressia, inizia a capire, anche grazie al confronto con altre madri come Alice, Sara, anche loro con figlie che soffrono dello styesso problema e conosciute in un gruppo di auto-aiuto, che c’è qualcosa che non va nell’amore. Il tentativo di capire il punto della vita in cui “qualcosa è andato storto” – come dirà a un certo punto Antonia – le porta a volgere indietro l’indagine, al momento in cui forse qualcosa della loro crescita come donne si è formato quel complesso di identità, corpo femminile, desiderio di libertà che le riguarda e che hanno riversato sulle figlie, trasportato forse ereditato inconsciamente da un passato di generazioni.


E’ l’ambivalente potere dell’amore, dello stesso innamoramento totalizzante che la madre prova verso i figli ciò che mina la relazione (rischiando di deformare d’ora in avanti tutte le loro relazioni) . Antonia di è data anima e corpo alla crescita della figlia, travolta e persa nei suoi  occhi di essere umano generato, come un innamorata, ma “Era forse da quell’innamoramento che era scaturita la malattia?” si chiede Antonia a un certo punto, mentre Sara e Alice,  rievocano il loro passato di figlie, i rapporti con i genitori, i coflitti, a volte i lutti. Forse un trauma, forse un dissidio del passato lascia la sua ombra, si trasmette, si dicono seguendo alcune ipotesi della scienza recenti. Forse però non è il passato visibile, narrato,  ma – secondo alcune teorie neurobiologiche accennate da Alice – il non detto,  i traumi delle generazioni più lontane. Perché c’è qualcosa di più profondo della Storia, delle relazioni parentali, dei dissidi culturali tra genitori e figli, divenuto anche conflitto di valori, politico, divisione del mondo, in queste tre donne nate negli anni 70, a cavallo di grandi trasformazioni sociali,  che hanno avuto madri e padri che hanno attraversato il 900 della liberazione dei corpi e delle soggettività.  

Non è solo la Storia, per Alice, Sara  e soprattutto per Antonia, che si porta dietro un peso che emergerà nel corso del libro. C’è una cosa più importante e indecidibile e che perde il “contatto con la complicatezza di essere una persona intera per ritornare a essere un corpo e basta, e poi nemmeno piú quello”. E’ proprio la possibilità naturale – ma anche il potere – di dare vita.  Nuda vita, si potrebbe dire con una formula di  successo della filosofia. Nudo chi genera e chi è generato. E’ in quel punto  dell’essere che inzia una genealogia di solo dare e avere, se iscritta nella storia fatta di ruoli, poteri, famiglie e dunque interessi. LA vita è più indietro, ed è da quel punto cieco e senza organi, senza aggettivi, senza derive, forse perfetto come un uovo, ma forse più ancora perfetto come un vuoto, che noi siamo originati, da lì veniamo. Questo vuoto però è anche una vertigine.  

 “Da dove veniamo?” è la domanda chiave di questo romanzo , lo fa senza tesi ma seguendo con una precisione millimetrica e a al tempo stesso naturale, ogni sfaccettature, l’evoluzione interiore di Antonia , delle sue amiche, così come della figlia Anna che si sottrae al rapporto ma al tempo stesso è presentissima. Tutto sembra complicarsi con l’innesto di Jessie, giovane californiano che si ripresenta da un passato fino ad ora solo ipotetico e che imprime una accelerazione alla coscienza di Antonia. Jessie ha ventisei anni ed è nato dall’ovulo che Antonia, studentessa in California dopo la laurea, aveva donato a Myrtha, più grande come una sorella maggiore e  che l’aveva portata a un punto di consapevolezza che forse come donna, figlia non aveva ancora. Ora Jessie ha deciso di cercarla, ma chi è quel giovane uomo californiano? Un figlio?  Oppure come si ripete Antonia “i figli sono di chi li cresce, chi li educa, di chi li ama?” Dopo quel dono, Antonia aveva rotto tutti i rapporti con Myrtha e David, il padre di Jessie, e quell’ovulo erarimasto fantasma, un vuoto una manque, un’esistenza ipotetica, un figlio possibile che tuttavia non viene dal futuro, il tempo che in genere si associa ai figli, ma dal passato. Qui il romanzo di Sarchi raggiunge una complessità densa e ricca di spunti, anche interrogando una posizione di potere femminile che c’è dentro una posizione sociale di genere storicamente svantaggiato, tutto senza mai perdere la forza narrativa naturale (anche il romanzo, come la maternità è un ambivalente risultato di artificio e naturalezza).

Se da un lato tutto il racconto è sbilanciato sul piano del femminile nell’oscillazione della maternità come ambivalente ( prigione, obbligo sociale confine della donna dentro il perimetro della famiglia;  oppure grande potere delle donne medesime, che plasmano un essere dal nulla) con Jessie si affaccia un figlio che rivela la dimensione maschile.

Un giovane uomo che se da una lato non è scialbo e quasi sfondo come le figure dei due padri (Paolo e David, non per debolezza della scrittura di Sarchi ma perché il maschile non è più centrale nella questione procreativa,  grazie alla tecnica – dalla pillola alla procreazione in vitro), dall’altro esprime da subito la sua condizione vitale di disperso, lasciato dalla sua ragazza Allison e scosso dalla rivelazione della madre. Sul principio Jessie non si raccapezza, la sua identità vacilla: “ Il passato ondeggiava, mosso dall’inconciliabilità dei ricordi e di quanto Myrtha gli aveva appena rivelato, il futuro gli pareva azzerato, senza Allison.” LA mancanza, la manchevolezza che si era sempre  sentito dentro, forse parte in quanto figlio e maschio, di quel “do ut des” che è la maternità, ora esplode. L’aver avuto in dono la vita e l’amore e il dover essere di una restituzione che lo faceva sentire sempre in debito, alla rivelazione di essere figlio di Antonia e non di Myrtha, lo sgretola: sente di essere fatto di  “pezzi diversi “ma contenuti in ogni caso da un vuoto ormai aperto come un abisso di mancanza e al tempo  stesso propulsione. E’ lì in quel vuoto che la sua identità si svuota di passato, non vede il futuro. Chi sono,  da dove vengo diventano allora prima di ogni storia, discorso,  “una questione di  carne prima ancora che di pensieri, con tutto quello che d’inesprimibile e di oscuro la carne si porta dietro”.

Qui Sarchi lascia che si intraveda un punto di contatto tra Jessie e Antonia nel non avere contatto, nel corpo come questione dirimente della biopolitica, non solo per le donne: quand’è che io sono io, e dunque ‘mio’  o mia? Forse quando capisco da chi provengo? O forse quando – come fa nel moto contrario l’altra figlia Anna – mi libero e liberato da ciò che sono gettando via anche l’amore che mi impone ciò che devo essere? Quando vado a ricongiungermi al corpo della madre o quando lo nego?

Lo stesso vale per chi genera: la responsabilità dell’amore è già un’ipoteca di interessi che poniamo sulla testa dei figli come un giogo? E forse allora il vero gesto di amore disinteressato che genera persone e non solo figli è stato il dono americano di Antonia, che di fatto si è concretizzato in un abban-dono. O meglio un lasciarlo quasi come un colono, alla deriva di un continente sconosciuto.
Jessie sente prima lo spaesamento, spodestato da una storia famigliare, lo sente anche fisicamente, perché la sua vera madre è letteralmente di un altro continente, di un’altra lingua – anche se  lui ha imparato l’Italiano, perché Myrtha ha sempre voluto tenere i legami, seppur ipotetici con la sua genesi. Dapprima sta immobile in uno spazio fermo e irreale “come doveva essere stato fermo e irreale il momento in cui Antonia aveva deciso di fare il suo dono, come doveva essere stato fermo e irreale il momento in cui le due cellule si erano incontrate nella trasparenza del vetrino”. Poi si decide nell’attraversamento di quello spazio e dall’irreale e ipotetico, si presenta, rivendica l’esistenza, una sorta di “ privato habeas corpus”, un rivendicare il diritto di esserci, corpo filiale, ma altro, separato, non sottoposto alla totalità (a rischio totalitarismo) della  cura, che a volte è pure dominio.  La sua esitenza in carne e corpo rivela ad Antonia che “ la gravidanza che ha voluto e vissuto è stata un cedere parti di sé prolungato” ma cosa cedeva e per liberarsi da cosa? Forse proprio dalla paura di lasciar andare l’altro da sé, come sé dall’altro, tanto ache la dedizione di cura svezzamnto e crwscita per anna sono prigione. Jessie invece è totalmente figlio suo, senza esserlo. Senza essere passato da quell’ambiguo potere di  chi non ha potere storico, che sono le madri.  Antonia è cresciuta “tra i totem della maternità” le dice Paolo, p resenza discreta e solida seppure relegata all’angolo, “ma forse ne hai paura”. E Antonia sente ora in  sé la trasfomazione “essere madre ti fa sentire grande non solo perché hai generato una creatura che prima non esisteva, ma anche perché hai attraversato la morte, ne hai sentito la vicinanza. L’hai fatto non per te, ma a favore di un altro. E questo ti fa credere di avere dei diritti, di avere un potere.” Essere madri, per una donna, sconta il paradosso di essere detentrice di  un poter ben superiore – genera la  Vita che è qualcosa di più che la Storia, da cui pure le donne sono storicamente escluse o tenute ai margini dal potere maschile. Ma a sua volta proprio quello che comunemente è definito un gesto di puro amore – dare la vita – si rivela un potere assoluto sulla persona generata, a partire dalla parte esteriore dell’identità, che è il corpo, somigliante per forza di biologia. E’ proprio questo il primo rifiuto che compie chi smette di mangiare, cancellare il propri ocorpo, infrangere quello specchio di somiglianza, rigettare la sessaulità femminile e il suo connaturato elemento riproduttivo. Così fa Anna, come le altre ragazze e antonia, che pure con la sua azienda di produzione id cibi biologici, il suo allevamento di animali che crescono “in modo naturale”, non è riuscita nel tentativo di crescere sua figlia in modo altrettanto naaturale. Ma esiste un “modo naturale?” o non è tutto fruttodi Storiaconvenzione cultura e duqnue ancora una volta potere?  Jessie è un figlio fuori dal corpo della donna che ne è madre. La tecnica di riproduzione artificiale genera un passo di cnsapevolezza. JEsise è figlio del vuoto,  ma stavolta la manxxanza non è un precipizio, un’amputazione, bensì agisce storicamente nela trasformazione “ ciò che non vedi è l’assenza o lacuna che ha creato quel movimento” si rendeconto Antonia. Nel suo essere dilaniata, incerta, fragile, Sarchi mette in azione un’indecidibilità etica su quale sia la strada giusta, lascelta migliore. Essere madre o non esserlo, costrizione o emencipazione? Potere o mancanza di potere, per una donna? Dilaniata dalla duplice spinta della sua maternità tra Jessie e Anna, Antonia sembra quasdi pronunciare un dispeerato “io sono mia” privato : “Che volete da me, vorrebbe dire a entrambi: a quel figlio che non è figlio e a quella figlia che non vuole esserlo; che volete ancora da chi vi ha dato la vita, e ora non è nemmeno piú sicura che ne sia rimasta per sé, che sia avanzato un po’ di desiderio.” La resa alal sua imperfezione, con anna, passa attraverso il paradosso per cui una figlia mata e cura ora la rifiuta e questo figlio-non figlio, ababndonato quando era solo ovulo, ora la reclama. “non c’è garanzia nel sangue” si dice antonia, ma non c’è mai forse. Non c’è nessuna garanzia che l’amore dato sia reso con l’interesse come è tipico diquelal contabilità che il romanticismo e ilcattolicesimo hanno mascherato col nome di “amore” facendone una costruzione letteraria e mitologica di un  sentimento che se si fa discorso, allora è solo per essere letteratura. L ostesso pianto, scoperto per caso nelal madre di antonia e poi provato una volta adulta, che le donna hanno ad ogni mestruazone conclusa è ambivalente desiderio di una restituzione con l’interesse di quella vita che fluisce nel sangueche, lavato via, finito in unassorbente, sembra solo una spreco. Invece è proprio lo spreco, il dono incosciente senza interesse che aveva generato il figlio che ora sembrava resitutire in modo altrettanto disinteressato un amore non rischiesto. Indicibile e in fondo irrazione era dunque la speranza, e se un figlio rappresentava l’utopia o la speranza, generarlo doveva essere un atto senza coscienza, senza illusioni, univco modo per evitare che fosse la fondazione di un potere. Dar vita a un figlio come atto di necessità o come atto del caso? il gesto di Antonia di donare senza pensare troppo, il suo ovulo a Myrtha, è un attimo perfetto: “Un dono in fondo non è mai una necessità, e forse nemmeno una responsabilità”.  Nel fare un figli consapevolmente c’è una responsabilità enorme, della sua esistenza, del suo futuro. Non è solo paura per il figlio, ma paura DEL figlio stesso, che ci inchioda a questo impegno e forse propri oer questo la volontà di dominarlo, di falro a nostra imamgine esomiglianza di amrlo totalmente diventano una necessità di sopravvivere a quelterrore. Ma stavolta è un figlio che non è un figlio – e Myrtha una madre che non è una madre -a d aprire antonia la strada,verso una consapevolzza. Come lafiglia anna cedeva via il suo corpo per liberarsi dalla stretta materna, solo ora che Antonia con Jessie ha potuto vedere il frutto futuro del suo aver ceduto parte di sé stessa, col suo ovulo, ora antonia matura un idea diversa del dono, non come sacrificio che implica sempre una restituzione (è lo snodo centrale delal reazione di Dio all’amore di Caino, che gli offre in sacrificio degli agnelli, ritenuto da Dio troppo implicitamente interessato a volere dietro quell’oferta un ritorno di amore da Dio, così come aveva fatto per abele). Solo liberandsi della maternità, di ogni sua idea, pensiero, responsabilità, una donna  può ritrovare il suo esere genitore dentro la storia, indipendnetemente dall’esserlo naturale o meno, alzando lo sguardo verso   un percorso di futuro, magari anche  verso un punto luminoso, ma generato da una lacuna, da un punto cieco, che ha tutavia  la forma perfetta di un vuoto che ha la forma perfetta di un uovo.

MORTE DI UN GIOVANE POETA. SU GABRIELE GALLONI. RICORDANDO BEPPE SALVIA.

 


Qualche giorno fa non ho dormito. Mi è tornato in mente Beppe Salvia.
 Era morto da poco un altro giovane poeta, Gabriele Galloni. Della sua morte si è parlato in questi giorni, suicida o no, conta poco, la scomparsa di una vita giovane lascia sempre un senso di amarezza e ingiustizia. Che fosse un suo dolore o una protesta, anche questo conta poco.

Ma mi è tornato in mete quel 6 aprile del 1985.  Beppe Salvia per quelli che amano e fanno poesia, specie se all’epoca viventi a Roma, è stato un evento che ha messo un segno minimo, ma per me grande, sulla stagione letteraria italiana. Un poeta che ha bruciato per una stagione breve, accolto con sorpresa ed entusiasmo dalle prove su rivista – non arrivò mai a pubblicare un libro in vita, ma la sua vita rimase a risplendere, luce coatta della stella congelata nella sua morte.

La poesia aveva ereditato stagioni importanti, ma anche un senso di finitudine, in quei primi anni Ottanta. Salvia non aveva pubblicato nessun libro, a 30 anni – per quanto possa sembrare strano i giovani di quell’epoca furono molto rallentati, frenati, invitati a restare adolescenti da un piacere della vita che era seguito ai decenni di conflitti. Consumare, for ever young. Al resto pensavano i più grandi, i nati nel dopoguerra che non avrebbero mai mollato i loro culi dalla cadrega ancora per anni a venire.

Da qualche anno l’industria culturale dell’editoria era cambiata, punto di svolta “il nome della Rosa “di Eco. Dietro il suo milione e passa di lettori, anche più negli anni a seguire, emergeva un nuovo pubblico, frutto dell’istruzione di massa iniziata nei primi anni 60. Quei bambini del boom avevano preso un diploma quasi tutti e una fetta era anche andata all’università, ce n’erano tanti che da figli di proletari che erano (c’ero anche io, qualche anno dopo, entrato a Lettere nel 1983) studiavano, che a studiare erano i primi della razza loro, come cantava Guccini.

 Io di anni ne avevo 21. Ma adesso realizzo che era già pesante quell’età, sentivo non d’aver vissuto, ma che il vissuto fosse stato il vulcano dell’epoca precedente esploso, ma noi eravamo sepolti dalla cenere.

La condizione del fuori-corso dall’università era diventata categoria spirituale di una generazione. Poi l’avremmo chiamata post-moderno. Era condita da molta nostalgia, non del nostro vissuto, ma di ciò che avremmo potuto essere e di ciò che intuivamo non saremmo mai potuti diventare.

Salvia era nato a Taranto nel 1954, studiò a Roma dove aveva frequentato la scena letteraria della capitale, allacciato rapporti con il gruppo “Braci” un importante gruppo letterario romano, raggruppato attorno alla rivista che portava quel nome, fondata da Claudio Damiani di cui facciamo parte Arnaldo Colasanti Marco Lodoli Giuseppe Salvatori Gino Scartaghiande e a cui ruotavano tutta una serie di altri giovani poeti aspiranti poeti. anche io, con qualche amico, cercavo di stare ai margini delle loro serate, neostudente, silenzioso e muto come alle feste delle medie, in cui fai carta da parati.  Avevo iniziato a Scrivere con maggior cognizione consapevolezza tra la maturità e l’inzio scintillante dei corsi universitari, grazie al caso: fui assegnato a una giovane docente, associata, Biancamaria Frabotta. Fu una stagione indimenticabile. Maestria e illuminazione, insegnamento che filtrava nelle fibre del vissuto. Racconto di stagioni del 900 e insegnamento di cosa la poesia fosse dal testo. Il Testo su tutto – e tutto, il resto, intorno. Non solo, ci guidava fuori dai suoi doveri di docente, i pomeriggi e serate ad alcune letture di poesia.

Una volta seguimmo anche le letture del festival di poesia a Villa Borghese, era il 1984.  Beppe Salvia era tra i partecipanti, ma non salì sul palco. Voleva far rumore con la sua assenza. Rifiutando “la scena” riconsegnandoci al vuoto e a una meditazione solitaria, intrapsichica. Era il 1984 non a caso.  Era iniziata da tempo la società dello spettacolo, Salvia che era un poeta dallo stile cristallino, diretto, ci avvertiva del pericolo. Il palco era già crollato sotto il peso del “pubblico” che l’aveva occupato nel 1979 a Castelporziano. Forse era tempo di lasciarlo definitivamente. Infatti, i festival di poesia finirono, da lì a poco, Roma, Milano, ecc.

Al festival di Villa Borghese del 1984 ricordo anche Amelia Rosselli. La sua bisaccia, la camicia leggera, lo sguardo fisso, né cupo né socievole. Fisso.

L’altra notte nel mio dormiveglia angosciato ho ricordato anche lei. Che si suicidò anni dopo, nel 96, gettandosi anche lei da casa sua.

Amelia Rosselli l’avevo incrociata una sola volta di persona sarà sato il 1987 o 1988, insieme al mio amico Pietro Pedace che faceva una tesi di laurea sulla sua poesia – la incontrammo dalle parti di via del Fico, lei voleva che lui le riparasse la lavatrice, non si fidava a chiamare i tecnici potevano essere della CIA. Pietro non sapeva come fare si offrì di salire, con me, ma lei non si fidò neppure di me e se ne andò – Pietro era sollevato, dell’incombenza da idraulico, io certo persi una grande occasione, anche se leggendo il libro di Renzo Paris e di Emanuele Trevi, penso non sarebbe stato facile parlare.

  Solo oggi mi accorgo che Primo Levi si era ucciso non molto tempo prima, nel 1987, insomma pochi mesi prima dell’incontro con la poetessa-libellula. Levi si era ucciso lasciandosi dalla tromba delle scale – anche sulla sua morte c’è una qualche incertezza, qualcuno dice non fu suicidio, ma chissà.

Di tutti questi voli, di tutte queste morti, credo che l’altra notte sia tornato indietro come una risacca lenta di anni. Anche Pietro Pedace morì, per una banale ma tragica complicazione operatoria, nel 1999. Il millennio che fuggiva era finito in un precipizio. Le pagine del diario, ferme e incollate.

Prima della morte, Beppe Salvia era vitale e in fibrillazione. Voleva essere come tutti e nessuno, forse. Oscillava come in quel gesto a Villa Borghese tra il teatro sempre aperto del quotidiano (Roma è questo) e l’annullamento dell’anonimato nella metropoli. Un poeta è sempre – a Roma – un ragazzo di vita. Uno che si crede chissà che e chissà chi.

Ai poeti di Roma, da Catullo a Valentino Zeichen e Patrizia Cavalli importava una certa teatralità della vita del poeta stesso, più che la poesia, che ne certificava il sentire. Unico a fare la differenza, Valerio Magrelli a cui importava un certo teatro mentale della lingua e del senso – ma già Magrelli faceva parte per sé stesso, a questa sua singolarità resterà sempre legato.

Essere poeta a Roma, un leggero fantasma di indolenza. Forse un po’ anche un atteggio.

 Come forse i poeti delle grandi metropoli, ma a Roma viene fatto in un modo tutto suo. Il poeta creava il personaggio di sé. Sempre attaccato alla vita come Romolo e Remo alle zinne della lupa.  

Beppe Salvia – poeta romanissimo proprio perché come Catullo, Zeichen o Cavalli NON era di Roma, e dunque oriundo come tutti - di personaggi ne aveva creati fin dall'inizio. Le sue poesie erano notte come pseudonimo alla Pessoa: Elisa Sansovino. Silvia Isola. Con questi nomi aveva pubblicato, solo su riviste, oltre che col suo nome.

Conservo ancora il libro che è uscito postumo, “Cuore” e dentro il libro conservo l'articolo di Paese Sera, di qualche giorno dopo il suicidio, In cui c'erano tre articoli che ne parlavano: il più noto, quello di Marco Lodoli (“Morte di un giovane poeta “).

Quella morte – e in qualche modo anche quell’articolo, quel tempo - fu uno spartiacque per me. E sigillò l’inizio di una storia di poesia personale, ma nel segno della morte. Del resto ero un ragazzino cresciuto col senso di piombo cupo,  addosso, la lunga sequela di morti e feriti aveva scandito dall’asilo (il 1969 con Piazza fontana) a scuola, medie e liceo e poi l’Università: la morte mi inseguiva per la strada,  e pochi giorni prima della morte di Salvia, il 27 marzo 1985 , mentre io sono a lezione a via de Lollis, poche centinaia di metri più davanti alla facoltà di Economia le Brigate Rosse uccidono Ezio Tarantelli.  Ci ero nato e cresciuto col sangue dei morti ammazzati italiani, io come tutti.

Quella di Tarantelli era l’ultima coda velenosa. Gli anni 70 erano finiti, la società cambiava pelle, anche la poesia. C’erano grandi poeti, ma – come diceva Magrelli – era la fine dei gruppi. Poeti e poetiche e individui.

Se nei primi anni Ottanta era ancora in corso quel weekend postmoderno che era seguito agli anni 70 che eredita, con ancora moltissimi stimoli e fibrillazioni che arrivavano specialmente nel mondo musicale dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, di fatto iniziava un'altra era.

Gli anni 80 veri e propri. Altri valori Certo il modo la guerra fredda i trattati del nucleare, Reagan, Thatcher. E da noi? basti dire che pochi giorni prima della Morte di Beppe Salvia (non che ci sia legame, ma segretamente chissà) il Governo Craxi aveva fatto votare con la sua maggioranza in Parlamento il decreto Berlusconi, il famigerato e cosiddetto “decreto Berlusconi” che gli assegna a prezzi di favore le frequenze – un gesto che segna i futuri trent'anni di storia italiana. E Fininvest era nata da poco.

 oggi si polemizza molto dello scrivere della morte di Gabriele Galloni. Nel 1985 non c’erano tutte queste fisime di prudenza e intricata omertà spacciata per rispetto o viceversa.

Marco Lodoli, che di anni ne aveva 29, e anche lui all’attivo un solo libretto (Un uomo innocuo) iniziava l'articolo così:

“Beppe salvia è morto a Roma 30 anni gettandosi dalla finestra di casa sua sabato 6 aprile a via del Fontanile Arenato. Ho sempre avuto l'impressione che abitasse in quella via perché il nome gli piaceva. Un nome liricamente simbolico”.

Ci sentimmo tutti fontanili arenati” e prosciugati. Altri poeti stavano scrivendo di una desertificazione metafisica, Come Milo De Angelis, che invadeva anche l’asfalto e i campi di calcio di periferia, le stanze – era diventato un tempo di stanze, non di piazze.

Stanze di poesia. Però la fine epoca si sentiva, il prosciugamento. Qualcuno ha scritto anni dopo (lo scrittore e poeta Daniele Mencarelli) che già il gruppo dei Poeti di Braci: “aveva capito che la poesia non interessava più a nessuno” in quei primi anni 80. È una sensazione ricorrente.  Non erano passati molti anni, anzi solo 10, dalla morte di Pier Paolo Pasolini e dal discorso memorabile di Alberto Moravia in Campo dei Fiori quando dice “di poeti, di grandi poeti ne nasce solo uno per ogni secolo”.

In realtà ne erano nati e l’anno dopo, nel 1976 quello che io considero davvero uno dei grandi del secolo XX, Milo De Angelis pubblico il suo primo dirompente libro “Somiglianze”. Uno strappo, sia rispetto alla poetica e lo stile piano e comunicativo della poesia romana, sia verso le tessiture avanguardistiche del gruppo 63. Altri grandi poeti avevano scritto prima di Pasolini e dopo.  Le parole di Moravia erano un po’ come un post su Facebook oggi, cose che si dicono sulla scia d’emotività poco controllate.

Per Marco Lodoli – come altri hanno scritto a proposito di Gabriele Galloni – anche Salvia “era il più amato trai poeti della sua generazione di chi ha “30 anni e scrive versi senza sapere bene perché”. Era vero per entrambi, per quel loro stile limpido, esatto, arioso, di luce orizzontale.

Io lo avevo letto, ma poco. Ci ho parlato solo una sera. Forse Beppe salvia non si sentiva tale sentivo un’esclusione sentiva una non collocazione, così almeno ne parla Lodoli e ne parlano anche altri, io l'ho solo conosciuto per una sera, ci ho parlato un po’.

Ne ho scritto sul diario di quell’anno, il mio, ho un ricordo vago, anche se il timbro era malinconico o amaro, ma spesso i poeti hanno il sangue amaro. magari sbaglio sono passati più di trent’anni. Erano chiacchiere primaverili a Roma. Forse eravamo dalle parti del Rione Monti. Il giorno in cui seppi la morte di Salvia ci fu un terremoto interiore. Ero ai primi passi, studente e aspirante, alle prime uscite dentro quel mondo della poesia e già il sigillo di un suicidio. Che poi ha segnato a varie riprese la letteratura italiana ma questo era al mio fianco, il resto lo avrei imparato con gli anni.

A 21 anni per me fu una spezzatura, una faglia o frattura. Ci costruisci sopra le case ma sai che resta sotto. Ero torna indietro questo ricordo dopo la morte di Gabriele Galloni. Qualcuno ha scritto, con fare di iena cattiva, che Gabriele Galloni si era suicidato contando le copie invendute del suo libro. Non si può dire nulla in verità

Ai tempi, in ogni caso, Lodoli scrisse qualcosa di simile su Salvia. Che “se avesse pubblicato un libro. Chissà avrebbe preso forma la sua vita. E forse avrebbe accettato più stabilmente di essere poeta ci si sarebbe riconosciuto “.  Lodoli Cita Umberto Saba.: “Fu come un vano / sospiro/ il desiderio improvviso d’uscire / di me stesso, di vivere la vita / di tutti, / d’essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni “

Perché il poeta per definizione è sempre in una condizione di separatezza, esclusione e insieme auto esclusione. Oggi invece coloro che osano dirsi con sicumera “poeti” sui giornali rivendicano di essere guida e consolazione dei lettori.

Oggi il modo è enormemente cambiato, ma pure ha dinamiche simili, specie in quell’esercizio per una minoranza occidentale di benestanti (tutti gli occidentali sono benestanti rispetto a gran parte del mondo anche i poveracci) e che chiamiamo letteratura.

Ancora una volta come la poesia del gruppo Braci, contesta l’esistenza di un mondo di poteri forti della poesia, gli “addetti ai lavori” un’élite che occupa il territorio. Oggi a dire il vero molto è cambiato e Beppe Salvia se da un alto ha avuto ragione nel cercare il suo dettato semplice e puro - e fu anticipatore – dall’altra io dubito che un poeta che non voleva salire sul palco, oggi sarebbe salito su scranni di festival e tv, social e serate, incontri e occasioni sociali. Però hanno successo (relativo ma pure successo) i poeti che scrivono con le parole di tutti.  Arrivando anche a scrivere, Forse, tutto sommato delle didascalie di un sentire Diffuso e rispecchiabile in tutti.


Anche la poesia di Gabriele Galloni poteva sembrare parte di questo rinnovamento, lasciando alle spalle una poesia supposta “difficile” e per addetti ai lavori, ma anche Gabriele lo era a suo modo, ricco di letture raffinate e meditate e infatti la sua scrittura è quella che oggi fa riferimento a una  poesia alla Caproni, ricca di sensi e tramature, rimandi, capace di evocare una sospensione della realtà pur dentro un quotidiano delle immagini, un controtempo della Storia fatto di Momenti, un sole che brilla un pomeriggio estivo fissato in una sequenza come fosse per sempre. Una poesia che fa scaturire il non visto dalle parole, non che cerca di ribadire il già visto e compreso. Portare i lettori a un altrove, non lasciarli dove sono per non farli sentire spiazzati. Una poesia che non si scrive dove già sanno i lettori.
Una poesia che non sia mai scarto dalla norma, ma ribadisca il già comune, come cantare la canzone che sanno tutti, scalderebbe i cuori di una sera, ma sarebbe il vero suicidio della poesia.

Non io, ma nemmeno coro. 

FAMILIE. Il Nuovo capitolo del "realismo" di Milo Rau, il teatro oltre l'autofiction letteraria

 



"Tutte le tragedie familiari si assomigliano”. Solo in apparenza Milo Rau, durante un’intervista, ha ribaltato l’assunto del celebre incipit di Tolstoj, secondo il quale le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo. Con il suo lavoro “Familie”, visto al “Romaeuropa festival” ,  il regista svizzero ha invece indagato oltre la spiegazione psicologica che potrebbe accumunare storie di disagi familiari. “Familie” è il terzo capitolo di un lavoro che Rau ha dedicato ai crimini, ai gesti di morte nella loro possibilità – o meno – di poter essere rappresentati a teatro. Stavolta, rispetto al secondo capitolo  ( “The repetition”)  o “Oresta a Mosul” non c’è morte violenta per mani di altri, ma una storia privata, familiare, di straziante semplicità: nel 2007, in Francia, i Demeester, padre madre e due figlie adolescenti , con la loro vita normale senza problemi di sorta, finanziari, di separazione, nessuna patologia psichiatrica o depressiva, né problemi di droga, come assicurarono poi i medici, di media borghesia, decise di suicidarsi. Lo fece, dopo aver impacchettato tutto in casa, come un trasloco. I quattro componenti furono trovati impiccati nella loro villetta di Calais.  L'unico indizio un biglietto conciso: “Abbiamo fatto un casino.  Scusate." 

Cosa avevano sbagliato ? Non si è mai saputo. Milo Rau fa di questo enigma un punto di forza. Il procedimento teatrale è nello stile di altri lavori del regista , mescolando la realtà fattuale dell’accaduto, narrato/rappresentato, con il vissuto degli attori stessi in una sorta di indagine parallela. La verità della biografia dell’attore viene  “messa in scena” ma decostruendo ogni teatralità tradizionale. Rau usa i suoi consueti tre livelli : teatro fisico, video (telecamere sparse sul palco)  e frammenti di documentario. Questo potenzia la “rappresentazione”, ma Rau lo esplicita fino a evidenziare quanto questo distorca. Per questo caso di Calais Rau prova un scavo che superi la psicologia. La singolarità  assoluta dei Demeester viene posta da Rau nelle mani di un’altra famiglia, quella degli attori Filip Peeters edella moglie An Miller con le loro figlie  Leonce  e Luoisa. Così il resoconto di quel che potrebbe essere  stata l’ultima sera della famiglia Demeester si intreccia e sovrappone con una sera normale dei Peeters, che portano i loro gesti, abitudini, problemi, la  banalità quotidiana di una famiglia. Salvo alcuni momenti di narrazione in cui la scena si ferma, il vissuto delle due famiglie si confonde e i Peeters mettono in gioco le proprie  crisi, narrando anche cosa abbia significato accettare questo lavoro e assorbito e fatto proprio il gesto drammatico dei Demeester. Naturalmente si potrebbe dire: è tutto teatro, anche quando dal palco si dice “non è teatro”. Rau disinnesca però il paradosso del mentitore, decostruendo, esplicitando il percorso, lasciando agli attori di portate un’autoanalisi in scena, restituendo un senso umano alle domande esistenziali senza risposta. Gli attori “Interpretano”, ma pure “sono” (come) quella famiglia (a un certo punto Lousia Peeters lo dice parlando del suo personaggio : “ c’è poco da intrepretare, lo sono”) . Ciò che emerge è la potenza del non-senso,  di un dolore o di una frattura svuotante che dal privato dei Demeester passa ai Peteers e descrive non monadi di disagio privato ma, alla fine, descrive una generale inquietudine per il generale fallimento di un mondo occidentale, che non ha saputo essere ciò che sperava, dopo un secolo di utopie e ora è minacciato dal suo stesso benessere, che si fa erosione di risorse.  a classe media è vittima e carnefice di una profanazione del pianeta e - ci sembra sia questa l’ipotesi politica di Rau – si riversa con ritorno di angoscia esistenziale sulle stesse famiglie per cui questo benessere è stato felicità (i filmini della famiglia rivisti assieme con un carico di angosciata malinconia)e specie sui figli, proiettati ora verso un futuro di ombre. “ Se il nostro destino è la morte – dice a un certo  punto Leonce Peeters, aprendo una confessione su ciò che scrive nei suoi diari e sulle sue stesse pulsioni suicide - perché non morire subito?”. I Demeester potrebbero aver tratto le stesse conclusioni e poi messe in atto? Può darsi, se anche una famiglia soddisfatta come quella Peeters-Miller rivela in realtà questo pensiero angosciato al suo interno, sentito e elaborato dalle figlie. Il lavoro di Rau da psicologico si fa filosofico e politico, grazie ai suoi bravissimi attori, con un’opera che rinnova una tradizione di vis-a-vis con la morte e il non-senso, che va da Beckett (“ma senza la buffoneria esistenziale di Godot” dice sempre Rau,) fino a Carrère passando magari per Leopardi. La ragione per vivere sta nella coscienza che non c’è ragione sufficiente, ma pure la vita si ostina ad essere. Il suicidio come protesta esistenziale, posto dalla lucida analisi delle figlie Peeters, sta esattamente in quello stesso luogo privato del teatro familiare dei Peteers, con quegli stessi gesti e parole minimi, elencati dalle ragazze-ginestra a dire una irriducibilità della vita stessa,  che sa “essere” al di là del discorso dell’Io, pur nella sua logica stringente di una filosofia del negativo che dice il male di vivere, vede il non-essere dietro la maschera di una realtà assurda. “Familie” diventa così uno spettacolo che è sia Urlo muto, alla Munch, che inaspettato inno, commovente e sommesso, della vita. 

DAL POPOLO AL POP E RITORNO. TOMMASO LABRANCA, UN LABORATORIO DEGLI ANNI 90 PER CAPIRE L'EVOLUZIONE DEL POPULSIMO IN CHIAVE MEDIATICA

 


“Non te lo sei meritato Tommaso Labranca! ”. Fatemi iniziare con una provocazione: Michele Apicella si rivolgerebbe così all’avventore qualunquista e populista di un bar di oggi, 2020, il quale direbbe (anzi dice, basta andare nei bar ) le stesse cose qualunquiste sugli italiani che “stavano bene a pascolare le pecore!” del suo omologo comparso in Ecce Bombo.

. Avrebbe avuto ragione Apicella, se questa scena fosse realmente accaduta (o girata)  perché naturalmente l’avventore non avrebbe meritato l’intelligenza luminosa che Labranca utilizzò per difendere quel tipo di persone.

L’avventore nulla avrebbe saputo dello scrittore che più aveva difeso quel segmento sociale nel mirino di Apicella/Moretti e che genericamente oggi chiamiamo popolo o massa o pubblico ecc. E tuttavia, per quanto Labranca si sia schierato contro gli snob a difesa e a appassionata interpretazione dell’estetica televisiva del dopoguerra nella quale egli stesso era cresciuto, è finito per diventare autore di nicchia, colpevolmente dimenticato però anche dal segmento più colto e cool, ovvero anche da tutti quelli che oggi usano (a sproposito) le sue formule estetiche.

Arriva dunque al momento giusto il libro di Claudio Giunta “Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca” ( Il Mulino). Chi era l’autore di libri come “Andy Warhol era un coatto” o “Estasi del pecoreccio “pubblicati da Castelvecchi a metà ani 90,  o del più noto “Chaltron Escon” pubblicato da Einaudi? chi era l’autore di programmi Tv, tra cui il più famoso ”Anima mia” di Fazio in cui Labranca era anche in scena? E chi era l’infaticabile produttore di fanzine, riviste, articoli, pubblicistica di ogni tipo, commissionata, commerciale  o underground, originale e marginale insieme? Era un scrittore. Totale. Un autore che esplorava il mondo della “popular colture” tra Tv musica e cinema, con lo strumento della scrittura, tenendo in background i canoni della cultura alta, senza farne Verbo o Pre-Giudizio, usandoli come strumenti seri per oggetti estetici presi con serietà seppur affettuosa e bonaria.

come  avrebbero fatto i critici d’arte con le opere, le ri-creano. Labranca fece questo. Raccontò ma forse ri-creò, nella posizione di uno scrittore che descrive una “commedia umana” - l’Italia trasformata dalla Tv. Che era un paese-senza la consapevolezza di essere quella trasformazione. Come accaduto attraverso la letteratura (e questo Giunta lo sa meglio di tutti in quanto  studioso della storia delle opere e degli scrittori dal Medioevo a oggi) la “lingua italiana” si formò senza che esistesse una realtà geopolitica e sociale chiamata Italia. L’unità del regno e poi il Fascismo fecero solo i primi passi, il cammino verso il “paese Italia” si fece però con la repubblica, la democrazia e la Televisione.

Un paese ancora in gran parte illetterato, non scolarizzato, era già all’ascolto dell’italiano standard di Mike Bongiorno nel 1954 e solo nel 1963 sarebbe arrivato il compimento della scuola obbligatoria. L’Italia si trasforma ancora negli anni 60 (dalle “pecore” all’Italia “industriale” direbbe l’avventore) ma  passati conflitti degli anni 70 è la scolarizzazione media di massa e la Tv che prendono forma nel “paese senza” degli anni 80. Con gli anni 90 la parabole è al culmine, con  Berlusconi che da leader dell’Immaginario Tv divenne politico attraverso la tv.

Giunta fa una simile partizione

 

Labranca raccontò tutto questo ma dal basso e dall’interno. Scrisse libri, fece tv, radio, articoli sui patinati.  Poi complice una parabola anche umana tormentata, un carattere difficile, una reale originalità da “cane sciolto” da ogni ambiente – scivolò nell’ombra, fino ad essere non solo poco ricordato, ma anche, finché vivo, poco ingaggiato a scrivere, dunque a guadagnare, mettendolo in difficoltà, alla soglia dei 50 anni in una neo-precarietà simile a tanti trentenni degli anni zero che tuttavia nulla sapevano di lui.  fino a morire all’improvviso a 54 anni in un torrido giorno d’agosto nell’hinterland milanese di Pantigliate dove da sempre abitava, vicino alla sua famiglia, immigrata dal sud che in quella suburbia del milanese si erano stabiliti negli anni 60. Fu noto – ma la formula gli restò attaccata – come il teorico del “trash” ovvero di tutta quella produzione popolare di canzoni, programmi, film ecc che tuttavia non va tradotto con “spazzatura” benché il termine quello significa.

Labranca  lo scelse apposta, partendo dal dato che per la società colta, impegnata, snob, tutta la produzione pop era tendenzialmente da buttare, per ribaltarlo o quanto meno per cercare una terza via dell’estetica tra Bello e Brutto. Labranca creoò concetti, un pensiero e poi  una definizione celebre (per lo meno tra chi come Giunta lo ha amato dai libri e chi come chi scrive lo ha anche conosciuto e interpellato più volte in radio su  questo) del “trash”: era un’ “emulazione fallita” di un vero mito d’oggi, emulazione del Pop-Mito. per capirci, Little Tony che ovviamente imita Elvis Presley, ma ben consapevole che non  vuole imitarlo per raggiungerlo, ma solo emularlo fino a dove gli è possibile rassegnato a non farcela, ma anzi, in quell’imperfezione non essere solo “copia” di scarto, ma fondarci la propria identità: Little Tony pur essendo evidente che imita Elvis, è dunque esattamente  solo Little Tony.

Se da un alto è un fallimento che produce anche effetti comici o grotteschi (e in questo Labranca riprende l’osservazione della tipologia umana dei “mostri” nell’accezione del suo maestro, Dino Risi, dall’altra proprio come Risi è umanamente  empatico con quei social tipi, anzi di più: rispetto a Risi, esponente di una intelligente borghesia colta, Tommaso Labranca ne E’ PARTE di quella umanità popolare. I

l mito che si aspira a imitare finisce poi per diventare un’ombra nello  specchio. E Little Tony è felice di essere  Little Tony. Labranca è con lui, come lo sarà con Orietta Berti di cui divenne amico, scrisse una biografia, adorandola, per la sua semplice accettazione di una medietà perfettamente coincidente col mondo che voleva esprimere. Quella di una  società contadina che si stava emancipando con il lavoro e la piccola impresa, omologandosi convinta ad un modello piccolo borghese, aborrito dagli snob, ma vissuto come una vittoria sulla fame e sulla povertà da chi ne era parte in causa – e Labranca pur senza studi, da figlio di immigrati pugliesi, padre gommista, divenne autore della Tv e scrittore.

Il suo lavoro sul trash descrive la musichetta dell’ascensore sociale. Continuavano ad esistere anche delle differenze, non c’è dubbio, complessità che la produzione colta ha alle spalle  un background estetico, mentre invece la produzione del rock, della tv, della canzone melodica non ha alle spalle nulla, esiste da sé, nasce acefala e orfana,  e poi l’industria culturale la fissa in un supporto fisico e diventa “opera”.

 Quello che contava nel giudizio per Labranca tuttavia è come veniva fruita e la reazione estetica che produceva nel soggetto che percepisce un’opera. Il valore della produzione scritta di Labranca, ci suggerisce Giunta, è di essere stata prodotta da una posizione in cui tutte le forme estetiche, popolari o della tradizione colta si intrecciavano in modo “poroso” senza sbarramenti di pregiudizio. Era l’ibridazione, il melting pot dell’immaginario. Senza immaginare un mescolamento di alto e basso semplicemente perché quella geometria non c’era  Questo perché la produzione estetica è stratificata, molto dipende dal contesto, dalla capacità di recepire non solo la Cultura Alta, ma anche un prodotto pop di cui si conosce e capisce la presenza e si finisce per fruire il più rassicurante e nostrano prodotto – con parole d’oggi Little Tony è pop a kilometro zero. Labranca non fu solo questo, fu molte altre cose. Va detto che il libro di Giunta anche se non vuole essere né una bio/agiografia, né un risarcimento postumo, in un certo senso restituisce la complessità del pensiero che potremmo definire sociologico-iconologico di Labranca che forse unico ha saputo leggere i fenomeni del suo tempo sottraendoli alla dialettica brutto/bello o Alto/Basso. Ma anche sottratta alla facile enfasi populista reazionaria che si nasconde dietro il Fantozzi ribelle alla corazzata Potemkin. Così come solo il Villaggio che frequentava i cineclub nella Genova degli anni 60 insieme a De André e coltivava la novelle vague poteva scrivere quella battuta, così solo Labranca da  Pantigliate, nutrito di Tv in Bianco e nero rai  e poi colorato Fininvest, poteva scandagliare il “barocco brianzolo” con un sentimento doppio, di serietà iconologica ma anche di appartenenza a quel contesto che poi quei mobili li aveva in casa. E tuttavia oggi anche lui potrebbe essere ascritto ai radical-chic perché mai si sarebbe arreso alla semplificazione. Il pop del popolo secondo  Labranca è complessità è ricchezza è apertura

E’ questa la funzione Sordi che Apicella vedeva in termini semplificati, e oggi viene rivendicata da destra proprio nei termini semplificati ma erronei di Apicella. Labranca avrebbe invece esaltato il valore complesso della funzione Sordi ,scrive Giunta che citando Labranca dice “nessuno dei personaggi di Sordi avrebbe mai espresso un concetto tanto grezzo e lapidario come quello dell’uomo con cui discute Apicella nel bar. Sordi , scrive Labranca è un Suchender, ovvero qualcuno che cerca qualcosa, che aspira a una condizione di vita diversa.

Il popolo di Labranca è biograficamente quello di chi si è mosso, messo in cammino e salito sull’ascensore sociale, pur con i suoi difetti e limitazioni. Il popolo di Salvini è quello che si siede col culo sulle sue radici padane che non vuole altro che difendere ciò che è senza alcun desiderio rivendicando un’italianità statica che è il contrario dell’italianità dinamica che portò il paese alla veloce emancipazione e crescita. Salvini difende gli italiani e il loro pascolo, Labranca sta col popolo che azzarda farsi moderno.

In qualche modo nella seconda parte della sua vita un’involontaria nostalgia di quella pulsione avventizia, messianica sarebbe stata un riflesso nelle pagine di Labranca, così come un’infanzia fata nel mondo del bambino consumista felice, momento di una felicità spontanea nel consumare come nell’essere che il Neoproletariato perderà, facendosi adepto della Eleghanzia, mentre quella felicità monodimensionale nell’aderire al consumismo senza contraddizioni Labranca la rivedeva nei suoi vicini rumeni. Perché esiste anche un età dell’oro del consumismo, che rigettala nostalgia agreste di Pasolini, che non fa epopea dell’emigrazione ma è felicemente incastrato nei “tempi felici” della fine degli anni 70 inizioanni80, mentre poi si son infognati in una fissità da coazione a ripetere le tre Effe la trinità totalizzante della loro vita, Fitness fiction e fashion. I neoprletari imitano i costumi delle élite economiche, le élite economiche si omologano proletari in un “contagio alla rovescia” come lo ha descritto Walter Siti.  Sia i neo proletari imitatori dei costumi dei benestanti, sia i ricchi contagiati dallo  stile neoproletario televisivo (il tamarro da grande fratello, per dire)  sono quelli  tutti che assieme stanno in coda “all’evento” sperando  di essere in lista, trafficando per avere un pass “all areas”.

Il mondo di Labranca è parallelo e contiguo anche fisicamente al contesto in cui viene alla luce quel che divenne poi suo amico, lo scrittore Aldo Nove, nella comune Brianza, negli stessi anni – e per lo stesso editore, però romano, Castelvecchi (Giunta racconta di episodi di incontri e omaggi reciproci).  E forse in generale si può dire siano complementari, forse Nove era lo scrittore che Labranca riuscì ad esser così come Labranca è stato il teorico, il fenomenologo sistematico del mondo che condivideva con Nove e che lo scrittore di Viggiù ha espresso con i suoi personaggi, ma mai con una riflessione meditata come quella di Labranca, quasi sistematica, con capacità saggistiche diciamo ‘corsare’.  Labranca fu uno scrittore- saggista originale anche perché era biograficamente in posizione inedita rispetto alla media degli studiosi, degli intellettuali, dei giornalisti che si occupavano di tv e costume sociale, anche quelli che più si atteggiano a cool, pop e rock, ciò che stava succedendo in quegli anni 80 e 90 era qualcosa di inedito che non poteva essere letto ne con la sociologia o l’antropologia del 900, neppure quella come Eco (che scrisse di Mike Bongiorno ma degradandolo a mediocre rappresentante della medietà di messa Italia). Ciò dipendeva dalla posizione biografica 8e dire biopolitica) in cui si trovava Labranca  he come altri “ci stava dentro” quel contesto in cui il trash emergeva accadeva veniva consumato (magari però scritto da autori ancora appartenenti al coté colto).

E’ in quella posizione in cui  e in qualche modi ci siamo ritrovati noi (qui devo per forza passare al personale perché il personale è politico e pure estetico e sociologico)  che venivamo  da famiglie di contadini inurbati con la quinta elementare  siamo riusciti a studiare. Labranca – che era refrattario agli ambienti – scelse di non studiare all’università ma seguì scuole lingue che gli permettevano anche di essere onnivoro lettore di stampa e libri e di fatto di essere molto più up-to-date, senza tirarsela come gli uptodate che sempre ostrano di voler fare il passo emancipatori fuori dal loro modo d’origine (Eugene de Rubemprè ne “le illusioni perdute” di Balzac, altro eroe di provincia che però rinnega sé stesso per far parte del beu monde) Labranca no, resto sempre a Pantigliate, e seppure divenne un certo punto pagatissimo autore del programma rivelazione della terza rete, fu sempre bastian contrario tanto da perdere anche quella posizione – più che perderla gettarla via – I libro di Giunta ha il merito di ripercorre tutto questo con il rigore (qui è l’anima del docente della Normale) dello studioso che ha fatto una accurata ricerca filologica di tutta la disseminazione, la depense labranchiana. Ricostruendo l’originalità, il modello anomalo di scrittore, anche ripercorrendone l’importanza della vita, non solo delle opere perché se c’è un tratto centrale è appunto che questa novità della realtà di massa anni 80790 e di essere materia di formazione esistenziale e fisica, di formare il materiale l’immaginario dei corpi sociali che crescevano in quegli anni. LA musica pop, i video giochi o la tv era innanzitutto una reazione psichica e fisiologia, erano risposta del corpo al medium erano quella che dekerkove – aggiornando i suo maestro McLuhan – chiamò proprio in quel primi anni 90,  la pelle della cultura su cui il medium esercitava quel massaggio che era di fatto un  cullare entro cui sempre più nasciamo e siamo nati (nativi digitali oggi rende questo essere da sempre corpo mediatico e non a caso alla fine l’evoluzione dei media non è il “touch” non è lo schermo sfiorato con la pelle de dito?). La tv parlava prima al corpo che alla mente in questo sta la sua forza senza conoscere la quale non si capisce e si disprezza la fruizione televisiva.  Labranca ne costruii in fieri un’idea e ne comprese e descrisse lo “spirito” attraverso un vivere in prima persona e con sincera passione di fruitore-tra-i-fruitori quella sua fenomenologia  di oggetti estetici che preludeva a una diversa etica del contemporaneo. Rileggere il libro di Giunta è allora uno squarcio sulla possibilità che avremmo avuto di capire meglio l’era Berlusconiana e anticipare quella del populismo tra Salvini e Grillo (altro “eroe della tv “ anni 80 e 90 non a caso, e non a caso i due leader di sinistra e destra Salvini e Renzi furono alla corte proprio di Mike Bongiorno. Là dove alcuni vedono qualunquisticamente una grado culturale zero dei Labranca fosse stato tra noi avrebbe visto la complessità di quella coincidenza. Ci manca, mancano dagli scaffali le sue opere. Come Averroè per Aristotele, se ne può capire l’importanza attraverso questo saggio di Claudio Giunta che ha messo la stessa partecipazione nel ricostruire la vita e le opere di Tommaso Labranca e illuminare il valore e con esso aprire anche uno squarcio al suo tempo che è il nostro passato prossimo, siamo nativi trash, anzi noi dovremmo rivendicare con orgoglio non passatista, ma con quellla inattualità nietzschiana dirompente e critica di un passato che diventa ombra di una gestazione di futuro di essere nativi televisivi

 

Perché Giunta unisce le sue due anime (il docente universitario, studioso di medievistica e il background generazionale di chi alla soglia dei 50 anni è cresciuto in un mix di  letture scolastiche, poi universitarie, cartoon giapponesi, musica rock, televisione,  cinema e altri miti d’oggi) per scrivere un libro che restituisca a Labranca il valore di saggista, di interprete del suo tempo, di osservatore della società italiana nel suo specchio di elaborazione pop (la Tv, la canzone, la stampa popolare) ma nella sua singolare, ortiginale e nuova posizione, ossia di chi ha affinato (seppure in una formazione eclettica) la capacità di capire i fenomeni di massa, di sapeli leggere realmente per quel che sono, ma per la prima volta non “accostandosi” a quella massa, anche s con attenzione (lo scrittore che “va verso il popolo” come scrveva Asor Rosa o l’Umberto Eco di alta borghesia piemontese e medievista che “si interessa” di fumetti e legge Linus) ma essendone parte. Nell’antica querelle tra chi sta con la gente e chi sta su una torre d’avorio, che ancora oggi è viva sia nelal versione populista italian sia nela versione amercana con Trump, Tommaso Labranca era altro. Aveva gli stessi strumenti raffinati se pure eclettici e autodidatti , di chi era colto, ma aderiva con istintiva e innata passione all’oggetto delle sue intepretazioni. Ebbe però uno strano destino, fu il primo a capire che la soicetà italian stava cambiando, scrive articoli e poi libri publbicati da Castelve

 

 

 

 

domenica 13 dicembre 2020

GLI STATI UNITI E L'ETERNO RITORNO DEL COMPLOTTO: PHILP ROTH VS TRUMP

 

 


“Qui non può accadere? Amici miei qui sta accadendo”
è un passo della bellissima orazione che Fiorello La Guardia tiene nel momento di massima crisi della storia americana, naturalmente nella nella versione romanzata e distopica raccontata dall’immenso Philip  Roth in questo romanzo: “Complotto contro l’America” (Einaudi lo rimanda in libreria, sempre con la traduzione di Vincenzo Mantovani,  con nuova copertina, che cita la serie che ne è stata tratta in onda su HBO e poi Sky la scorsa primavera).

Io vorrei raccomandarvelo anche nella versione audiolibro di Emons letto dal bravissimo Francesco Montanari. È a mio avviso il romanzo del momento, più ora che quando uscì nel 2004, da rileggere in vista delle elezioni del 4 novembre.

1.  Il romanzo distopico di Roth gioca con l’esercizio della “If history”: “cosa sarebbe successo se”. Nel caso specifico: se al potere nel 1940 negli Stati Uniti fosse andato un presidente filonazista. Che nel romanzo di Roth è un personaggio storico reale, l’aviatore Charles Augustus Lindbergh.

Già, perché “Complotto contro l’America” è un romanzo dall’architettura distopica tutta speciale, basata su elementi storicamente accertati: Lindbergh aveva simpatie inziali per il nazismo, quando fu mandato dall’amministrazione americana negli anni 30 in Germania per capire l’organizzazione dell’aviazione del Fuhrer. Manifestò in diari e lettere, più volte posizioni antisemite, i repubblicani gli offrirono realmente una candidatura alle presidenziali. Che nella Storia reale lui rifiutò, mentre nel romanzo di Roth, accetta. Da qui lo scrittore immagina una deriva della vita politica e sociale americana, che vira verso un autoritarismo para-fascista e antisemita. Gli ebrei, ovviamente indicati come gruppo religioso e come lobby finanziaria dalla propaganda populista, vengono accusati di voler danneggiare (e complottare contro) l’America, di voler mandare i giovani a morire combattendo la Germania che è non solo un paese amico, ma l’unico che si sta opponendo al comunismo.

Nel romanzo tutto ciò travolge la famiglia protagonista, i Roth, saldamente americana nell’etica del lavoro, dell’emancipazione e della libertà, americana più che ebraica, ma che pure si sente protetta dallo stare in quartieri dove sono tutti ebrei. Per la famiglia piccolo Philip (Roth ovviamente gioca con la sua biografia)  con l’era Lindbergh inizia un periodo tormentato, insieme alla comunità, per il crescente e palese antisemitismo che – con l’appoggio anche di parte dei rabbini, tra cui il rabbino di Newark che sposerà la zia di Philip e diventerà consigliere dello stesso presidente  – porterà anche a un programma di “integrazione forzata”, a perdere il lavoro e tutto sfocerà in scontri armati, una sorta di guerra civile americana, con i bianchi cattolici che metteranno a ferro e fuoco i quartieri ebraici facendo centinaia di vittime. 

2.  Lo svelamento del complotto nel complotto che sta dentro questa deriva romanzesca. sarà poi il finale con cui Roth rimette assieme i pezzi, non senza finire – ultimo capitolo fondamentale – con i riferimenti reali storici di tutti i personaggi. È qui che si comprende la quota di plausibilità della variante-Roth immaginaria, perché affonda nella palude oscura dell’inconscio collettivo americano, nei conflitti, nelle ambivalenze dei personaggi storici reali, perché negli Stati Uniti la matrice bianca, nordeuropea, cattolica, razzista continua a rivendicare supremazia. La capriola letteraria del romanzo presenta una Storia che (sul piano della finzione ovvio) è data già accaduta. La sua forza di invenzione narrativa, basandosi su una serie di indizi e documentazione assolutamente veri, costruisce una storia che “in potenza” sarebbe però potuta essere un “atto” storico.



3.   Tutto questo “sarebbe potuto accadere”. La forza geniale del libro – e il motivo per cui oggi HBO e Sky ne hanno fatto una serie – è che con Trump, nell’imminenza del suo secondo mandato, quella distopia è diventata di nuovo possibile realtà, tra la tentazione autoritaria manifestata dal tycoon, per l’ombra di un complotto stavolta russo che starebbe dietro questa elezione e soprattutto – anche se non si volesse credere possibile una trasformazione della democrazia americana in un regime - nel far riemergere in modo realissimo la stessa anima della parte bianca, più incline a una violenza arcaica per affermare la sua superiorità razziale nel paese della lunga schiavitù, della segregazione e della discriminazione di oggi. Lo vediamo nel riesplodere delle proteste della comunità nera con Black Lives Matter, ma anche nelle milizie del suprematismo bianco dei Proud Boys che si stanno riarmando platealmente in tutto il paese. E lo abbiamo visto giorni fa quando Trump durante il dibattito con Biden a domanda esplicita, non ha condannato apertamente, anzi, non ha detto nulla contro questi gruppi nazi-wasp. Il magistrale romanzo di Roth ci porta dentro una dimensione così vivida dal punto divista psicologico, così serrata nel racconto storico, che alla fine sottotraccia si fa strada come un fantasma l’idea che sia già accaduto e non ce ne siamo accorti così come potremmo non accorgerci. Parafrasando il poeta T.S. Eliot, ci aspettiamo la fine del mondo in un “boom”, ma in realtà potrebbe accadere in un “clic”. Naturalemnte è l’illusione che crea la finzione letteraria, ma l’America della storia reale è quella che vediamo oggi, con i suoi conflitti razziali ancora aperti, dopo secoli. La democrazia di riferimento nel mondo mostra ciclicamente un rimosso feroce autoritario e soprattutto violento. Roth ci consegna anche un compito che ha a che fare con la concezione letteraria del “Tempo”. Dobbiamo ricordare ciò che è accaduto, ma anche il non accaduto. Il possibile. Ed è la letteratura che ci aiuta a farlo (meglio di una serie tv, che non contiene tutte le riflessioni che genera la scrittura). Nel ricordo dei fatti Roth ha costruito una storia-ombra degli stati uniti che come raggi ultravioletti, indica nella finzione distopica che nel libro della vita esiste una postilla invisibile, come profezia, per dirla con Benjamin che iniziava la sua VI tesi sulla storia con parole adatte al tentativo di Roth: “Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «proprio come è stato davvero». Vuole dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo.” Roth lo fa, attingendo al ricordo non dei “fatti” – che cambia distopicamente nel passato – ma al contesto, che invece è un ricordo reale, come reale resta il pericolo.  Non è accaduto, ma sta già accadendo.

 Roth mentre scriveva vedeva attorno a sé l’America di Bush, ma vedeva profeticamente la scintilla del futuro, perché era la stessa America che – forse incattivita dalla crisi economica – ha poi delegato Trump nel 2016 a rappresentarla approvando tutte le sue scorciatoie di uomo riluttante alla democrazia. Per capire l’America (come del resto ogni paese) allora bisogna conosce la sua storia profonda e nelle sue ombre si annida quel che sarebbe potuto accadere come lo immagina Roth, che è il ricordo di ciò che potrebbe in futuro accadere. Benjamin criticava Adorno e chi avversava il fascismo fiducioso in una idea di continuo progresso. Roth, come Benjamin ci dice il contrario: non c’è progresso garantito, la Storia è fatta di precipizi, ritorni, ribaltamenti – ma anche certo possibili rivoluzioni. E di pericoli. L’origine della Storia ripescata da Benjamin come cosa che  “ che nasce dal divenire e dal trapassare” si trasforma in Roth in una Storia che ha in sé sempre l’origine di una violenza possibile, ma anche di un’umanità diffusa, singolare di resistenza stoica e che ritroviamo sempre in un humus che sta sotto  sia ciò che è accaduto, sia ciò che plausibilmente potrebbe accadere, e che per certi versi potrebbe accadere, continua ad accadere, ancora oggi a pochi giorni dal 4 Novembre.

(VESIONE LUNGA DEL POST DEDICATO ALL'AUDIOLIBRO E ALROMANZO, PUBBLICATO SU HUFFINGTON POST)

 

 

 

 

lunedì 14 settembre 2020

IL SUICIDIO DEL POETA, IL SUICIDIO DELLA POESIA



Qualche giorno fa non ho dormito. Mi è tornato in mente Beppe Salvia. 

 Era morto da poco un altro giovane poeta, Gabriele Galloni. Della sua morte si è parlato in questi giorni, suicida o no, conta poco, la scomparsa di una vita giovane lascia sempre un senso di amarezza e ingiustizia. Che fosse un suo dolore o una protesta, anche questo conta poco.

Ma mi è tornato in mente quel 6 aprile del 1985.  Beppe Salvia per quelli che amano e fanno poesia, specie se all’epoca viventi a Roma, è stato un evento che ha messo un segno minimo, ma per me grande, sulla stagione letteraria italiana. Un poeta che ha bruciato per una stagione breve, accolto con sorpresa ed entusiasmo dalle prove su rivista – non arrivò mai a pubblicare un libro in vita, ma la sua vita rimase a risplendere, luce coatta della stella congelata nella sua morte.

La poesia aveva ereditato stagioni importanti, ma anche un senso di finitudine, in quei primi anni Ottanta. Salvia non aveva pubblicato nessun libro, a 30 anni – per quanto possa sembrare strano i giovani di quell'epoca furono molto rallentati, frenati, invitati a restare adolescenti da un piacere della vita che era seguito ai decenni di conflitti. Consumare, for ever young. Al resto pensavano i più grandi, i nati nel dopoguerra che non avrebbero mai mollato i loro culi dalla cadrega ancora per anni a venire.

Da qualche anno l’industria culturale dell’editoria era cambiata, punto di svolta “il nome della Rosa “di Eco. Dietro il suo milione e passa di lettori, anche più negli anni a seguire, emergeva un nuovo pubblico, frutto dell’istruzione di massa iniziata nei primi anni 60. Quei bambini del boom avevano preso un diploma quasi tutti e una fetta era anche andata all’università, ce n’erano tanti che da figli di proletari che erano (c’ero anche io, qualche anno dopo, entrato a Lettere nel 1983) studiavano, che a studiare erano i primi della razza loro, come cantava Guccini.

 Io di anni ne avevo 21. Ma adesso realizzo che era già pesante quell’età, sentivo non d’aver vissuto, ma che il vissuto fosse stato il vulcano dell’epoca precedente esploso, ma noi eravamo sepolti dalla cenere.

La condizione del fuori-corso dall’università era diventata categoria spirituale di una generazione. Poi l’avremmo chiamata post-moderno. Era condita da molta nostalgia, non del nostro vissuto, ma di ciò che avremmo potuto essere e di ciò che intuivamo non saremmo mai potuti diventare.


Salvia era nato a Taranto nel 1954, studiò a Roma dove aveva frequentato la scena letteraria della capitale, allacciato rapporti con il gruppo “Braci” un importante gruppo letterario romano, raggruppato attorno alla rivista che portava quel nome, fondata da Claudio Damiani di cui facciamo parte Arnaldo Colasanti Marco Lodoli Giuseppe Salvatori Gino Scartaghiande e a cui ruotavano tutta una serie di altri giovani poeti aspiranti poeti. anche io, con qualche amico, cercavo di stare ai margini delle loro serate, neostudente, silenzioso e muto come alle feste delle medie, in cui fai carta da parati.  Avevo iniziato a Scrivere con maggior cognizione consapevolezza tra la maturità e l’inzio scintillante dei corsi universitari, grazie al caso: fui assegnato a una giovane docente, associata, Biancamaria Frabotta. Fu una stagione indimenticabile. Maestria e illuminazione, insegnamento che filtrava nelle fibre del vissuto. Racconto di stagioni del 900 e insegnamento di cosa la poesia fosse dal testo. Il Testo su tutto – e tutto, il resto, intorno. Non solo, ci guidava fuori dai suoi doveri di docente, i pomeriggi e serate ad alcune letture di poesia.

Una volta seguimmo anche le letture del festival di poesia a Villa Borghese, era il 1984.                                
Salvia  era tra i partecipanti, ma non salì sul palco. Voleva far rumore con la sua assenza, lasciando vuota  “la scena” riconsegnandoci al vuoto e a una meditazione solitaria, intrapsichica. Era il 1984 non a caso.  Era iniziata da tempo la società dello spettacolo, Salvia che era un poeta dallo stile cristallino, diretto, ci avvertiva del pericolo. partecipava allo spettacolo sottraendosi. Con la contraddizione dei poeti. Il palco era già crollato sotto il peso del “pubblico” che l’aveva occupato nel 1979 a Castelporziano. Forse era tempo di lasciarlo definitivamente. Infatti, i festival di poesia finirono, da lì a poco, Roma, Milano, ecc.

Al festival di Villa Borghese del 1984 ricordo anche Amelia Rosselli. La sua bisaccia, la camicia
leggera, lo sguardo fisso, né cupo né socievole. Fisso.

L’altra notte nel mio dormiveglia angosciato ho ricordato anche lei. Che si suicidò anni dopo, nel 96, gettandosi anche lei da casa sua.

Amelia Rosselli l’avevo incrociata una sola volta di persona sarà stato il 1987 o 1988, insieme al mio amico Pietro Pedace che faceva una tesi di laurea sulla sua poesia – la incontrammo dalle parti di via del Fico, lei voleva che lui le riparasse la lavatrice, non si fidava a chiamare i tecnici potevano essere della CIA. Pietro non sapeva come fare si offrì di salire, con me, ma lei non si fidò neppure di me e se ne andò – Pietro era sollevato, dell’incombenza da idraulico, io certo persi una grande occasione, anche se leggendo sia il libro di Renzo Paris ("Miss Rosselli") sia quello di Emanuele Trevi "(Sogni e favole") penso non sarebbe stato facile parlare con lei. Chissà.

 Intanto solo oggi mi accorgo che Primo Levi si era ucciso non molto tempo prima, nel 1987, insomma pochi mesi prima dell’incontro con la poetessa-libellula. Levi si era ucciso lasciandosi dalla tromba delle scale – anche sulla sua morte c’è una qualche incertezza, qualcuno dice non fu suicidio, ma chissà.

Di tutti questi voli, di tutte queste morti, credo che l’altra notte sia tornato indietro come una risacca lenta di anni. Anche Pietro Pedace morì, per una banale ma tragica complicazione operatoria, nel 1999. Il millennio che fuggiva era finito in un precipizio. Le pagine del diario, ferme e incollate.

Prima della morte, Beppe Salvia era vitale e in fibrillazione. Voleva essere come tutti e nessuno, forse. Oscillava come in quel gesto a Villa Borghese tra il teatro sempre aperto del quotidiano (Roma è questo) e l’annullamento dell’anonimato nella metropoli. Un poeta è sempre – a Roma – un ragazzo di vita. Uno che si crede chissà che e chissà chi.

Ai poeti di Roma, da Catullo a Valentino Zeichen e Patrizia Cavalli importava una certa teatralità della vita del poeta stesso, più che la poesia, che ne certificava il sentire. Unico a fare la differenza, Valerio Magrelli a cui importava invece, come un filosofo tedesco, di più un certo teatro mentale della lingua e del senso e della realtà delle cose – era fenomenologia, per Magrelli , poeta che faceva parte per sé stesso e a questa sua singolarità resterà sempre legato.

Essere poeta a Roma, un leggero fantasma di indolenza. Forse un po’ anche un atteggio. Come forse i poeti delle grandi metropoli, ma a Roma viene fatto in un modo tutto suo. Il poeta creava il personaggio di sé. Sempre attaccato alla vita come Romolo e Remo alle zinne della lupa.  

Beppe Salvia pure era poeta romanissimo proprio perché come Catullo, Zeichen o Cavalli NON era di Roma, e dunque oriundo come tutti - questo ammassarsi di corpi e deformazioni della lingua e insieme sentenze. non aveva pubblicato nessun libro, ma Salvia di personaggi ne aveva creati,  fin dall'inizio, su riviste. Le sue poesie erano note e acclamate, con lo pseudonimo alla Pessoa: Elisa Sansovino. Silvia Isola. Con questi nomi aveva pubblicato, solo su riviste, oltre che col suo nome.

Conservo ancora il libro che è uscito postumo, “Cuore” dell'editore Rotundo -  e dentro il libro conservo l'articolo di Paese Sera, di qualche giorno dopo il suicidio, In cui c'erano tre articoli che ne parlavano: il più noto, quello di Marco Lodoli (“Morte di un giovane poeta “).

Quella morte – e in qualche modo anche quell’articolo, quel tempo - fu uno spartiacque per me. E sigillò l’inizio di una storia di poesia personale, ma nel segno della morte. Del resto ero un ragazzino cresciuto col senso di piombo cupo,  addosso, la lunga sequela di morti e feriti aveva scandito dall’asilo (il 1969 con Piazza fontana) a scuola, medie e liceo e poi l’Università: la morte mi inseguiva per la strada,  e pochi giorni prima della morte di Salvia, il 27 marzo 1985 , mentre io sono a lezione a via de Lollis, poche centinaia di metri più davanti alla facoltà di Economia le Brigate Rosse uccidono Ezio Tarantelli.  Ci ero nato e cresciuto col sangue dei morti ammazzati italiani, io come tutti. Di questa morte ora pago lo scotto. Con un senso della fine che - finendo la vita o finendo la poesia, è indifferente  - mi risucchia nel mare aperto.

Tornando ai morti di quell' 85: quella di Tarantelli era l’ultima coda velenosa del drago di sangue. Gli anni 70 erano finiti, la società cambiava pelle, anche la poesia. C’erano grandi poeti, ma – come diceva Magrelli – era la fine dei gruppi. Ora solo Poeti e poetiche e al massimo,  individui.

Se nei primi anni Ottanta era ancora in corso quel weekend postmoderno sottolineato da Tondelli, che era seguito agli anni 70 che eredita, con ancora moltissimi stimoli e fibrillazioni che arrivavano specialmente nel mondo musicale dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, di fatto iniziava un'altra era.

Gli anni 80 veri e propri. Altri valori Certo il modo la guerra fredda i trattati del nucleare, Reagan, Thatcher. E da noi? basti dire che pochi giorni prima della Morte di Beppe Salvia (non che ci sia legame, ma segretamente chissà) il Governo Craxi aveva fatto votare con la sua maggioranza in Parlamento il decreto Berlusconi, il famigerato e cosiddetto “decreto Berlusconi” che gli assegna a prezzi di favore le frequenze – un gesto che segna i futuri trent'anni di storia italiana. E Fininvest era nata da poco.

 Oggi si polemizza molto, attorno allo scrivere della morte di Gabriele Galloni. Si è esagerato. Certo,  Nel 1985 non c’erano tutte queste esigenze di prudenza, ma magari parlare con spudoratezza della morte di un amico non era mancanza di rispetto ma un segno d'amore. 

Marco Lodoli, che di anni ne aveva 29, e anche lui all’attivo un solo libretto (Un uomo innocuo) iniziava l'articolo su Paese Sera che citavo prima (in foto) così:

“Beppe salvia è morto a Roma 30 anni gettandosi dalla finestra di casa sua sabato 6 aprile a via del Fontanile Arenato. Ho sempre avuto l'impressione che abitasse in quella via perché il nome gli piaceva. Un nome liricamente simbolico”.

Ci sentimmo tutti fontanili arenati” e prosciugati. Altri poeti stavano scrivendo di una desertificazione metafisica, Come Milo De Angelis, il tragico, il tremendo,  invadeva anche l’asfalto e i campi di calcio di periferia, le stanze – e sì, quello era diventato un tempo di stanze, non di piazze.

Stanze di poesia. Però la fine epoca si sentiva, c'era il prosciugamento. Qualcuno ha scritto anni dopo (lo scrittore e poeta Daniele Mencarelli) che già il gruppo dei Poeti di Braci: “aveva capito che la poesia non interessava più a nessuno” in quei primi anni 80. È una sensazione ricorrente.  nel 1985 quando muore Salvia, non erano passati molti anni, anzi solo 10, dalla morte di Pier Paolo Pasolini e dal discorso memorabile di Alberto Moravia in Campo dei Fiori quando dice “di poeti, di grandi poeti ne nasce solo uno per ogni secolo”.

In realtà ne erano nati diversi, di grandi poeti, per esempio l’anno dopo, nel 1976 quello che io considero davvero uno dei grandi del secolo XX, Milo De Angelis pubblico il suo primo dirompente libro “Somiglianze”. Uno strappo, sia rispetto alla poetica e lo stile piano e comunicativo della poesia romana, sia verso le tessiture avanguardistiche del gruppo 63. Altri grandi poeti avevano scritto prima di Pasolini e dopo.  Le parole di Moravia erano un po’ come un post su Facebook oggi, cose che si dicono sulla scia d’emotività poco controllate.

Per Marco Lodoli – come altri hanno scritto a proposito di Gabriele Galloni – anche Salvia, con qualche generosità, era descritto come  “il più amato trai poeti della sua generazione di chi ha “30 anni e scrive versi senza sapere bene perché”. Era vero, certo erano bravi, vero per entrambi, per quel loro stile limpido, esatto, arioso, di luce orizzontale.

Io lo avevo letto, ma poco. E  con Salvia ci ho parlato solo una sera. non posso dire nulla. Rileggo come ne parla Lodoli e ne parlano anche altri ( Ne ho scritto sul diario di quell’anno, il mio, ho un ricordo vago, anche se ricordo vagamente un timbro del discorrere, malinconico o amaro, ma spesso i poeti hanno il sangue amaro. magari sbaglio sono passati più di trent’anni. Erano chiacchiere primaverili a Roma. Forse eravamo dalle parti del Rione Monti).

 Il giorno in cui seppi la morte di Salvia ci fu un terremoto interiore. Ero ai primi passi, studente e aspirante, alle prime uscite dentro quel mondo della poesia e già il sigillo di un suicidio. Che poi ha segnato a varie riprese la letteratura italiana ma questo era al mio fianco, il resto lo avrei imparato con gli anni.

A 21 anni per me fu una spezzatura, una faglia o frattura. Ci costruisci sopra le case ma sai che resta sotto. 

Ora torna indietro questo ricordo di Salvia,   dopo la morte di Gabriele Galloni. Qualcuno ha scritto, con fare di iena cattiva, che Gabriele Galloni si era suicidato contando le copie invendute del suo libro. Non si può dire nulla in verità. Ma che serve dire questo? nulla.

Ai tempi Lodoli scrisse qualcosa di simile su Salvia, ma lo conosceva bene. Scrisse che “se avesse pubblicato un libro, chissà, avrebbe preso forma la sua vita. E forse avrebbe accettato più stabilmente di essere poeta ci si sarebbe riconosciuto “. 

 Lodoli Cita Umberto Saba.: “Fu come un vano / sospiro/ il desiderio improvviso d’uscire / di me stesso, di vivere la vita / di tutti, / d’essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni “

Perché il poeta per definizione è sempre in una condizione di separatezza, esclusione e insieme auto esclusione. Oggi invece coloro che osano dirsi con sicumera “poeti” sui giornali rivendicano di essere guida e consolazione dei lettori.

Oggi il modo è enormemente cambiato, ma pure ha dinamiche simili, specie in quell’esercizio per una minoranza occidentale di benestanti (tutti gli occidentali sono benestanti rispetto a gran parte del mondo anche i poveracci) e che chiamiamo letteratura.

Ancora una volta come la poesia del gruppo Braci, contesta l’esistenza di un mondo di poteri forti della poesia, gli “addetti ai lavori” un’élite che occupa il territorio.

Oggi a dire il vero molto è cambiato e Beppe Salvia se da un alto ha avuto ragione nel cercare il suo dettato semplice e puro - e fu anticipatore – dall’altra io dubito che un poeta che non voleva salire sul palco, oggi sarebbe salito su scranni di festival e tv, social e serate, incontri e occasioni sociali. Però hanno successo (relativo ma pure successo) i poeti che scrivono con le parole di tutti.  Arrivando anche a scrivere, Forse, tutto sommato delle didascalie di un sentire Diffuso e rispecchiabile in tutti.


Anche la poesia di Gabriele Galloni poteva sembrare parte di questo rinnovamento, lasciando alle spalle una poesia supposta “difficile” e per addetti ai lavori, ma anche Gabriele lo era a suo modo, ricco di letture raffinate e meditate e infatti la sua scrittura è quella che oggi fa riferimento a una  poesia alla Caproni, ricca di sensi e tramature, rimandi, capace di evocare una sospensione della realtà pur dentro un quotidiano delle immagini, un controtempo della Storia fatto di Momenti, un sole che brilla un pomeriggio estivo fissato in una sequenza come fosse per sempre.                                                                                                                   (sopra, Gabriele Galloni, foto di Dino Ignani)


Riconosco tuttavia nei versi di Galloni questa ascendenza seria e complessa del 900, pur nella riva di chi non voleva un "trobar clous" ma pure cercava nella poesia la forma che faccia scaturire il non visto dalle parole e  non quel dettato semplice, troppo semplice più che breve,  che cerchi di ribadire il già visto e compreso.
Una poesia che cerchi non di guidare ma generare insieme al lettore un altrove, e non lasciarli dove sono già, trasformandoli, spingendo una trasformazione - senza temere di farli sentire spiazzati -  che l'altrove non appartiene a nessuno, nemmeno al poeta. 


Desidero una poesia che vada ovunque, ma non dove già sanno d'essere i lettori.
Perché al contrario una poesia che abbia paura di offendere i lettori, che non sia mai scarto dalla loro norma, ma ribadisca il già comune (come cantare la canzone che sanno tutti)  scalderebbe sì, i cuori di una sera, ma sarebbe il vero suicidio della poesia.

Non io, ma nemmeno coro.  

venerdì 3 luglio 2020

SANDRO VERONESI "Il colibri" (la nave di Teseo)

 

Quella di Marco Carrera, medico, marito, amante, giocatore d’azzardo, poi nonno, poi fondatore di vite altrui lasciando la propria,  è una vita di trasformazioni, raccontata dall’inizio alla fine, ma proprio questa sequenza biologica è l’unica lineare, ma per certi aspetti – nel destino che dopo di lui prenderà la sua discendenza biologica con la figlia Greta e poi l’arrivo della nipotina Mirajtin -  anche la biologia fa dei salti e non solo nell’evoluzione. La biologia fa anche la storia, del resto le civiltà stanno lì per risponder alla vita e alla morte.

I salti li fa esplicitamente anche la struttura narrativa con cui Veronesi dispiega la vita di Marco Carrera sovvertendo l’ordine cronologico della narrativa tradizionale, con quarantasei capitoli, con titolo e anno, scompaginati, come fossero dei racconti brevi. In realtà è la vita unica e molteplice di Marco Carrera, spaginata come ci si racconta a un amico, si comincia anche un po’ casualmente da un fatto e poi si legano gli altri.

 

Sullo sfondo forse Cortazar e la struttura de “Il gioco del mondo/Ryuela” ma qui non c’è casualità, perché in realtà poi un “destino” in qualche modo c’è, ma è del tutto inaspettato. Inoltre l’abilità narrativa di Veronesi fa siche benché la sostanza sia quella di un racconto borghese dell’Italia dal dopo guerra a oggi e oltre oggi, I singoli capitoli presentano un evento, lasciandoci una sensazione per certi comportamenti che poi nei capitoli successivi – quando leggiamo dettagli che ci illuminano su certe parole dette accennate – allora comprendiamo meglio e cambiamo il giudizio sui personaggi così come lo cambiamo più volte sullo stesso Carrera,

Marco Carrera è un “boomer” come lo chiamerebbero I ventenni. HA iniziato a vivere in un secolo, che a sua volta era radicato in quello precedente –babyboomer figli di genitori che nati nei primi decenni del secolo, erano stati educati secondo I valori di genitori nati nell’800. E tuttavia fu un secolo-razzo. I nati tra la fine degli anni 50 e la metà degli anni 60, che hanno avuto questa sorta di infanzia con ombre d’antico, sarebbero cresciuti come Marco Carrera, vivendo e sperimentando sulla pelle tutte le continue e rapide trasformazioni culturali, sociali che stavano esplodendo, specie fuori dai nuclei familiari. E Carrera, come tutti, è cresciuto in una scia di velocissimo progresso e mutazione antropologica, dovendo fare molti errori e molti salti di adattamento. (Considerate quanto la vita sia cambiata tra il 1890 e il 1990, considerate quanto invece immobile sia il trentennio 1990-2010, specie se osservato in Italia: il berlusconismo (politico e ancora di più culturale)  sembra sempre di vivere in eterni anni 80 e chi era piccolo nel 94 ha visto Berlusconi che è ancora qui, mentre chi  era piccolo nei primi anni 60 ha visto Togliatti e poi 30 anni dopo non c’era più nulla non solo del leader del Pci, ma di tutto il Comunismo).

A mio avviso questo romanzo è anche l’epica immobile e mobilissima (colibrì) di una generazione gettata nell’acceleratore storico. Conflitti, novità, ma anche sparizioni. Nella vita di Marco Carrera ci sono lutti personali, ma il sottofondo è anche di una luttuosità del 900 stesso della sua grande idea che ha un nome. Utopia – o speranza.

Da qui la sua reazione, quella del Colibrì, che come gli spiega Luisa, è colui che in tutto questi mutamenti, sta saldo, ma non radicato, sta sospeso in volo in una frenesia che alla fine produce quel rimane fermo in equilibro sulla vita che se ne va, sul mondo che muta.

 Carrera nasce da una famiglia di origine che – questa pur borghese e colta – teneva più alla facciata che alla sostanza, e poi I cambiamenti nell’identità di genere maschile, lo slittamento ambivalente nelle relazioni amorose e sessuali. Un matrimonio dilaniato dalla follia della moglie Marina. E poi I lutti,  lutti o gli strappi (un  suicidio della sorella, la separazione dalla moglie, la distanza litigiosa col fratello, la perdita di una figlia ) a cui Carrera reagiva ancorandosi a passioni, legami che erano “tradimenti fatti di lunga fedeltà”  (il primo amore Luisa, mai lasciato realmente, sempre ritornante a più ondate, ma poi anche il gioco d’azzardo, quasi inevitabile per chi si è dovuto adattare a una continua perdita e a tante incognite, per cui come Pascal, di volta in volta si scommette sulla vita).

 LE amicizie, come con l’amico XXXX poi diventato iettatore di professione (una citazione pirandelliana che Veronesi esplicita in nota, che forse ci dice di un parallelo tra il quadro di destabilizzazione morale che gli anni ‘60 hanno portato in questa “pace occidentale” italiana, che fu non di minore impatto di quella che l’inizio del XX secolo portò con sé dalle scoperte scientifiche, alla psicanalisti, fino poi alla crisi della guerra)

Frammentata per capitoli in sequenza a-cronologica, il romanzo focalizza anche alcuni personaggi secondari ma importanti e con una loro bellezza autonoma (dallo psicoanalista della moglie che lo avverte della pericolosità del disagio psichico della donna, alla figlia Adele, convinta di vivere con un filo attaccato alla schiena come tenuta da una forza celeste, che poi la richiamerà a sé precocemente. È una famiglia allargata, una micro-comunità, che permette a Veronesi di costruire un romanzo-costellazione, abbandonando il flusso o la trama.

Di fatto ci sono tante storie, e anche una certa avventurosità esistenziale di Carrera, ma  è interessante vedere come narratologicamente l’organizzazione strutturale del romanzo, rompa i nessi per il lettore che deve ricostruire ogni volta I fili, con una conseguente alterazione del meccanismo di immedesimazione come anche della sua capacità di giudizio, perché il pathos si interrompe e viene meno la possibilità di poter interpretare  I meccanismi di causa e effetto, in senso diacronico. Ogni vita è contenitore di più vite, ma anche con espansioni generative senza linearità temporale: via via che apprendiamo I vari frammenti di passato, dopo aver letto altri capitoli di anni successivi, riformuliamo continuamente l’identità dei vari personaggi, dunque la vita, il carattere dei personaggi è dato – a noi lettori che lo creiamo nell’atto di leggere – sia da esperienze passate che future.  

Tenendo conto che Carrera è uno scommettitore, il Narratore qui è abile distributore di carte e le sequenze qui da un alto sembrano gettare nel caos, dall’altro il lettore deve fare il suo gioco e con Carrera trovare una ricomposizione. Veronesi è abile in questo a distribuire indizi (e suspence) così I lettore deve trattenere la memoria delle carte uscite – come a tresette o poker – per poter poi avere uno sguardo d’insieme. Del resto, l’effetto è di anticipazione e flashback continui che paradossalmente costringe il lettore a tenere presente in mente tutto l’arco storico dentro il quale si svolge la vicenda, che va anche oltre il presente, agganciandosi al futuro 2030. E questa è una scelta che dà significato alla fine della vicenda umana di Marco Carrera che tuttavia non finisce - e infatti la fine non è il finale. 



 Pur non essendo in primo piano, la non-linearità della narrazione consente di ampliare immediatamente l’orizzonte del racconto sull’asse temporale. Su tutta la vita che è oltre la vita di uno, così come in ognuno di noi sono sepolti in tanti. Il tempo è una dimensione interiore, il romanzo è la coscienza di una voce collettiva che agisce nell’eroe e con l’eroe.  “Colibrì” sembra adattarsi bene a quella forma di romanzo polifonico elaborata da Bachtin, in cui ogni voce di personaggio è in una continua interazione dialogica, in cui la soggettività dell’eroe è in realtà una intersoggettività. E così il romanzo “ci parla”, non essendo solo di Veronesi, né la voce di Carrera, ma anche noi come lettori in fondo siamo chiamati a fare da spettatori interagenti dentro questa continua disseminazione, fata di rallentamenti, accelerazioni o flashback tra passato e presente per questo rimuginare che crea continuamente dall’interazione una coscienza che si trasforma col mondo che a sua volta si trasforma.

 Non è un caso che molte parti di questo romanzo sono lettere o mail a distanza (lettere fra Marco e Luisa, la donna con cui egli intrattiene un pluridecennale amore epistolare e platonico, lettere di Marco al fratello Giacomo sulla gestione dell’eredità dei genitori, alla fine anche una lettera a Marco della nipote. Mirajtin, nome giapponese che significa, emblematicamente, «uomo del futuro»), che è proprio per statuto una forma di scrittura dialogante e vocativa. Inoltre le lettere e le mail, sono sì degli snodi tra un episodio l’altro, ma sono anche “azioni scritte” dei personaggi che non scrive il Narratore in senso teorico, e restano nel tempo, sono delle tracce di prolungamento del tempo “della vicenda” – di Carrera in questo caso, della sua vita – ben oltre I giorni n cui quella mail o lettera viene scritta (per un attimo domandiamoci: come ha fatto il narratore a venirne in possesso? In ogni caso, esse sono cose presenti, ma anche passate e future, un po’ come tutta la materia di questo romanzo. L’immobilità come cavalcata nel secolo, questa è la storia di Colibrì-Carrera, l’uomo che ha iniziato a vivere prima di lui e continuerà a vivere dopo lui. Tutto questo materiale contribuisce a creare ricordi e pensieri ma è il lavoro della mente con molte stratificazioni che vaga nello spazio del tempo che è tra un prima di noi e un dopo di noi.

Chi sopravviverà a Carrera – così almeno sembra – potrà in futuro giovarsi della sua memoria, ciò che rimane solidamente di una vita dissipata. E alla fine tanto più saranno gli errori, le perdite, le mancanze fatte in vita da Carrera tanto più la materia della vita e del suo senso sopravviverà in memoria, oltre lui. Il suo battito d’ala che prolunga il fruscio ben oltre l’interruzione del volo.
. Questo vale per tutti: per Luisa, l’amante (in più sensi) mancata; per Giacomo, il fratello (in più sensi) fuggito; per l’ex-moglie Marina, già ex-miss Slovenia, sopravvissuta alla menzogna e al dissesto mentale; per la sua seconda figlia, Greta, nata in Germania, ma ben disposta a riallacciare i legami con l’Italia. E soprattutto per la nipotina di Marco, Mirai in, nome giapponese che significa, emblematicamente, «uomo del futuro»: miracoloso concentrato di virtù e di bellezza che illumina le pagine finali come un pegno di riscatto.


CARAVAGGIO 2025, UN BEL REMAKE, MA L'ORIGINALE RESTA INARRIVABILE

  Caravaggio ritorna a Roma come una star del cinema, con la mostra “Caravaggio 2025” inaugurata il 7 marzo e che fino al 6 Luglio è ospita...