Guardando la mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, con i
quadri di Beato Angelico ho avuto una strana sensazione, più intuitiva che
critica. Del resto non so quasi nulla di concreto del frate-pittore, se non le
poche cose che si sanno andando per musei.
Avevo l'impressione però che fossimo
tutti appartenenti a un altro mondo, noi spettatori, osservatori, visitatori
della mostra. Non c'entra soltanto il fatto che fosse affollata, dentro un palazzo
Strozzi che è inadeguato per mostre di
questo genere - si accumulano quadri
troppo vicini, in stanze piccole, ci si
ostina a volerle fare in sedi non adeguate, del resto abbiamo dei musei che
sono essi stessi “da museo” (e non abbiamo i Pinault, che restaurano acquistano
ex-edifici pubblici per farci sedi di mostre – noi abbiamo le Poste le abbaimo
vendute a Starbucks – stessa inadeguatezza per la mostra di Caravaggio a palazzo
Barberini)
Ma al di là di questo, al di là dell’overbooking e overtourism, al di là del
fatto eravamo tutti da “aldilà” (l’80% over 60, di cui quasi tutti intorno agli
80 anni, i pochi al di sotto dei 60 e anche lì maturi, max quarantenni) ) ma anche per questo perché la sensazione della
vecchiaia dava l’idea che fossimo tutti una post- umanità di transizione, gente
che slittava tra la vita e la morte. E non era soltanto perché per arrivarci
bisognava attraversare quel chilometro da Santa Maria Novella dove Firenze non
c'è più, ormai è completamente avvolta da una nube tossica di umani affollati,
ho incontrato una comitiva di americani, forse venivano dalle crociere. Ma non
esagero, saranno Stati 1000, 1000 in una sola colonna con le guide tutti
compatti come una manifestazione, di americani, appunto, che già da soli la
gran parte di loro occupava ognuno lo spazio di due persone. E di fronte alle
eteree figure di Beato Angelico..
Ma non era soltanto questo, e forse era anche questo, la sensazione era che noi
fossimo una umanità post storica. Non solo di un'altra epoca rispetto a Beato Angelico,
al 400 fiorentino, che è evidente, ma non più in grado di poterne apprezzare la
bellezza. Ma lo dico per primo, non perché mi senta snob verso gli altri. C’era
anche qualche simpatico professore che spiegava alle teste bianche intono a lui
ui tanti significati stratificati, si si possono sapere , ma non si possono più
introiettare e intuire come ancora nostri.
Il ceto medio riflessivo, che diciamo “sopravvive” in tutti i sensi. Si attacca
alla vita. Ma non è per questo, lo direi se anche alla mostra fossi stato da
solo, anche se vicino a me ci fosse stato di Didi-Hubermann, a spiegarmi Beato Angelico,
perché una volta spiegato mi sarebbe stato impossibile capire. E penso riguardi
tutti, Lo capivi da come interagivano, come se fosse una mostra qualsiasi (ho
scoperto che gli anziani con i cellulari che fanno foto a manetta, sono molto più molesti dei quindicenni) Ci è
impossibile entrare in sintonia con un'umanità come quella del Beato Angelico,
un sapere, una concezione della materia pittorica. Fino all'altro ieri abbiamo
pensato, sperato, ci siamo illusi di avere le radici in quell'oro, in quel
rosa, in quei colori. E in quella posa di luce che veniva da un altro mondo, in
senso anche planetario, è come se venisse veramente da un altro pianeta. Ho
avuto la sensazione di fronte ai quadri di Beato Angelico e di essere io l'alieno
che apre il Voyager e dentro ci trova il disegno di Leonardo da Vinci. Come se
mi trovassi di fronte da Alieno a un codice di alieni, distanze irrevocabile ormai, in cui non
possiamo neanche illuderci di aver visto il nostro grande passato. Peggio
ancora se ci illudiamo di aver visto in mostra il nostro grande passato “europeo”.
Proprio il fatto di vederlo tutti assieme, questa specie di RSA dell'anima in
gita culturale, morente. Mi ha dato proprio quella sensazione. Definitiva
finitudine della nostra cultura. Che ammutolisce, certo di fronte a tanta
bellezza. Ma ammutolisce perché non ha più i codici per poter capire intimamente
quella stessa bellezza. Non perché inesperta o ignorante. Perché ormai siamo un
altro pianeta. E’ una questione che ha anche fare con la metafisica più che con
l’overtourism, anche se il secondo dipende dalla fine della prima.
martedì 30 dicembre 2025
TROPPO ANGELICO ORMAI PER LA NOSTRA POST UMANITA' (Firzenze, Palazzo Strozzi, Mostra "Beato Angelico")
mercoledì 17 dicembre 2025
TEATRO, PREMI UBU E UNA MOLTO BUONA ANNATA, SPESSO OTTIMA. (Nonostante difficoltà, tagli e incapacità istituzionali)
Il teatro gode di ottima salute creativa, per affrontare il mare in tempesta di risorse economiche ridotte e di una costante avversione istituzionale nei confronti del mondo della cultura. Lo dimostra la serata finale dei Premi Ubu per Franco Quadri, per le migliori realizzazioni in tutti i settori della produzione e invenzione teatrale. Qualità, ricchezza plurale di moltissime candidature oltre che dei premiati.
I settantasette referendari – tra cui è anche chi scrive – hanno portato rose di candidati che si sono contesi, spesso per pochi voti, il premio finale (è stato spesso difficile decidere ). È un buon segno, in fondo.
ho messo i link ai pezzi che ho scritto, metto dove ci sono anche le date prossime. Approfittate, è stata una buona annata.
Ha vinto come migliore spettacolo italiano A place of safety del collettivo Kepler 452, ideato scritto (con candidatura al miglior testo) e diretto da Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, frutto di una esperienza a bordo di una nave di soccorso con Emergency e Sea-Watch portando in scena operatori e volontari con i loro racconti. Lo spettacolo sarà dal 27 dicembre fino all’11 gennaio 2026 sarà al Piccolo Teatro di Milano. Poi dal 5 all'8 marzo a Blogna Arena del Sole.
Molto valido anche l’altro spettacolo candidato al premio principale, La vegetariana, che ha vinto anche per la “Migliore scenografia” a Daniele Spanò e il “Miglior disegno luci” a Giulia Pastore. La regia è di Daria Deflorian (candidata in questa categoria) che ha adattato – insieme a Francesca Marciano – il romanzo di Hang Kang . La vegetariana sarà a Milano: 10-19 aprile 2026 (Piccolo Teatro di Milano).Cesena: 28-29 aprile 2026 (Teatro Bonci).Roma: 19-24 maggio 2026 (Teatro Vascello).
La riscrittura drammaturgica del romanzo della premio Nobel coreana era in lizza per la nuova categoria di premi, per “Miglior testo non originale” (dedicato a riscritture e/o adattamenti, vista la presenza di molti spettacoli tratti da opere narrative) che è andato a “Altri Libertini” dai racconti di Per Vittorio Tondelli con la regia di Licia Lanera. Sarà a torino al T Gobetti Dal 10/02/2026 al 15/02/2026 - di Tondelli bisognerà parlare ancora in questo paese che dimentica troppo in fretta i suoi grandi autori.
Candidato a miglior spettacolo era anche Capitolo Due di Neil Simon, raffinato e originale nel ridefinire l’uso del comico, grazie a una regia sapiente di Massimiliano Civica che ha vinto l’Ubu per la “Migliore regia”. Teatro Fabbricone di Prato (19-22 febbraio 2026) e al Teatro Bonci di Cesena (21-22 marzo 2026)
Personalmente non seguo molto la danza, per una scelta di competenze ed economia di tempo, pur apprezzando alcune opere, quando sono capaci di ibridare molti teatro, danza e altri linguaggi artistici. E tra questi c’è sicuramente “Asteroide” di e con Marco D’Agostin, che intreccia amori, catastrofi, dinosauri estinzione e scienza un impossibile musical. One man show per uno dei grandi talenti della performance italiana. 12 marzo 2026, Teatro Camploy, Verona (IT), 26 marzo Teatro della Tosse, Genova , 10 maggio Teatro Palladium, Roma (IT), 16 maggio CSS, Udine.
Se tra gli attori candidati c’erano due ottimi interpreti, che sanno mostrare versatilità e raffinatezza come Aldo Ottobrino (per Capitolo Due) e Gabriele Portoghese (per La vegetariana) ha vinto come miglior attore Davide Enia con il suo “Autoritratto” , aggiudicandosi anche il premio per “Miglior testo italiano”, che – come nella forma di teatro-narrazione a cui ci ha abituato Enia – è un potente e toccate racconto dei giorni in cui l’autore adolescente viveva la stagione della guerra di mafia e dei quotidiani omicidi a Palermo, negli anni ’80 e che portarono poi agli attentati a Falcone e Borsellino. Savona (SV) Chiabrera06/02/2026; Faenza (RA)Masini 10/03/2026; Firenze (FI) Di Rifredi Dal 12/03/2026 al 13/03/2026; Pontedera (PI) Era Dal 14/03/2026 al 15/03/2026; Monza (MB) Manzoni 20/03/2026; Napoli (NA) San FerdinandoDal 25/03/2026 al 29/03/2026
Va detto che sicuramente la scorsa stagione ha visto protagoniste molte attrici e di grandissimo valore, lo testimonia il fatto che la candidature erano quattro, per via di exequo. Brave Sonia Bergamasco (con Elettra), Giuliana De Sio (Cose che so essere vere) e Monica Piseddu (per La vegetariana) ma questo sembra essere il momento magico di Valentina Picello premiata per le interpretazioni di “Anna Cappelli” di A. Ruccello e “La gatta sul tetto che scotta” di T. Williams, apprezzato anche per la regia di Leonardo Lidi, anche egli tra i candidati per questa categoria (Picello è protagonista anceh di “Madri” testo finalista a questi Ubu e scritto da uno dei migliori tra i nuovi drammaturghi taliani, Diego Pleuteri.
“la gatta” sarà : Bari, Piccinni Dal 17/12/2025 al 21/12/2025; Trieste (TS) Politeama Dal 08/01/2026 al 11/01/2026; Bolzano (BZ) Comunale Dal 22/01/2026 al 25/01/2026; Prato (PO) Metastasio Dal 29/01/2026 al 01/02/2026 ; Reggio Emilia Ariosto Dal 03/02/2026 al 4/02/2026; Pordenone Verdi Dal 06/02/2026 al 08/02/2026 ; Milano Franco Parenti - Dal 10/02/2026 al 15/02/2026
Invece il testo, interpretato (ottimamente) da De Sio, “Things I Know to Be True” dell’australiano Andrew Bovell ha ricevuto il premio come “Nuovo testo straniero”, in quanto messo in scena da compagnie o artisti italiani (in questo caso con regia e interpretazione di Valerio Binasco). Bovell è un grande autore contemporaneo e sarà presto con un nuovo testo sulle scene italiane.
Per i giovani under 35, la migliore attrice/performer 2025 è Francesca Astrei, mentre il miglior attore/performer è Pietro Giannini, che alle dotti interpretative unisce una solida capacità di scrittura, dimostrata per il suo “La traiettoria calante” un assolo di teatro civile e narrativo che ricostruisce la tragedia del crollo del ponte Morandi, a Genova, città natale di Giannini. Complimenti a loro, anche ai candidati , sono il futuro: Alfonso De Vreese, Niccolò Fettarappa, Giulia Heathfield Di Renzi, Evelina Rosselli (brevissima in "Sdisorè" di Testori, a Maggio al Teatro Fonda di Milano)
Difficile la scelta per il miglior spettacolo straniero visto in
Italia tra “Changes”
del tedesco Thomas Ostermeier, che ha vinto, “Lacrima”
delal francese Caroline Guiela Nguyen e “Parallax”
dell’ungherese Kornél Mundruczó. Ostermeier sarà a gennaio a Roma all’argentina
con il recente “il granchio” da Ibsen 23 e 24 gennaio. Nguyen sarà con il nuovo
lavoro “Valentina” al Piccolo di Milano a Maggio.
Infine premi per il “Miglior disegno sonoro” a Vanni Crociani, Giuseppe
Franchellucci, Massimo Marches, Mario Perrotta (“Nel blu. Avere tra le braccia
tanta felicità” spettacolo su Domenico Modugno e premi speciali a Teatro
Akropolis, Mimmo Borrelli, Teatri di Vetro, Teatro dei Venti, Motus mentre il
premio “Franco Quadri” assegnato dal direttivo Ubu è andato a Roberta Carlotto
e alla rapper e poetessa inglese Kae Tempest, che vedremo. Di lei avevo scritto
diverse volte negli anni Dieci, qui un pezzo del 2018 su Robinson https://www.repubblica.it/robinson/2018/09/05/news/kate_tempest_libro_resta_te_stessa-205673751/
Ultimo ma non ultimo, il premio alla carriera a Pippo DelBono regista, autore e attore, CON una ricerca pluridecennale di poesia e spiritualità, col suo teatro apprezzato in tutta Europa, con la sua originalità di scrittura, capace di creare immagini altamente simboliche mescolate a un radicamento alla vita vera (e per decenni insieme all’amico attore e sodale di vita “Bobo” scomparso un anno fa e a cui è dedicato un film appena uscito). Vita e arte che vanno assieme. . Avevo scritto de “Il risveglio” lo scorso anno
TUTTI I PREMIATI
venerdì 5 dicembre 2025
TUTTO QUELLO CHE RESTA, NON E' (Appunti su "tutto quello che è un uomo" di David Szalay, Adelphi)
******************************* da qui riprende da Facebook *******
che se poi Orban volesse far suo lo
slogan di Trump “make Ungheria Great again” dovrebbe esaltare l'impero austroungarico e
tutta quella cultura e letteratura che oggi condannerebbe proprio Orban come
una orribile marionetta, come quelle del teatro di Tadeus Kantor, o come i
protagonisti di “Le sedie” di Ionesco, tanto epr stare in area “europa
orientale”. Strano che Szalay si sia fermato a vivere in Ungheria, quando ha
mollato i suoi lavori con grandi aziende e ha deciso di scrivere. MA forse era
un buon punto di osservazione per poter
raccontare la miseria del maschilismo europeo, la povertà quasi pietosa di questa parabola di
decadenza dico Europa ma non c'è l'Europa o meglio nel suo non- esserci. nel
suo “non essere più l'Europa” sta il suo
“essere L'Europa di oggi per come la ritrae Szalay. L’Eurpa come ammasso di noi,
“i particelle elementari” per dirla con il romanzo di Houellebecq, che mi
sembra un modello imprescindibile come scrittura per Szalay, che si colloca in
quella eredità della disfatta, eredità del dissolvimento di tutte le “illusioni
della libertà” della individualità come possesso della propria vita, e con esseri
umani maschi etero occidentali che precipitano.
Sono personaggi che spesso nemmeno la ricordano però quell’Europa, adesempio i
ragazzi dell’apertura del libro Simon e Ferdinand, non ricordano “l’Europa del
Muro” mentre approdano a Berlino sedicenni, non sanno nulla del muro però
ricordano Eliot il suo Aprile crudele, il suo “melodioso pessimismo”.
Come loro in “Tutto quello che è un uomo” i personaggi son “senza un dove”, senza un dove vorrei essere, senza un’Europa ridotta a cartoline sbiadite, a percezioni di un vissuto degenerato,
esperito tra i 16 e i 73 anni, con un’unica
domanda “che cosa ci faccio qui?” che è una domanda che fu di un di un grande
sognatore europeo Bruce Chatwin, che vagava per il mondo nomade, forse con quel
tanto di inevitabilmente attitudine esotista, o coloniale, si direbbe oggi, ma
che era il tempo stesso il sogno di un progresso, di un'espansione vitale
(mentre L'Europa del maschio depresso che piomba nel proprio inghiottimento
privativo è proprio l'Europa che ha assorbito in sé, fino a farsi crocifissione,
quell'accusa di soggettivismo, forse
superomismo espanso)
L'Europa appare ora a Ferdinand e Simon e i due sedicenni a
Berlino come una sequenza di statue bianche di pietra come le vedono in un
monumento, che fanno un po’ tutto: molestano donne lottano scrutano l'orizzonte,
ma ciascuno congelato in un “gesto di smania oscura”.
E tuttavia in quella smania c'era il bene e c'era il male,
ora c’è solo un moto perpeturo e circolare, a vuoto, che anima questo movimento
disperso di sonnambuli e zombie in Europa ed è “ pensate a divertirvi”, il
motto degli anni ’90 invecchiati mle : “Have fun”
L'Europa come appare sul lugubre Ponte Carlo di Praga, con le statue annerite e i turisti ciabattoni
che si agitano e con Simon che sentenzia che “quel posto è una Disneyland
senz'anima” e “ come fa un turista a essere felice sempre a girare sempre senza
niente da fare è alla ricerca di qualcosa”.
ma questa condizione
di turisti non è solo la condizione di chi è in vacanza ma è la condizione di
chi è “vacante” tutto il tempo, e quel vuoto compone queste brevi vite infelici
di turisti della storia.
“Tutto quello che è un uomo” libro fatto di racconti in cui quello che
predomina è proprio la struttura della sottrazione, la capacità di saper far
parlare il” non detto” nella scrittura, in questa mancanza in questa frattura e ferita
del linguaggio, in questo impoverimento trasparente,
in questo neutro.
Un “neutro” mortale che sta intorno a ciò che è scritto, che non è bianco è
semplicemente neutro: c'è la forza stilistica di questo romanzo la sua capacità
di comporre con il niente quel qualcosa che continua ad essere la letteratura,
come se da questo ungherese di seconda generazione cresciuto nel cuore di un
impero che stava decadendo, e nel suo decadere pensò nene di uscire dall’Europa,
come ha fatto appunto la Gran Bretagna in cui è cresciuto Szalay, come se questo non-europeo che non ha un suo
dove né in Canada, né in Gran Bretagna né in quell’Ungheria da dove viene suo
padre, che vive un triste passaggio tra
la dittatura durante il 900 e l'autoritarismo del ventunesimo secolo diventando
quasi un modello mondiale di questa deriva, ci dicesse qualcosa di questa “gloriosa
povertà”, di questa epica della
privazione che stiamo vivendo e che Szalay racconta, in cui in un contesto così bruciato povero di
cultura così povero di profondità, con i personaggi che dicono quasi sempre il
più delle volte “Okay” che appunto
l'imitazione grottesca del “sì” di Molly Bloom e di Nietzsche, è come se ci stesse dicendo che quello che ci
è rimasto è la cosa più alta, il bene più prezioso dell’Europa e al tempo
stesso il più inutile: la letteratura
Nella “non speranza” ciò che “resta” è ciò che scorre il grande patrimonio dell'umanità e la sua capacità di percepire che quello che resta è quello che è qui, fosse anche solo pura materia.
In realtà la materia di cui è fatto “l'uomo” tutto quello che è un uomo è il tempo, che però non esiste se non nella eterna percezione di un impermanenza. Ma proprio il fatto di finire in ogni momento è ciò che “non finisce mai”, e fosse anche questo “mai” (cosa familiare appunto a Kafka) una pena infinita, una “condanna”.
Ci dobbiamo collocare dentro questi paradossi così come la nostra materia infinitamente piccola, nelle particelle, si colloca nei paradossi della fisica quantistica che ci ricorda il nostro essere qualcosa e al tempo stesso non esserlo, che è proprio della cosa osservata così come dello sguardo dell'osservante. Noi, io, maschio etero biuanco europeo occidentale, di una certa età.
giovedì 20 novembre 2025
CECCHINI E TURISTI DELLA MORTE A SARAJEVO. Una poesia di trent'anni fa e qualche ricordo
Tra i cecchini che sparavano a Sarajevo dalle colline uccidendo a caso negli anni della guerra in Bosnia c'erano dei "turisti della morte" persone ricche che pagavano per uccidere, come in "safari della morte". E c'erano, secondo testimonianze - già di qualche anno fa e riproposte in un documentario recente - anche degli italiani.Ora la procura di Milano indaga su questa possibilità, appunto che alcuni civili italiani abbiano sparato per divertimento contro gli abitanti della capitale bosniaca durante l’assedio tra il 1992 e il 1996.
IN quegli anni io lavoravo a Italia Radio e conducevo una trasmissione del mattino oltre che occuparmi di libri.
Essendo legati all'Unità e al PArtito Democratico, attingevamo ai loro corrispondenti e tra questi Adriano Sofri che fu corrispondente per il quotidiano L'Unità tra il 1993 e il 1995 (nel libro "Lo specchio di Sarajevo" è raccolta quell'esperienza). Non dimenticherò mai alcuni collegamenti in diretta, tra cui uno in cui piansi, dietro il microfono, dopo uno dei due attentati al mercato di Markale, che Sofri testimoniò poco dopo l'esplosione.
L'altro aspetto che colpiva erano i cecchini, era già questo "realismo assurdo" anche se non nuovo nelle guerre - dalla prma guerra mondiale e chi non ricorda la morte assurda in una giornata in cui non succede niente, del romanzo di Eric Maria Remarque?
Ma dalla guerra al turismo per uccidere è l'ingresso in una dimensione su cui - ho usato la categoria dell'assurdo apposta - indaghiamo con ciò che di più profondo abbiamo, l'arte, da un secolo. L'episodio che fa virare Samuel Beckett verso questa poetica e il teatro che sarà definito dall'aggettivo "assurdo" è un accoltellamento casuale per strada da aprte di un senza dimora, che fu rintracciato e che Beckett volle incontrare per sapere il perché e quello rispose, pare, "non lo so".
Sui cecchini di Sarajevo, anche se militari già presenza dell'assurdo, avevo scritto negli anni '90 una poesia. Nella prima edizione in cui è pubblicata conteneva le iniziali di una dedica "a A.S. e E.D.L. " che sentivo in radio e che leggevo da Sarajevo (l'altro è Erri De Luca
Cnservo la memoria dell'assurdo di tutte le guerre, forse anche genealogiche, se penso che mio nonno era stato esposto ai cecchini sul Carso nella Grande Guerra. MA onservo come un dono della vita aver raccolto quei racconti orali della radio da due grandi scrittori.
1,
Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l'oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
e l’urto di pressione provocherà mal tempo,
mentre la terra si ritrae nel grigio
costretta nel mirino. Di là c'è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C'è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dai Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
domani che sarà? La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, domani
che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d'acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà .
2.
Come nulla si vede guardando nei tombini
aperti, così cade la vista verso il vuoto,
fuori-campo; sulla cartina Sarajevo è già l’oriente
muto, ma l’emergenza ha invece un suono,
del mondo-shock e inciso obliquo ha tutto
il farfallìo di piccoli bracieri, la fede in nulla
che sia lontano dalla strada e a questo brivido
si arrende; e nella piazza vuota al cielo
lo sguardo asciutto, lontano dai suoi liquidi, dal corpo,
dalle geminazioni e già-marcite
provviste quotidiane, misura nell’ orario
gli anni che non sono stati e il giorno livido
che va da un’alba all’altra, uguale.
Guardo luci a intervalli e penso al viaggio
quello migliore, quello di sola andata,
ma dalla fontana stavolta si ritorna.
3.
(c’è un fiume di fanghiglia, pesantissima,
sommerge, vive e soffoca, nei giorni e anni dopo
arriva nella piazza, è sporca e viva, perché è la melma
degli incendi, si raccoglie come l’acqua passiva nelle conche
tutto raccoglie e sopravvive, cresce tra muffe, bava di batteri
scura della calma, della traccia di una veglia infinita dei cecchini
che aspettano di scoprire da lontano quanto il mondo sarà piccolo.)
(clima sull’Europa, 1992, Correnti dei Balcani)
LA poesia l'ho ripubblicata in "corpi Solubili" del 2023, che chiude un ciclo, Un'era, come dicono i climatologi, le epoche climatiche hanno cicli di trent'anni. LA Storia sta avendo ora gli stessi andamenti del clima, difficilmente prevedibili o forse previsti, a ben leggerla o ricordarla.
A questa poesa ripubblicata ho fatto seguire una nota, che metto alal fine, per spiegare qualceh citazione oggi criptica, in cui tral e altrecose cito la foto di Mario Boccia che ho messo in alto. "La ragazza che corre" si intitolava. Correva dopo aver rimediato qualcosa da mangiare, per sfuggire ai cecchini o ai proiettili sparati dall'artiglieria, magari proprio in un giorno in cui non succedevana "niente di nuovo sul fronte". La foto è bella, è tragica. (anche io guardo la ragazza, aveva qualche anno meno di me, sarà viva? chissà).
Il fotografo raccomtò dopo di essersi sentito "uno sciacallo" (il teleobiettivo accumuna tragicamente cecchini e fotografi e ci parla della responsabilità delle immagini, pure necessarie).
Nota alla poesia
Poesia scritta molti anni fa, durante la Guerra dei Balcani, ispirata dai racconti di Adriano Sofri, Erri de Luca e altri, che ricevevo durante il mio lavoro radiofonico a italia Radio, da Sarajevo, in collegamento telefonico. Era in particolare il periodo tra il 1992 e il 1994. La poesia è stata pubblicata quindici anni dopo, nel 2007 in “Le ore impossibili”. torna, trenta anni dopo, co locata, con lievissime differenze, anch’essa come le prime due in apertura di libro, come scheggia, come traccia di una geologia testuale che si riconnette ad una storica, geologia o climatologia, epoche di progressivo straniamento, turbolenze, sempre come sempre. Scheggia di memoria è anche la citazione del colonnello Edmondo Bernacca
de l’Aeronautica Militare che, per decenni, dal 1957 al 1979 condusse la trasmissione quotidiana de le “Previsioni del tempo” su le reti Rai. tra le sue espressioni, per spiegare alcuni freddi invernali, c’era
anche le “correnti dai Balcani” responsabile de l’abbassamento de le temperature. Sarebbe morto in quel periodo, il 15 settembre 1993. Pochi giorni dopo, il 30 settembre, il fotoreporter Mario Boccia
scatta a Sarajevo una fotografia divenuta iconica “La ragazza che corre”. Gli abitanti della città erano costretti a muoversi di corsa per ogni attività elementare come procurarsi cibo o acqua alle fontane a causa dei cecchini che sparavano dalle colline.
Bernacca, morto da Generale, non vedrà la sua Aeronautica Militare italiana di supporto, pochi anni dopo,
nell’operazione Allied Force, la campagna di attacchi aerei portata avanti dalla NATO per oltre due mesi contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević, con l’intento di ricondurre la delegazione serba al tavolo delle trattative. Anche qui, il futuro che ne è seguito, nei giorni di altre guerre in Europa, ci restituiscono il senso delle stagioni della Storia.
martedì 11 marzo 2025
CARAVAGGIO 2025, UN BEL REMAKE, MA L'ORIGINALE RESTA INARRIVABILE
Ecco allora “I bari”, dal Kimbell Art Museum di Forth Worth in Texas, così come “I musici” dal MoMa di New York, o “Santa Caterina” del Thyssen-Bornemisza di Madrid ( venduto dall’Italia fascista nel ventennio ai loro camerati franchisti) o “Marta e Maria Maddalena”, da Detroit. Su tutti spicca per novità – ma certo non il picco del Merisi, in termini pittorici – “Ecce Homo”, dipinto a Napoli, secondo i curatori nel 1060-1609 finito poi in Spagna e ora di proprietà privata, attribuito a Caravaggio solo nel 2021, esposto per la prima volta in Italia. Accanto a queste opere, alcuni dei capolavori da sempre tra Galleria Borghese e la collezione del Palazzo Barberini.
Proprio questo splendido teatro barocco contribuisce all’effetto spettacolare, l’unico posto in ci si può salire ai piani superiori dalla scala disegnata da Bernini e ridiscendere da quella ideata da Borromini.
Caravaggio torna a casa, o meglio nella magione nobiliare di uno dei suoi committenti, ma non troverà nulla della Roma popolare che lo aveva ispirato all’arrivo da Milano nel 1592 (in un emigrazione al contrario, dalla Lombardia alla capitale, proprio come faranno Dino Risi o Carlo Emilio Gadda o Alberto Arbasino, secoli dopo).
La Roma che forse poteva sopravvivere nei volti, nei corpi, fino agli anni ’50 della sua riscoperta che avvenne – ancora per citare una rivalità dualistica tra le due capitali, del potere e della moralità – stavolta grazie alla sua città dove era nato nel 1571 e che ospitò 380 anni dopo, nelle sale di Palazzo Reale, la celeberrima mostra della riscoperta moderna, “Caravaggio e i caravaggeschi” nel 1951, curata da Roberto Longhi , esposizione imbattibile con i 61 quadri di mano del Merisi medesimo nonché altri 132 della scuola pittorica che a lui guardò una volta che la sua fama deflagrò nei cieli di Roma.
Diciamo che quella Mostra è il leggendario originale, questa di Roma è un remake, ottimo, ma remake di quell’inarrivabile.
Un anno prima, nel gennaio del 1950, un allievo di Longhi,
Pier Paolo Pasolini, approda a Roma. Aveva sicuramente assistito nel 1942 ai
suoi corsi su Caravaggio, allora poco conosciuto all’università di Bologna.
Ora, arrivando a Roma, la pittura tra Giotto e Caravaggio diventa folgorazione
in carne della visione pittorica e che Pasolini poi trasporterà nei corpi e nei
volti del suo cinema, dieci anni più tardi, come ha testimoniato la mostra del
centenario su Pasolini del 2022, in particolare quella del ramo pittorico del
suo lavoro, ospitata proprio a Palazzo Barberini ( “Tutto
è santo. Il corpo veggente”) .
Tornando a Caravaggio, la stessa Galleria Corsini e tutto Palazzo Barberini sono casa, lo è ancora di più per il “Maffeo Barberini”, anzi dimora, come fu per il futuro Urbano VIII. Merisi lo dipinge ancora da prelato, (con data incerta tra 1598 e 1607) in un dipinto che Roberto Longhi attribuì a Caravaggio nel 1963 e riconosciuto come tale da tutta la comunità di studiosi, affiancato a un altro “Ritratto di Maffeo Barberini” sulla cui attribuzione si discute ancora. Il confronto e accostamento di opere che altrimenti non sarebbero mai visibili a distanza così ravvicinata, è uno dei punti di forza di questa mostra, e che corona il grande sforzo di ricongiungimento di queste “star” (e così come per la mostra del 1951 si mosse anche il cardinal Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, è indubbio che anche in questo caso il Vaticano indirettamente ha avuto un peso, se non altro come motivazione e come sforzo - anche economico economico – a cui si unisce anche la finanza di Intesa Sanpaolo).
Se la forza artistica, la rivoluzione di bellezza, l’impatto sociale e religioso di Caravaggio sono ormai evidenti a tutti e le opere parlano da sole e la sua fama pure – la quale va ben oltre le competenze delle centinaia di migliaia di visitatori già previsti per i quattro mesi di durata – si può dire con serenità che questa mostra non scopre nulla, come fece quella di Longhi del '51, ma appunto “mostra”, e tuttavia, indubbiamente, è un bel mostrare.
Mostra infatti l’inimmaginabile oggi, ovvero questi 24 capolavori di Caravaggio tutti assieme e così vicini.
Visto che è la celebrazione dell'arte come ciliegia turistica, va detto che si può certo godere nell’ammirare – oltre che opere troppo lontane come alcune in sperduti musei degli Stati Uniti ora sempre più lontani dall’Europa – come si sia evoluta la sua pittura. Come rapidamente e forse proprio grazie alla potenza fisica della Roma popolare (idealmente immaginiamo la stessa che colpi altri nordici che calarono secoli dopo), la potenza pittorica di Caravaggio si impenni subito tra il “Mondafrutto” piccolo quadro della Royal Collection londinese dipinto appena arrivato nella città dei papi nel 1596 col giovanotto fruttivendolo, non dissimile dal sé stesso dipinto nel contemporaneo “Autoritratto in veste di Bacco (il bacchino malato”) della Galleria Borghese, anche questo di piccole dimensioni.
Sono opere della sezione “Debutto romano” segnato da una vita iniziale di espedienti, realizzando quadri piccoli da vendere pochi soldi.
Quella traccia di vita che esplode dal basso fu sempre l’origine vulcanica della sua forza di forme e colori e soprattutto di luci e ombre, queste ultime con quella capacità futura di “Ingagliardire gli oscuri” che sono la seconda sezione e che prende il titolo dalla frase con cui il suo primo biografo Bellori già individua in Caravaggio, la sua capacità di far nascere la luce come dall’interno delle figure, come se estraesse la luce dall’oscurità che contraddistinguerà sempre la sua pittura. Essa si sviluppa a partire dalle prime committenze religiose, grazie al suo protettore e “agente” il Cardinal Del Monte, tra ci furono cui le imponenti tele di San Luigi dei Francesi, che per il visitatore della mostra sono imprescindibili visite complementari (al netto della precondizione che i pellegrini della gran marea giubilare ne permetta agevole visione, pellegrini ben diversi da quegli scalzi e scalcagnati “romei” che stanno inginocchiati da quatto secoli nella chiesa di Sant’Agostino, poco distante dal Senato, con i piedi zozzi in bella evidenza, davanti alla Vergine Maria, che se ne sta con le gambe incrociate da posa di “donna sfacciata” e che offre il Gesù bambino alle preghiere dei due malandati pellegrini, quando il pellegrinaggio non era overturism).
In questa sezione Sono anche tre quadri che permettono di rivedere una delle modelle preferite di Caravaggio: sia in Marta e Maria Maddalena, che in Giuditta che decapita Oloferne e nella Santa Catarina d’Alessandria, diversi studi identificherebbero con la cortigiana Fillide Melandroni.
Nella sezione intitolata al “Dramma sacro tra Roma e Napoli” il sangue, la violenza, la paura, sono quelli dei temi dipinti che si mescolano a quelli vissuti dal pittore, omicida di Ranuccio Tomassoni nel 1606 e poi fuggiasco prima verso i feudi Colonna (dove dipinse il capolavoro “La Cena di Emmaus”. IN questo periodo risale il Davide e Golia (ritraendosi come il Davide che decapita, auto-esposizione in cerca di espiazione). Successivamente Caravaggio approda a Napoli, qui oltre al già citato Ecce Homo, dipinge la “Flagellazione” per la cappella di San Domenico Maggiore. Siamo sempre nel suo stile tragico, come “La cattura di Cristo”. Proprio questa dimensione avventurosa viene rimarcata da questa mostra, che possiamo leggere anche come lo “Story board” di un film allegorico in cui episodi drammatici della vita dei santi e di Cristo, diventano il racconto altrettanto drammatico di una vita personale flagellata dalla violenza commessa, dalla colpa sentita, dal desiderio di luce.
Con una sezione finale, con una citazione novecentesca, beckettiana intitolata al “Finale di Partita” siamo all’epilogo, in cui è proprio la luce protagonista del “Martirio di Sant’Orsola” dipinto nel ritorno a Napoli da Malta, ancora una volta dopo una rissa, da fuggiasco. La luce violenta e geniale è quella che sprizza dai corpi e dalle armature grigio-scure. Allo stremo della vita, riflessa in questa barocca abbacinante oscurità, che sfolgora lame di luce, taglienti quanto le spade e il senso di colpa, Caravaggio, saputo del perdono di Papa Paolo V ( Camillo Borghese) salpa alla volta di Roma. Porta con sé Il “san Giovanni Battista” da donare al cardinale nipote del pontefice e gallerista raffinato, lo Scipione Borghese che ne perpetuò la memoria.
Michelangelo Merisi morirà nel 1610 avvolto dalle sue ombre, sulla via di Roma dove non arrivò mai. Ci arrivo per suo conto solo il San Giovanni, che fu dato a Scipione, ci arriverà e resterà a Roma per sempre anche la sua gloria, la fama della sua arte che divampa, per poi subire alterne fortune, ma che ora splende per sempre, come i corpi, simulacri eterni del suo stesso corpo mai ritrovato.
Caravaggio era morto per
febbri tra le paludi, finì in qualche fossa comune, poi smantellata in era
moderna. Nonostante ritrovamenti di ossa, plausibilmente attribuibili al
pittore da studi chimici recenti, questa assenza del suo corpo disperso per
sempre diviene un contrappasso di colpe mai estinte, ancora più forte il
contrasto – come tutto in lui – tra il suo corpo disciolto in terra e sale e
quei suoi corpi che - più di qualunque resurrezione vivono per sempre,
immortali, sulle sue tele.
RITORNO E RADICI, RESTARE E SPATRIARE. Su "Malbianco", di MArio Desiati (Einaudi)
Ci sono interessanti fili che legano certi romanzi pubblicati da poco. Il filo "Sud" mito e verità, il ritorno, la Storia, la genealogia, le radici, il rientro dallo "spatriamento" fatto da giovane, nonni e bisnonni/e ecc. CI torno alla fine, ma intanto una cosiderazione su questo ultimo "Malbianco" di Mario Desiati
domenica 9 marzo 2025
NEL TEMPO SPEZZATO DELLA NASCITA. Nadia Terranova, "Quello che so di te" (Guanda)
Nel nuovo romanzo "Quello che so di te” (Guanda) Nadia Terranova da un lato torna a inseguire i suoi fantasmi, ma dall'altro forse compie un passaggio che ne libera le energie narrative verso il futuro, esplodendo in una maturazione soprattutto stilistica.
Quello che nei primi libri era narrazione divisa tra ricerca dentro l’universo psicologico familiare e attenzione alle storie colettive di una terra (Messina, al cui terremoto è dedicato il romanzo che potremmo tutto sommato definire "storico", “Trema la notte”) in questo nuovo trova una fusuone e un'approriata forma stilistica, per affrontare un'indagine genealogica che si fa scavo nella Storia.
QUelle intorno alal narratrice . che qui si mett in gioco in esplicito rimando autobiografico - sono quelle che Steiner chiama "vere presenze” di una storia familiare più ampia, comessa a eventi collettivi, con i loro traumi e condizionamenti che generano ferite
che diventano poi forme di una psiche, matrice di discendenze ma anche di storie.
E' una nascita che innesca tutto, quella della prima figlia della Narratrice (lasciando possibile il riflesso speculare - poi esplicitato nelle interviste e nelle prsentazioni - con la biografia della Scrittrice Terranova medesima): Guardando la figlia appena nata per la narratrice, che prende parola in prima persona, c'è un’intuizione profonda: ora che c’è la bimba, arrivata dopo un lungo nomadismo esistenziale, a 44 anni, la madre non si può più “permettere di impazzire".
Il perché di questa affermazione perentoria non è solo una generica paura, ma ha un preciso riferimento a una leggenda familiare, tramandata dai parenti - dalal madre alle zie in poi - che Terranova riunisce in un'unicca polifonica voce detta "Mitologia Famigliare “ – con una ruolo di Coro, ma non neutro. La storia è quella della bisnonna (che la narratrice ribattezza Vénera). Questa Ur-madre delle origini, è una traccia di ricordi che passano per il filo matrilineare che sono condensati attorno a un evento: il ricovero in manicomio. "Era solo Esaurimento nervoso” dice attenuando la Mitologia, con venature di vergogna. IN relatà scopriremo che fu “internata” alla vigilia dei 38 anni per 11 giorni al Mandalari di Messina, per “Psicosi istero-nevrastenica” come recita patriarcalmente il referto che la narratrice troverà con una lunga attività di indagine.
I motivi del ricovero? Aleggiano per un lungo tratto del romanzo: una caduta, la conseguente perdita di una bambina che stava per nascere, un trauma, un'accusa di esserne la colpevole disattenta? C'entrava qualcosa il marito, prima Granatiere nella pRima Guerra e poi commerciante? C'era altro oltre quegli 11 giorni? E perché così Pochi?
Molte cose si chiariranno, altre no, altre oscilerano tra verità e alea magica, dentro cui vaga questa presenza di Vénera, donna ferita e detta “stramba”, silenziosa, minuta che si presenta nell'ora ciclica di una nuova femmina che nasce, nei sogni ma non solo.
Sono intensi i passaggi in cui si aprono improvvisi squarci temporali ie la stessa Venera prende la parola, con la scoperta della cartella clinica, della “Anamnesi ,” ed emerge con nelle parti in corsivo, a dispetto del suo essere stata sempre un “muso cucito” (mussu cuciutu) nel silenzio anche in casa, così come la tramanda la Mitologia.
Anche la figlia non-nata da quelal caduta si sovrappone alla nuova nata nella culla-cratere. E qui una certa spirale della storia si spezza, proprio per rigenerarne (e raccontare) tutta un'altra. Dato che la questione del tempo, delle ere che si sovrappongono ne lrpcedere edelal scrittura, nelal flla di voci, diremo subito che se da un lato in "Quello che so di te" c'è una meccanica celeste di svelamento che - come da Edipo in poi - - è sempre un'indagine quasi poliziesca sulle origini, Terranova attua un procedimento spiralide prorpi odella scrittura stessa con frequnti passaggi di voce e posizione di sguardo, per restituire un'idea di tempo niente affatto lineare a un "romanzo" che certo non ha il procedere dritto del'Epos, ma una forma di compresenza che liberano la struttura diegetica da geometrie prevedibile a costruire un flusso d'onda, intrecci di compresenze che scivola tra reale e fantastico, tra indagine storica negli archivi e tuffo onirico
L'idea di fondo Terranova lascrive chiara: “Scrivere è una seduta spiritica” e questa idea la pratica in un procedere trans-realistico, tra pensieri, apaprizioni vere e proprie, sogni, traumi collettivi, dicerie.
LA piccola nata è come un Angelo della Storia, raccoglie attorno a se memorie come detriti che si accumulano intorno e guardandola Terranova osserva cosa c'è nel vento che spira, ma quel vento soffia decisamente verso il futuro che sarà, la piccola a cui questaa storia sarà consegnata come pergamena di una liberazione non solo da una leggenda, ma si spera da una catena di conseguenze che hanno condizionato il destino di Vénera e che non era personali, ma collettive. Dalal condzione di una giovane donna nel 1928, alla forma che assumeva come pratica del sospetto e condizonamente duramete patrircale la cosiddetta scienza psichiatrica del tempo (mi viene in mente il alvor fatto sulla ginecologia fatto in un libro uscito negli stessi giorni di J. C. Oaetes, "MAcellaio").
Storia matrilineare che è anche un'esplorazione di cosa significhi per la Narratrice "maternità", tema che per altri versi sta diventando divisivo tra i femminismi contemporanei. Terranova lo fa a modo suo - sebbene non risparmi stoccate a certo determinismo da social con il perosnaggio della influencer Dok, anche se parte del romanzo che ha il sapore più di una sorta di stoccata che l'Autrice esentiva necessaria)
In quella fluida forma da “curva” spaziotemporale dentro cui si mescola il presente della Narratrice e i diversi passati familiari, "Quello che so di te" non solo il diario di una scoperta, d i una restituzione e riscatto di una donna senza voce, ma anche il diario della metamorfosi della scrittrice. Terranova, mentre procece, di fa partecipi di come il romanzo si sta costruendo, è una forma narrativa "open source" diremmo, sul dilo di uno sdoppiamento sia psicologico con questa donna che ha sofferto, sia traa NArratrice e Autrice, in un magma che plasma via via tutto il tempo a lei successivo e dunque è anche un romanzo di tempi che scorrono paralleli.
Pareti che – pirandellianamente, è inevitabile , il dramamturgo siciliano sta scrivendo i suoi drammi più famosi in quegli anni Venti e nel 1934 sarà premiato col Nobel - si abbattono, in Terranova, tra fattuale e non fattuale, attraverso un continuo entrare e uscire di voci scavando in spazi onirici, psichici o magari magici o dentro quella di Psichiatria transgenerazionale (citando il classico del settore di Anne Ancelin Schützenberger, "la Sindrome delgi antenati") inseguendo indizi simboli e genogrammi (particolari segni-chiave dentro la semiotica di un’indagine genealogica, come in questo romanzo il numero 38). Si restituisce anche giustizia a invisibili vittime (le donne più di tutto) delle scienze tutte maschili, che si credevano oggettive e invece erano solo “assoggettanti” . Larestituzione è la forma ultima di una scrittura che in quella “seduta spiritica” lascia anche andare i morti, finalmente e forse più di prima. Lo percepisce anche la narratrice-scrittrice quando si rende conto che questa è anche una storia di padri. IN chi scrive come in chi legge apapre una scia di continuità. Al tempo stesso, in questa indagine interiore e insieme collettiva e politica, che restituisce voce a Vènera, che riscrive la sua storia, l si pongono le basi per spezzare una catena di passato e ricostruire un futuro a quella bambina che è stata origine e ultima destinataria di una storia che nel passato guarda a come si possa ripartire dal pasato per scrive quel che non è ancora accaduto e poteva accadere, insomma un futuro nella forma di un pre-dire, senza dimenticare ma senza essere prigionieri di una memoria.
CAMERETTA VS ESSELUNGA: INVISIBILITA' DELLA TANA (con Petrarca e Kafka)
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