mercoledì 3 giugno 2026

CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo


 Ho letto “L’invenzione del colore” di Christian Raimo pubblicato da LA Nave di Teseo” e l’ho trovato molto bello. 

Conoscendo solo la figura pubblica di Raimo – e meno quella letteraria – mi ha sorpreso trovare un intreccio di storia privata e storia pubblica in cui, in quell’equivalenza che storicamente riassumiamo con “il privato è politico”  qui il primo elemento di questo binomio è sviluppato in modo più labirintico, di scavo e invenzione in modo forse più ampio del secondo, quello storico, pur importantissimo.
Starei per dire con una battuta -  che richiama la frase scelta dall’editore per la quarta di copertina (“Che fine fa l’amore che proviamo”) che in questo romanzo “il PROVATO è politico”.

Nel senso che il protagonista del libro (Christain-personaggio molto aderente alla figura di Raimo-autore in un romanzo in cui avverte la nota nel colophon, “si mescolano elementi reali con altri di pura fantasia e invenzione”) insegue con una certa testarda ostinazione, che però è uno slancio sincero e disperato, sia le proprie emozioni, cercando di decrittarle, sia soprattutto i pensieri del padre, la figura al centro del romanzo.

O meglio, il suo fantasma, perché il padre è morto dieci anni prima, di tumore, rapidamente, lasciando un trauma nel Raimo-personaggio e oggi gli torna nei sogni, prepotente e enigmatico e così Il protagonista decide di iniziare una ricerca sul padre, per capire quel che non aveva capito quando era vivo, e che sarà anche una ricerca sull’epoca. E’ un romanzo sulla genealogia del ‘900, forse l’ultima per generazione interamente tale. E’ anche un romanzo su un “amore difficile” quello di Christian per la transfemminista Gadda, al tempo di ruoli, schemi, messe in discussioni delle biologie, delle identità maschile-femminile – anche se è una storia amore che si rivela più semplice di quanto tutti e due la fanno, alla fine della fiera (specie lei, che in fondo forse avrebbe voluto un fidanzato amorevole e presente e non un disperato orfano). La storia d’amore non ha sviluppo, destinate come quasi tutte le store di coppia oggi ad essere storie amputate, chiusa da una lettera-manifesto di tutte le contraddizioni possibili, scritta da Gadda (lei, non Carlo Emilio).


 E’ anche un romanzo di fede, che forse è più ostinata dell’illuminismo incalzante del protagonista instancabile chiarificatore a sé stesso – anche se poi sia la parte di indagine sul padre che l’amore, sono soggette a una deriva di soprese, di questioni sospese, di tante domande, di tanti ragionamenti che non sono mai sintesi, ma vivono in una dimensione molecolare di momenti, una moltitudine di momenti e stati d’animo.

Il romanzo è costruito su un asse verticale-passato (il padre, l’indagine sulla genealogia, la storia, il 900, la Technicolor, la fabbrica del colore cinematografico che ha rivoluzionato il cinema) un asse orizzontale e dualistico nel rapporto Christian-Protagonista e Gadda, che è un duello con una figura che lo incalza, lo costringe a scoprirsi, a esporsi, e per certi versi a vivere, sebbene il guscio interiore della “ricerca” del Raimo-personaggio lo porti dentro un perdersi in sé stesso.


Ma non è l’asse principale, perché si interrompe, per andare verso la fine, sul terzo ramo, sempre verticale-ma-futuro, dominato da un “virgilio” ragazzo Paolo, alunno ribelle, diciamo anche un po’ alunno ideale per un prof  come il Raimo-autore, sempre a cavallo tra volere la scuola e abolire la scuola. In ogni modo sarà l’alunno squinternato, intelligente e bizzarro imprevedibile, che guiderà il pesante boomer-prof  verso la deriva finale, alla ricerca anche mistica (e religiosa, esplicitamente a suon di citazioni evangeliche) di questo padre – che Christian-protagonista in una specie di delirio stile Apocalypse Now, immagina vivo, in una località segreta, che magari però è  solo un aldilà lisergico come quello in cui vive Kurz-Brando

In realtà il padre è morto, non c’era mistero se non il mistero della  morte, che resta sempre a farci la domanda della quarta: “Che fine fa l’amore che proviamo?” anche se una domanda di fondo è pure “in che modo quello che proviamo influenza la Storia che volevamo cambiare?” e anche: in che modo ostacola il cambiamento o lo fa andare in direzioni diverse da quelle sperate in teoria?. 

Quello che più mi è piaciuto è che Raimo nella scrittura letteraria sembra finalmente fare quel che Paolo urla al Christian-personaggio, di lasciar andare il peso, così come Gadda nella mail che gli scrive, in un momento drammatico, e gli rimprovera quel che non ha fatto: che avrebbe dovuto accettare di lasciar accadere le cose,  quello che fanno le persone con un corpo: odiare, come amare, come stare insieme (esserci con quel corpo, ma non solo con il corpo, ma certo mai senza il corpo). Accetta che si viva, accetta che si muoia.

 E’ la scrittura qui che sblocca il passaggio tra le dimensioni, nel suo mormorio inesauribile di “sentire” ed “essere” “ lo direbbe Antonio Damasio – il corpo della vituperata anche per certa critica ideologica, “emozione”. 
Lo fa soprattutto ritrovando il corpo nel corpo del padre morente, alla fine del romanzo. Ma non lasciato nella sua solitudine.
C’è una frase che scrive a un certo punto Raimo dopo aver narrato nel dettaglio (ma pure dopo essersi posto mentre narra il tema di “come si racconta la malattia” facendo un’esagerata operazione metaletteraria)
la frase è  “non ho mai parlato tanto di un corpo in vita mia” (che alla fine è quello che resta senza starsi a fare troppe menate meta-narrative).

Ed è una frase che per suggestione sintattica mi fa venire la frase in versi spezzati di Ungaretti alla fine di “Veglia” – la poesia in cui passa una notte a fianco del compagno morto e che fa: “Non sono mai stato / tanto /attaccato alla vita” – con una rivelazione di aderenza alla vita, all’esserci, proprio come Christian-personaggio in quel rapporto con il corpo morente del padre, in cui c’è più verità che non nel pur necessario confronto con il fantasma paterno, come facciamo tutti noi figli-amleto (maschi)

Se ogni storia è storia di fantasmi, lo è anche la Storia forse e questo è il pregio di un romanzo così, che ci fa certamente rileggere anche il ‘900 per come è stato nella sua dimensione collettiva, intrecciando l’emancipazione della genealogia-Raimo (da contadini e pastori tra Abbruzzo e Marche, al padre del protagonista che si laure, che lavora in una fabbrica che farà “la rivoluzione” nel cinema (con tanti paradossi, anche politici, perché certo il cinema è anche arte ma pure industria culturale, persuasione immaginaria ecc) introducendo una tecnica di ritenzione dell’argento per le pellicole, riassunta dalla sigla ENR  che dava possibilità al colore prima impensabili, e sviluppata proprio dal collettivo di tecnici di cui faceva parte il padre – anzi che forse proprio il padre sviluppò (la R di ENR starebbe proprio per “Raimo”  insieme a una suo compagno di laboratorio )

  e quindi è anche un romanzo su alcune “generazioni di padri” che hanno gettato tutto il loro “dasein” storico ma direi anche maschile “nella battaglia” del lavoro, lo hanno fatto però dando al lavoro un valore di realizzazione, in cui – ed è proprio nel passaggio degli anni ’80 – emerge come quello del lavoro fosse da un lato un “compito” che i maschi si ritrovavano "appioppato", ma dall’altro fosse anche la possibilità di un’emancipazione individuale, e che introduceva nell’ideologia collettivista dominante nel ‘900, l’elemento individuale (del resto lo farà anche il femminismo e Foucault) poi trasformato in “individualista”.


infatti nlla storia di Raffaele Raimo, siamo un passo prima degli anni '80, in quella fase in cui c'è ancora lacoro, creatività arte artigianato, passione per il prodotto non sono studiate dal marketing.
MA certo siamo anche – coincidenza della storia – proprio entrando in quegli anni ’80, e mentre Raffaele Raimo partecipa all’invenzione di una tecnica che permetterà di far raggiungere all’arte cinematografica vette di bellezza mai viste prima, Berlusconi sta compiendo i suoi passi decisivi  per l’affermazione reale del colore nella televisione degli italiani  (introdotto da poco e non senza difficoltà “politiche” dalla Rai nel 1977) come parte integrante di una scelta estetica-politica di immaginario.

Per me, nato nel 1964,  il ‘900 è essenzialmente in bianco e nero, lo sono le poche foto di genitori ragazzi, di nonni. Lo è aver visto dal 1969 il mondo attraverso un Brionvega in bianco e nero fino al 1982, di fatto.

Insomma il libro mi è piaciuto molto per la convergenza di tessiture storiche e individuali, per come è scritto, per come è disarmato Christian-personaggio narratore anche verso certa durezza ideologica di Raimo autore-intellettuale.

martedì 5 maggio 2026

LETTERATURA E / O CARTELLE CLINICHE? Appunti su "Lo sbilico" di Alcide Pierantozzi

 


Tempo fa in un post un’autrice ha presentato il suo incontro per una serata letteraria (le famigerate presentazioni tanto discusse negli ultimi tempi) dicendo una cosa interessante: che avrebbe parlato non di un suo libro, ma “delle diagnosi” e del rischio di “fare diagnosi sbagliate”, errore che mette in discussione e in pericolo – spiegava - l'identità della persona a cui si fanno errate diagnosi.
Mi sono chiesto se fosse un incontro letterario.
Le autofiction hanno molte declinazioni e sicuramente una componente è anche l’esposizione, sulla pagina, delle proprie problematiche mediche o mentali.
Non è una novità: raccontare la malattia dal medico Cechov con la sua Corsia n.6 a Thomas Mann del sanatorio sulla Montagna Magica o Incantata che sia, passando per decine di poeti e artisti la malattia fisica (specie polmonare da Keats a Kafka) che psichica (altrettanto la follia, lista lunga da Van Gogh ai giorni nostri) era così diffusa nella quotidianità da essere normalmente parte del racconto.
Tuttavia, ancora negli anni ’20 Virginia Woolf ci rimase male quando il direttore della rivista “The New Criterion” si mostrò freddo verso il saggio che la scrittrice aveva pubblicato dedicato propri a “Letteratura e malattia”.
Quel direttore era T.S. Eliot.
LA freddezza di Eliot e l’entusiasmo di Woolf ci dicono dell’inizio di un cambio di sensibilità “biopolitica” (e la differenza di genere e di corpo, in quel caso, rappresentava già cambi di paradigmi futuri) Woolf scriveva nel saggio qualcosa che oggi suona assodato: “La gente non fa che raccontare le imprese della mente […]. Secondo loro la mente nella sua torre d’avorio ignora il corpo, in particolare quello colpito dalla malattia, la quale dovrebbe essere tema dei romanzi al pari dell’amore e della guerra”.
Non è più solo il racconto di uomini o donne malate (la Traviata o signora delle Camelie per dire) ma il racconto la narrazione e la scrittura finiscono ora direttamente nella “Cartella clinica” perché è in discussione – ma come evoluzione della cultura dei meccanismi dei sistemi di controllo dei corpi sul nostro Bios così indagata per esempio da Foucault – anche la forma del linguaggio, le parole usate dalla medicina per definire la malattia e di riflesso l’identità della persona malata.
Domenica scrsa sul Sole 24 era recensito un libro di poesie di Margherita Rimi, medico neuropsichiatra infantile, “Restitutio ad integrum” il titolo. Libro che intende – scrive chi la recensisce - "infondere forza poetica alle parole della medicina” e cita una poesia intitolata Eziologia e Patogenesi:
«Le poesie non si stampano in serie/«nescinu di l’occhi»/ dal naso/ dalle orecchie// poi/ anche dalla bocca// Quando escono dal cuore/ possono essere aortiche/ toraciche/ o/ addominali// E quando nascono dalla chimica/ è un mondo a parte// Per non metterci poi/ la tattica dell’inconscio/ per diventare conscio/ per scoprirsi identità».
Che a mio avviso è una poesia di rara bruttezza letteraria. Però è un sintomo.
Di recente, in un'intervista sulla stampa Nadia Terranova si è chiesta “può la cartella clinica di un nostro familiare, che sia stato amatissimo o mai conosciuto, diventare l'ossatura per un romanzo”?
Se lo chiedeva perché intervistava Serena Vitale autrice per Sellerio del memoir intitolato proprio “Cartella clinica” in cui ricostruiva la dolorosa vicenda della malattia mentale della sua amata sorella, morta molto giovane.

Se lo chiedeva anche perché la stessa Nadia Terranova ha costruito il suo romanzo finalista allo Strega “Quello che so di te” con la cartella clinica della bisnonna come “oggetto chiave”, nel complesso stratificato intreccio di narrazioni del suo romanzo, pieno di memorie, di genealogie di relazioni dentro l’asse verticale di una famiglia segnata dall'ombra di una possibile “malattia mentale” della bisnonna medesima, che aveva sofferto un pur breve passaggio di ricovero in un manicomio a Messina nel 1928. Il romanzo ha nel ritrovamento della cartella clinica diciamo solo uno degli snodi emotivi e narrativi più importanti e qui la malattia è uno sfondo che però ha generato più proficuamente anche un percorso formale e letterario in cui Terranova serimenta vie alternative di narrazione insieme alla ricerca psico-genealogica, ma è aperta sul tempo e sul mondo intorno.
Diciamo che fino a questo livello, la “cartella cinica” è il testo guida di un’esperienza (sofferenza) dominata dal sistema ospedaliero e medico di un passato ormai superato, che consente di costruire una narrazione molto più ampia, che si intreccia proprio con la grande Storia nel caso di Terranova.
Da quello che ho letto anche Serena Vitale come Terranova si sofferma una storia non propria, ma della sorella, e insieme ricostruisce un mondo, analizza la malattia per come è stata anche fatta la sua narrazione culturale e medica (ma non ho letto questo ultimo di Serena vitale, però avendo letto i suoi libri, capolavori di indagine biografia e romanzesca dedicati a Puskin o Majakovskij, sono certo sulla fiducia del lavoro letterario anche i questo libro che è più biografico).
Tuttavia diverso se invece la cartella clinica o la diagnosi è di fatto “LA” narrazione (che diventa ovviamente una narrazione di sé, tutta interna a quel corpo di cui parlava Virginia Woolf) e anziché far penetrare la letteratura dentro la “cartella” fa il contrario: è la “cartella” che invade la letteratura le cose cambiano e questa “tradizione” di letteratura e malattia evolve. MA in questo caso non a vantaggio della letteratura, a mio avviso .
Mi sto riferendo al nuovo romanzo di Alcide Pierantozzi “Lo sbilico” . Se ne parla parecchio e sono uscito dalla mia pigrizia e l'ho comprato per leggere di questo caso letterario, di cui parlano tutti.
. Lo scrittore dichiara (e poi racconta) la sua ossessione per la lingua, l’attingere dalla poesia, però ci vuole un po’ – 60 pagine – prima che questa attitudine si mostri, ma pesa quello sche scrive nel libro e ripete nelle interviste: “non sono interessato alla letteratura”.
Della ricezione dei lettori, dice nelle interviste, gli interessa soprattutto poter parlare a chi sta vivendo un'esperienza simile, nominando esattamente ciò che si prova (che è però un’auto-diagnosi e Pierantozzi lo premette e lo ripete in nota finale che non è un medico) e si concentra sugli effetti degli psicofarmaci la fenomenologia del corpo e della mente malate.
Una diagnosi indiretta. Se conosciamo la “medicina narrativa” (1) Pierantozzi tenta una sorta di “narrativa medicale”, cioè aspira al referto. E forse aspira al gioco binario di specchi in cui uno (lo scrittore) legge l’altro (il lettore) sullo stesso terreno (testo-diagnosi)? La cosa interessante è che nel libro di Alcide Pierantozzi la cartella clinica effettivamente compare e compare subito nel capitolo intitolato “mi chiamo Alcide Pierantozzi “che prosegue con: “e sono un paziente lucido collaborativo eccetera eccetera”.
Segue appunto l’apparente trascrizione da cartella clinica, che Pierantozzi riscrive, a volte sbeffeggia negli stili (l'annotazione “tre canne die“ ) ma in fondo è questo il punto a cui si àncora: essere il medico di sé stesso che è l’unico modo di non essere quel sé stesso che non riesce a controllare.
Però questo continuo accentrare tutto sul “set” di sé medesimo, i farmaci i sintomi, la scelta dello psicoanalista i dialoghi un po’ artefatti con lo psichiatra, non c’è in gioco la letteratura, ma la diagnosi.
Si mostra la diagnosi come una sorta di codice a barre della propria unicità della propria singolarità, unita al nome: qui Alcide Pierantozzi. (ma non "come tutti" alla Siti, un gigante).
Nuova via dell’autofiction che però è sempre meno letteraria. E’ una rivendicazione identitaria, l’ergo sum. Il libro dell’Es è la cartella clinica. La diagnosi che coincide con una e una sola persona, e per evocare il titolo del primo libro di Pierantozzi: qui l’Uno-malato-Alcide ambisce a essere “uno indiviso” (mentre invece il libro di Pierantozzi era “uno in diviso”)
La scrittura di Pierantozzi ha i guizzi di quella perentorietà laterale, poetica, tenera e labirintica e problematica che ha molta scrittura all' americana (ovviamente il modello anche dichiarato è David Foster Wallace, con definizioni e folgorazioni: “A San Benedetto del Tronto piove ma io non ci credo” - che tra l’altro mi richiama anche Marino Moretti, il poeta crepuscolare degli anni 30: “Piove, è mercoledì, sono a Cesena”) e appunto poesia, sparsa.
. Si abbassano i toni, poi improvvisamente si alza la temperatura emotiva: “ sono le tre di un'altro giorno di maggio di un anno in cui ogni mattina ho pensato di ammazzarmi”.
Ho letto in questi giorni un libro di Massimo Cacciari su VanGogh.
Ho l’impressione che Pierantozzi sia nella condizione di un pittore in crisi che alla fine ambisce a scrivere il saggio cacciariano su sé stesso, senza dipingere.
Invece noi vogliamo dal pittore che dipinga un paesaggio di abeti e di stelle ma lo faccia con quel modo che "limortaccisua", ti si ficca negli occhi, e non vogliamo dal pittore che si sostituisce al saggista della sua pittura.
Ci sono alcune parti in cui AP "fa il pittore": l’incontro con il ragazzo in palestra, la scena del geco nel video porno, il camion dei libri. Sul limite inevitabile del metaletterario è tutto il mondo post-scoperta dei dizionari, il più pittorico è l’ "apocalisse degli animali" i l capitolo centrale. Gustosa, sprazzo di realtà le paginette della lite con i balneari tamarri, ma restano un po' appese. Poi si torna dentro il tunnel di sé.
In ogni caso Pierantozzi alterna questi razzi verticali di scrittura, ma poi ritorna - e gran parte del libro è questo - sempre al proposito che aveva espresso nelle prime pagine: “essere preciso: nel raccontare questa storia devo solo attenermi al proposito di non inventare niente è da tempo che non mi sento più uno scrittore posso solo raccontare la melma dei giorni”.
Infatti c’è poca melma.
E dove c’è riemerge l o scrittore bravo che conoscevamo. Per la gran parte delle 200 pagine si incista su di sé, al massimo sposta tutto sul corpo (complice Lingiardi di “Corpo, umano” letto in presa diretta come in presa diretta diventa dichiaratamente il libro scritto nelal velocita di pochi mesi) in una infinita girandola di diagnosi e autodiagnosi.
Nel capitolo del “vedersi impazzire” Pierantozzi racconta di come non si guardi più allo specchio. DI essere “ridotto a puro tatto” e vedersi impazzire è “sentirsi tremare le gambe”. Pierantozzi argina questo facendosi “guardare dall’altro” – che è un mix tra disperato narcisismo e fondamento dell’etica - L’altro che lo guarda è la madre. Il rapporto con la madre è forse una chiave che andava sviluppata, fatta diventare allucinazione, come qua e là emerge.
Doveva prendere di più da Bernhard.
La sua lotta è però con la razionalità più che con la follia che vuole domare ma non cavalcare. Pierantozzi non si vede allo specchio ma alal fine sta sempre li davanti allo specchio ad occhi chiusi e si tasta. Invece dovrebbe aprirli sul paesaggio e dipingere. Essere più Zanzotto, che invidiare Lingiardi.
Scrive frasi come : “ è per una sovrabbondanza di logica che vado in tilt” riferendosi al fatto che la maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva. Pierantozzi scrive libri, scrive articoli, ma poi – aggiunge – “non riesco a essere altrettanto disciplinato nell'essere io”. Si ferma al rapporto tra l'insorgenza della coscienza e la capacità di organizzare linguaggio. E’ disciplinato nel farlo come un bodybuilder. Scrive che sta sospeso in una “duplicità di vivere all'incrocio di due percezioni opposte del mondo” per cui “ogni mio ragionamento quando è molto sensato se ne va a rimorchio di un ragionamento erroneo che mi costringe a fughe continue”.
Ecco la fuga, o l’energia dell’errore – per dirla con una strepitosa formula di Victor Sklovskij – non produce però un testo-che-scardini, che ci scardini (è il sogno di ogni vecchio lettore) ma viene agito solo in alcune parti.
LA rivoluzione è nel suo corpo, forse i suoi trenta chili di muscoli, ma non è nella scrittura, se non a sprazzi. Pierantozzi scrive un libro disciplinato, nella sequenza di resoconto, in cui l’aspetto metareferenziale non diventano vocali deraglianti di Rimbaud, ma il referto, la cartella clinica. Romanzo-cartella clinica. Meta-referto. Alcune volte poi cede al mezzo-trash ( la scena della sega con pornhub + Valerio Magrelli, se volessi fare una battuta, esce fuori l’Abruzzese dandy, per non dire D’Annunzio, corretto da Almodovar, benché si percepisca la disperazione).
Lo stesso la scena primaria di mamma e papà che fanno sesso con la videocassetta: l’osceno-confessional non è la cosa più interessante, se non per il suo analista ovviamente, intendo dal punto di vista letterario).
Strano non citi mai un poeta che mi ricorda Pierantozzi, Alfonso Guida. Vabbè.
Bisogna meditare su cosa significhi per la letteratura di Pierantozzi e come spia di un “sintomo” attitudinale del contemporaneo – un ‘evoluzione dell’autofiction, che vorrebbe eliminare la fiction ma tenere “l’auto-qualcosa”.
Significativa la scena in cui Pierantozzi descrive il suo metodo per allucinazioni scritte, le verga sul foglio, innescate rirendendosi con un video-selfie dell’iPhone, per stimolarle (lui che ha paura degli specchi) ma resta alla descrizione. Cita Beckett, che è uno che costruito modìndi con le sue allucizioni, non ha detto “di avere allucinazioni”. “Lo Sbilico”, non sbilica granché (È molto più in “sbilico” Bolano).
Trattenuto dalle intenzioni di farsi la propria cartella clinica, insomma. Ma non va oltre questo continuare nel vortice intorno alle proprie ambivalenze tra dire “ho deragliato” senza deragliare .
MA qui il problema diventa generale, sintomo culturale, non di un solo libro, questo libro.
E’esemplare il "come" la malattia del personaggio “Alcide Pierantozzi” non sia altro che esperienza da dichiarare, come una carta di identità che ambisce ad essere riconosciuta, ma che non vuole sconvolgere la percezione altrui, e sta più dentro la normalità, qui la normalità del main stream stilistico prevalente, senza farci sobbalzare come promette (ed essere Dino Campana, per dire) più preoccupato di descrivere la propria esplosione che di fare il botto.

martedì 10 febbraio 2026

TERRA, KIOSK. Un'improvvisazione


 

Nessuna città più intorno. Tutta questa erezione.
 E poi l’aver bisogno di schiacciare bambine, loro. Tutto sa lo specchio.
Per questo qui è rifugio, qui. Kiosk.
Il crollo non ci sarà, un figlio di un muratore poi. E si passa direttamente al buio.
 buio colore nero intorno. L’orrore è buio, sempre. Commesso e subito. Nessun orrore riscatta l’orrore. Con violenza sì, giustiziamoli, ma sempre orrore, non ripagato.
Inoltre resta il cemento in piedi. Costruito da loro. Dai muratori padri.
L’inverno è bello, ma non viene. Debole gelo, si vedono sciamare farfalle avvelenate.
Non c’è crollo. Sopravvive il cemento dell’erezione, il ricordo dell’orrore.
E uno spazio piccolo. C’è la terra sotto i piedi, terra attorno.
Un posto di ristoro. Kiosk, fioriture, caffè turco.

La giustizia ristora? Terra non è nulla di buono né cattivo.
 Madri fanno mostri. Macchine pure. Mostri che sono maschi. Padri muratori, cemento. Invece: farfalle. Riconoscersi alieni come alieni.
Stare senz’ali, come parassiti di un grande animale che è il tempo.
Che si è spento. Resta solo lo spazio. Sparsi e spellàti. Ossetti, infilàti a collana.

Tutto è finito, qui, L’immenso precipita nel bicchierino di carta e nel caffè. Scalda le mani. Abolite le ore, anche i cardinali. Non ovest di niente, il no del nord.
C’è gelo. C’è clima. Ossa di facce. Cattura. Animali guardàti.
Vicini. Somiglianze. Animale maschio. Cattura. C’è già un destino,
 anche se fosse un pittore con la luce. Invece è la cattura. Passa l’intervallo.
Senza tempo, nessun intervallo, nessuna pace, nessun dopo.
E nessuna speranza, meglio così. Per la dissolvenza respirare è polvere.
 La prossimità di questa bestia : elogio dell’uguale. Somigliare è l’idea e il contrario dell’idea.
Infatti riconoscersi fonda il nemico. Senza nessuno, tutti nemici. Arrivano dal buio. Accoltellano.
Qui però sulla terra smangiata no, non c’è dove, né quando e quindi: perché morire?
Gli eretti sì. Seduti, flosci. Deboli, sconfitti. Immaginando di non morire, non si muore.
 Si estinguono i doveri, poi alla fine della giornata, seduti qui sotto una tenda trasparente, aspettiamo che il buio fiorisca, dopo aver cancellato la città, cancelli tutti quelli che sono. Solo un tremolio di lampadina, un piccolo suono, la luce gialla.
Una scritta  nessuno la sa leggere, nessuno c’è stato del resto.
Luce muta.

domenica 25 gennaio 2026

CAMERETTA VS ESSELUNGA: INVISIBILITA' DELLA TANA (con Petrarca e Kafka)

 

Stanotte ho fatto sogni così strani che mi sono svegliato verso le 05:30 ma non avevo nessuna voglia di appuntarli tanto erano complicati e mi sono riaddormentato per dimenticarli.
ieri sera prima di dormire ho visto il film “Persona” di Ingmar Bergman, ed era pieno di immagini oniriche - sembra un antesignano di David Lynch – è la storia di un'attrice che diventa improvvisamente muta, mentre sta recitando Elettra e viene ricoverata in una clinica molto nordica , linda e perfetta, ma come fosse ancora una camera mentale e in qualche modo una prigione.
Stamattina poi mi sono svegliato verso le 06:30 ho letto qualche inserto culturale , La Lettura e poi Tuttolbri, che apre su Boualem Sansal, lo scrittore algerino perseguitato dal governo del suo paese perché ritenuto un intellettuale scomodo, con la sua critica all'islamismo, che è recentemente diventato cittadino francese, liberato dalla prigione. Oggi viene intervistato su TTL da Cesare Martinetti - intervista che vi consiglio così come vi consiglio di leggere 2084 –
In questa intervista, una cosa che mi ha colpito del suo racconto della prigionia sono alcuni dettagli, magari meno gravi della prigionia in sé: mi colpiva il dettaglio delle sue domande che rivolgeva ai poliziotti, che lo interrogavano, senza risposte.
Mi colpivamo le lettere che lui - alto funzionario di Stato, prima che scrittore - aveva indirizzato scritto al presidente algerino ai ministri. Anche queste senza risposta.
Non avere risposta è una forma di prigione. Lo è anche in casi meno drammatici e quotidiani sebbene importanti perché a volte accade per lavoro: tipo, scrivi per chiedere una cosa ma nessuno ti risponde. Accade anche nella vita quotidiana scrivi all'amministrazione comunale, perfino a quella condominiale e nessuno ti risponde.
Così mi sono alzato sono andato nella mia camera-soggiorno ( nel piccolo bilocale dove abito ci sono solo due stanze in una dormo nell'altra vivo praticamente mangio e lavoro, nel senso che mi guadagno da vivere con il lavoro giornalistico spesso in remoto e poi faccio tutto il resto dei “lavori” che come tutti i “lavori culturali” sono pagati poco, ma anche niente.
(PS Io mi sforzo sempre di rispondere anche solo un no grazie mi dispiace non posso qualche volta mi sfuggono delle mail e mi accorgo di non aver dato risposta altre volte pochissime non so che dire questo effettivamente accade ma nella maggior parte dei casi rispondo)
Insomma, tornando a stamattina: ho guardato la camera- soggiorno e mi sono sentito in prigione. Aevo finito di lavorare alle 22 in casa poi ho guardato il film sempre nella stessa camera poi sono andato a dormire e quando mi sono svegliato per rientrare nella stessa cameretta ho sentito la prigionia.
“o cameretta che già fosti un porto/ alle gran tempeste mie diurne/ fonte se’ or di lagrime notturne/ ch’ ‘l dì celate per vergogna porto”.
Restano sempre attuali le parole questi versi di Francesco Petrarca ed è strano che scritti probabilmente nel 1326 negli anni del Canzoniere, siano così veri ed attuali 700 anni dopo.
Anche io come scrive più avanti nel sonoetto Petrarca , guardando la mia cameretta sentendomi in prigione ho cercato la gente “per mio rifugio” scrive Petrarca, impaurito di restare da solo. E sono uscito.
(PS: da Petrarca a Bergman sappiamo tutto della nostra anima della nostra psiche eppure rimaniamo sempre gli stessi).
(Bergman ha scritto persona e lo ha realizzato nel 1960 sono passati 60 anni e l'età di una persona. Elizabeth Vogler il personaggio interpretato magnificamente da Liv Ullmann, non parla con nessuno non vuole più parlare con nessuno. Non parlare: ogni tanto mi accorgo che passano due a volte tre giorni e non ho parlato con nessuno -magari ho scritto messaggi però non ho parlato certamente non ho parlato con nessuno in presenza di persona)
E allora, dicevo sono uscito.
Sono sceso verso la gente come Petrarca e sono andato a prendere un caffè al bad dell’Esselunga il mio “porto” ormai, il mio rifugio. E’ mattina presto c'è un cielo basso e grigio non piove più e c'è anche la nebbia, il mercato sotto casa sta aprendo, brillano solo le lampadine bianche, appese agli ombrelloni. Sembrano delle lampare in un mare grigio.
Intorno all'esselunga arrivano sparsi alcuni cosiddetti “invisibili”, senza dimora: c'è un uomo un
africano di una sessantina d'anni con lo zaino una piccola sedia, si sta togliendo la giacca pesante c'è un altro ragazzo alto, lo sento quando passa è straniero, parla da solo. Tira fuori dei pantaloni da un valigione e va a cambiarsi nel bagno dell’Esselunga - tutti questi invisibili sono qui per questo.
Anni fa, mi raccontavano le loro mappe dei servizi nella città, molti senza dimora: erano gli anni di quando me ne sono occupato come volontario. Poi ho smesso, c'erano delle ragioni di superficie diciamo di natura organizzativa e culturale politica forse di approccio umanitario, non condividevo più alcune scelte. Anche se amavo quella possibilità umana di incontro.
Ma come in tanti amori c’erano dei non detti. C'era anche un sottofondo inconscio, come in tutti lgi amori. E che riguarda proprio questa condizione di solitudine, di orfanità dal mondo e che tocca e toccava me, toccava corde profondissime. La sparizione è stato sempre un tema che mi ha stimolato coi suoi fantasmi con l'immaginazione dell'essere nessuno della rinuncia alla soggettività. Anche come poeta. Non scrivo più nelle poesie la parola “io”, ma come ne “La tana” di Kafka, qui in questi pezzi pubblici uso la prima persona.
Queste persone vaganti, senza fissa dimora, non parlano spesso rispondono poco non parlano con nessuno per evidenti motivi ma spesso quando anche chiedevamo loro qualcosa avevano ritrosia.
A proposito di non parlare più, ma su un altro piano: Ricordo una sera mandai, mentre ero uscito con l'unità dei volontari, un messaggio con una foto del pulmino a una persona con cui “l'amore” chiamiamolo così con la sua parola generale e generica, era stato un disastro una sconfitta su tutti i fronti. Scrissi in maniera un po’ enfatica “sto cercando di imparare ad amare”. Poi non è accaduto in realtà, c'è voluta molta analisi per capire meglio.
La persona a cui ho mandato il messaggio, anche lì, non ha risposto. Non ha risposto il giorno dopo, non ha risposto per giorni. Poi mi sono accorto che mi aveva bloccato dal telefono, da whatsapp dai social, solite cose.
Dopo qualche mese ho lasciato l'associazione di volontariato. Ancora sconfitte. Non ci sono state parole, mi sono rinchiuso in un silenzio. Il pozzo psicologico in cui ero entrato somigliava a una prigione.
Stavo sfiorando le possibili “vie d'uscita”, si potevo chiamarle anche così, ma era un'illusione - era in realtà una “via d'entrata”, dentro quella prigionia di labirinto, di tana. La stessa prigionia che diventa paradossalmente libertà nel non avere più dimora si è scelta naturalmente (perché gran parte in realtà non lo sceglie però anche chi non lo sceglie e si lascia in quella condizione non vuole tornare indietro una volta che è in strada).
non sono pochi quelli che pensano che in quella condizione non essendo più nessuno (o essendo quel “nessuno”) non essendo più “persona” possa aver lasciato indietro e abbandonato tutte le maschere che fanno “la persona” che siamo.
Come l'attrice di Bergman ha fatto abbandonando il teatro e abbandonando anche se stessa nel mutismo (ricordo che persona in latino vuol dire “Maschera teatrale” tra gli studiosi di etimologia si è concordi nel dire che potrebbe derivare dall'etrusco”phersu” che significa personaggio teatrale)-
Liberarsi della persona per Carl Gustav Jung significa mettersi finalmente in contatto con “l'ombra” lo stato più profondo, ma anche più autentico di noi stessi. Così stare nell'ombra restare invisibili e una seducente prospettiva di autenticità.
Comporta però il sacrificio di non parlare più e non soltanto anche non avere più risposte non avere più nessuno che ti parla. Stare così tanto all'aperto da far diventare il mondo una camera mentale, un teatro di illusioni da cui però standone fuori ci si libera. IN realtà si sta dentro. Tana/prigione.
Quando Franz Kafka sta per troncare ogni rapporto con la fidanzata Felice Bauer le scrive che non si può essere mai abbastanza soli quando si scrive, che non c'è mai troppo silenzio e le scrive di immaginare la vita che vorrebbe: cioè abitare nel locale più basso e interno di una cantina.
Avere qualcuno che ti porta da mangiare e la passeggiata tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangiare sarebbe l'unica passeggiata - Mi accorgo rileggendo questo passaggio che spesso durante il giorno anche per me c'è questo movimento tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangio, anche perché poi coincidono.
Sappiamo come è finita tra Franz e Felice. Ci restano le lettere che lui scriveva a lei, ci restano anche delle memorie di lei.
Verso la fine della sua vita più di decennio dopo Kafka finalmente un po’ più sereno, nonostante sia malato, e grazie al rapporto che ha con la giovane Dora Diamant, scrive un racconto, uno dei suoi ultimi, intitolato “La tana”. Più o mento tra il 1923 e l’inizio del 1924.
Nella tana c'è la pace per l'animale protagonista del racconto. che parla insolitamente per Kafka in prima persona, c'è il silenzio e c'è il pieno controllo di questo spazio e lì l'animale sembra felice. Poi accade che sente un rumore, un fischio. Lo sente in qualunque posizione si metta. Lo infastidisce, lo angoscia questo rumore. Si chiede da dove arrivi se sia un tubo una fessura e poi immagina: “ e se fosse un nemico? Qualcuno dietro la porta?”.
la cosa curiosa è che anche io da un po di mesi sento un fischio, la mattina presto quando sono nel letto, quando dopo la sveglia verso le 6.00 resto sospeso tra la veglia e il sonno. Il fischio viene da fuori.
All’inizio aprivo la finestra per capire da dove venisse. Ero molto infastidito e angosciato da questo rumore. Tutti i rumori cosi mi angosciano, mi fanno rabbia. Tendevo l'orecchio per capire la direzione, ma mi sembrava “ovunque” come Dio, Un fischio divino. Poi un giorno per caso scendendo presto, mi sono accorto che veniva dalla cantina, dal basamento dalla cantina del mio palazzo : era la caldaia del mio condominio.
Così ho scritto all'amministratore ma non ha risposto. Ho scritto ancora e non ha risposto. Dovrò telefonare certo però un po’ mi spiace rompere questa piccola sospensione kafkiana.
Come lo scrittore praghese - è l'unica cosa che ci accomuna - anche io odio massimamente qualsiasi rumore che disturbi l'equilibrio o di un silenzio o di una situazione sospesa il peggio di me lo do al cinema quando zittisco i parlatori e i masticatori.
Poco prima di conoscere Dora, Kafka aveva scritto a Max Brod nel 1922: “Se non scrivo è perché non ho fiducia nelle parole scrive Kafka nella lettera voglio condividere il mio cuore con le persone non con dei fantasmi che giocano con le parole”.
Poi conoscerà Dora dopo pochi mesi e con lei sentirà possibile quell'apertura e la condivisione del cuore.
Lui ha quarant'anni lei 24, fanno sogni pazzi tipici degli innamorati vogliono partire per la Palestina. Dora e un'esperta di Talmud, è sionista come anche Kafka. Vogliono aprire un ristorante. Dora è negata per la cucina e addirittura Kafka dice che farà il cameriere. Possiamo imamginaro, dinoccolato alto e impacciato come era. Quasi un Buster Keaton.
Non accadrà: Kafka si aggrava e muore tra le braccia di Dora nel giugno del 1924. Insieme e per volontà di Kafka, avevano bruciato in un secchio alcuni racconti dello scrittore.
È molto nota la storia del Kafka che scrive a Max Brod chiedendo di bruciare gli inediti. Brod non lo farà e nemmeno Dora, quel racconto “la tana” si salva e si salva anche l'ultimo “Giuseppina la cantante”. Sappiamo questo perché Dora vivrà fino al 1952, in parte in Israele poi sarà sepolta a Londra - tuttavia le lettere che si scrissero in quel periodo come altre carte vennero sequestrate dalla Gestapo e probabilmente distrutte.
Secondo Pietro Citati l'animale del racconto “la tana” è una “perfida auto caricatura” di Kafka stesso, che si ritrae dunque come “ celibe egoista, astuto, vorace, misantropo, narcisista”.
E che sempre secondo citati aveva costruito questa idea del racconto “la tana” già ai tempi di felice si era costruita “la tana”. Il titolo tedesco è “Der Bau” – e cosa curiosa e che “Bauer” il cognome di Felice porta questa parola nella radice.
Altrettanto singolare, Walter Gropius in Germania, dove pure Kafka ora abitava, in quei primi anni 20 stava fondando la “Bauhaus “ nome che deriva dal tedesco medievale “ bauHutte” che significa capanna dei muratori. Cioè coloro che costruiscono la tua bella e grande” casa” sono però costretti a vivere in una capanna. Mi sembra già anche questa una metafora kafkiana.
Sempre secondo Citati “La tana” ha il significato della divisione netta che c'era in Kafka tra mondo interno e mondo esterno : “fuori dalla tana sta il tempo finito, dentro la tana quello infinito. Fuori dalla tana c'è la luce, dentro la tana le tenebre, la sola cosa che l'animale del racconto e Kafka medesimo vogliono esplorare” scrive Citati.
Ancora l'ombra la verità l'autenticità che si trova dove non si è visti là dove si può sparire.
Scrivendo “La tana” però e nonostante l'amore di Dora e per Dora sia sincero e vero, e nonostante quel che scrisse a Brod, di non voler più praticare la scrittura, Kafka scrisse ancora e proprio questo racconto. Che è uno dei suoi ultimi, non finito.
In un passaggio, dando voce all'animale, Kafka sembra descrivere la sua condanna definitiva: rimanere con i fantasmi, esplorare le tenebre, condanna che chiunque voglia scrivere davvero non può che fare propria, non può che desiderare d’averla già-scritta. con la punta di un coltello, sulla schiena, e sentendo il dolore della scrittura-ferita. Non potendone leggere le parole e pure eseguendo la condanna, diventando giudice di sé stessi. Anche rinunciando all’Io. Forse proprio rinunciando.
In un passaggio de “La tana” l’animale-Kafka scrive:
“ho il privilegio non solo di vedere fantasmi notturni nell'impotenza del sonno ma di affrontarli nella realtà con tutto il vigore della veglia e con pacata facoltà di giudizio”.

CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo

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