giovedì 1 novembre 2018

ANTONIO SCURATI "M" (Bompiani)


Ho finito il libro di Antonio Scurati “ M” . Lo chiamo libro,  è un romanzo – la dicitura a finaco del titolo non è casuale, un allerta a non scambiarlo per altro – e certamente è  una narrazione romanzesca, se questo può attenere dicerto al ritmo, all’organizzazione del materiale, ai dialoghi, ecc. Certamente però questo flusso romanzesco poggia su un tale tappeto a tramatura fitta di fatti e documenti storici, che la definizione di romanzo pure è sufficiente, ma non esaustiva..
“M” è  il racconto di un attraversamento di un'epoca storica , tra il 1918 e il 1924, seguendo il suo protagonista principale, Benito Mussolini. Qua e là lo scrittore azzarda e gli dà voce in prima persona. Devo dire creando un effetto notevole. Anche  perché la voce di Mussolini è presente, al di là della prima persona narrante,  perché spesso anche nei dialoghi, Scurati usa materiale documentario tratto da diari, lettere e altri testi, metodo adottato anche per altri personaggi – e  supplire, anche  l’integrazione psicologica del narratore. Creando così un originale dispositivo narrativo della Storia e restituendone anche nell’incalzare del suo ritomo, quello spirito che certo ha avuto, un tracimare giovane, rabbioso, a  tambur battente di anime maschili feroci e smarrite, nella modernità, anime italiane, che a differenza d’altri,, avevano un tessuto di azione prima che di linguaggio, massa biopolitica inerte di un passaggio verso la cittadinanza di nazione che l’Italia non aveva. E che Mussolini si inventò, stregandoli, incantandoli, essendo egli stesso fatto della stessa pasta.
Dalla fine della Guerra, dalal vittoria mutilata di questa massa di reduci aggravata nella psiche e nel corpo, spesso mutilati feriti piombati in un paese slabbrato e ostile, i maschi della rivoluzione fascista saranno contagiosi e approderanno in sei anni ad un regime nazionalista, da una classe direigente vecchia e bolsa, benché nobile , ad un 39 enne grezzo a cui puzzavano i piedi che diventa presidente del consiglio, e che poi da Capo Supremo, farà del fisico e  della forma fisica – più sessuale che ginnica -  fece il suo mito.
Di questa tensione corporea c’è traccia nel corpo delal scrittura. Non chiedetemi come, qui, sarebbe troppo complicato. E dunque? libro,  narrazione, romanzo? Di  sicuro bello, molto bello da leggere. Nonostante qualche aggiusamento l’avrei fatto, poi ci torno.
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Ne ho apprezzato la  capacità di farci attraversare a cavallo,  rasoterra la Storia, anziché fare come fanno gli storici -  è la celebre frase di Roland Barthes , che dice: gli storici attraversano le epoche come sorvolandole da una mongolfiera, il romanziere invece le attraversa a cavallo…  Dal basso ci mostra anche una possibilità di rileggerla questa storia di inquadrarla da un diverso punto di vista. Il fatto di adottare qui un punto di vista di Mussolini ne fa un ‘operazione non solo originale nel metodo, ma anche coraggiosa nell’oggetto. Mussolini è indigesto, benché il fascismo abbia avuto notevoli radiografie storiografiche, con grandi storici che lo hanno analizzato.
Qui il romanziere tenta di fare quello che fa di solito,  ma non “creando” un personaggio, invece “disponendo” il materiale dei documenti in modo tale da svelarci “che personaggio era” Mussolini, anche se era una persona, con la sua complessità qui sviscerata.
Il Mussolini che ne viene fuori – ma ripeto più che dai documenti che non dalla minima manipolazione letteraria di Scurati è un Mussolini “Furioso”. Furbo, ma non colto, un tattico, ma soprattuto rapido, anticipatore, ardito, come Arditi erano gli eroi della Prima Guerra la cui ideologia sta alla base del fascismo..

LA scrittura si fa anche corale si alalrga a diversi personaggi, a ras, politici, anche dell’opposizione come Turati e sempre più Matteotti che è non a caso all’opposto: rigoroso,ossessionato dalla verità, fedele alal moglie Velia, ma del tutto assente sessualmente, opposto ad un Mussolini che è un campagnolo con moglie ottusa, ma è scopatore indefesso, conquistatore, poligamo e progenitore. C’è quell’energia intraducibile in argomentazioni per gli storici, a mettere in movimento l’Italia. Sarà una danza infernale, mentre all’opposizione una borghesia troppo avanti per l’Italia vitale e rozza, se ne stava come il suo poetamaggiore tra la “razza di ci rimane a terra” e possono essere proprio le parole di Montale a descrivere questo stato d’animo di Matteotti, delicato e fragile : anche per il leader dei socialisti la  “speranza che bruciò più lenta/di un duro ceppo nel focolare” diventa una cenere luttuosa e potrebbero essere parole che Srcrive Giacomo, come anche di un altro fragile e inadatto a combattere il priapo Mussolini,  di Piero Gobetti, l’editore di Montale, quelle che scrive Eugenio: di quelal cenere delal speranza,  “Conservane la cipria nello specchietto/quando spenta ogni lampada/ la sardana si farà infernale/ e un ombroso Lucifero/ scenderà”. Mussolini è ombroso, ma lucente e mediterraneo e fa tabula rasa di questi inetti malaticci oppositori, scatena la danza. In fondo vuole ordine ma un ordine che cavalca il dionisiaco,che sfruto il disordine e la violenza, la brutalità di una società non sviluppata come quella italiana-

E’ una mia interpretazione di “M” sia ben chiaro. IN ogni caso, lavoro meritorio averci dato questo lungo flusso di 6 anni importanti della nostra Storia. Capire cosa  siano stati i caratteri del Fascismo legati ai caratteri degli italiani, con  Mussolini per primo italianissimo e tutti gli altri intorno. Perché il romanzo è bello anche perché è Corale, come dicevamo, e per tutti lo stesso metodo d’archivio.

Qu c’è un punto spinoso: c’è stato di recente un articolo di Galli della Loggia, ce è uno storico e che ha evidenziato alcuni errori. Ci sono (La proletaria s’è mossa attribuita a lCarducci e altre cose) ma che probabilmente sono più di distrazione e di un editing fatto ormai con mezzi non ppiù ricchi delle case editrici anche le più nobili - – ma non devo fare la difesa di Scurati cerco solo  di capire una persona che si legge migliaia di libri, scrive come un treno forse il doppio delle pagine, poi le deve tagliare ec ecc-..cercando di tenere un ritmo, di tenree le voci, di tenere in mente tuti i dettagli. E poi la cosa più difficile,  capire l'anima profonda del Fascismo che potrebbe attraversare qualsiasi persona umana E soprattutto qualsiasi persona che fa parte di questa comunità chiamata “Italia”  che conserva alcune sue caratteristiche di lungo corso si nota nella prosa epica,  altisonante si nota perché nel romanzo sicuramente Scurati ha riutilizzato magari nei dialoghi frammenti di frasi o pronunciamenti che erano contenuti in diari e lettere.

Mi sembra la cosa più bella , la trovata migliore del romanzo fa sì che le azioni storiche poi siano anche materia viva psicologica, attinte però a testi iscritti quindi documenti. Si capisce e si vede che la massa di documenti attraversati è stata enorme.

Io direi che Galli della Loggia - oltre al favore a una qualche sua amica con precedenti nella medesima casa editrice ( Ma questi sono solo gossip e pettegolezzi) -  abbia fatto proprio un errore clamoroso nei confronti del suo stesso mestiere di storico.
Recentemente si è parlato molto della richiesta di abolizione del tema di storia alla maturità della riduzione delle ore di storia nella scuola probabilmente Galli della Loggia dall'alto del suo grande albero di emerito professore universitario storico editorialista del Corriere della Sera non leggerà mai questa mia vocina nel Sottobosco.
Spero che in qualche modo magari mediata gli arrivi e gli faccia comunque  faccia capire che il grande albero su cui è appoggiato sopra è grande,  ma sotto e roso, è rimasto come scavato come rosicchiato dai castori, è rimasto un filetto che lo tiene in piedi.
E tra un po' Questa stessa materia (La Storia, il fascismo) saranno dimenticati.

A mei Scurati che  racconta la  materia ricorda il lavoro che in Spagna stanno facendo Cercas, Aramburo, Grandes, ecc E questi libri che fanno entrare nella storia da un altro lato, sono libri su cui nel futuro si potrebbe poggiare una rinnvata passione per la  storia.
E allora consiglierei a lui e quelli come lui di invece che fare i “Maestrini con la penna rossa”  dall'alto del loro albero rosichciato e del loro privilegio e del loro stipendio da professore universitario, se ci tengono non allo  stipendio né agli editoriali del Corriere della Sera, Ma se ci tengono alla storia e al fatto che la conoscenza della storia continui e diventi qualcosa di vivo anche nella mente di persone che non la  frequentano, bé dovrebbero guardare con occhio diverso a questo tipo di libri alla grande sostanza che è non agli sprsi errori.
Galli della Loggia come storico  dovrebbe dire grazie anche a un libro,anche se  con qualche imperfezione, come quello di Antonio Scurati che restituisce bene quel periodo storico e fa rimanere  vivissima la sostanza umana dietro gli eventi..
è quasi impressionante soprattutto nei primi capitoli e negli ultimi capitoli la capacità di illuminare certe dinamiche della politica italiana e della storia italiana che si sono ripetute e che forse si Stanno ripetendo ancora adesso.
Antonio scurati ha detto per primo di non aver affatto pensato a fare un libro, come dire, allegorico-storico allegorico del nostro presente. Lo ha cominciato 5 anni fa certe cose non le poteva ancora prevedere ma si stanno sorprendentemente rivelando e soprattutto ci aiuta a capire appunto le dinamiche più che le somiglianze, non ci aiuta a dire che stiamo entrando nel fascismo,con Salvini, ma  ci aiuta a dire i rapporti che possono intercedere tra un leader politico e l'elettorato italiano,  sia Esso Mussolini Berlusconi a Renzi È ora di Maio e Salvini.
Ci sono dei caratteri di continuità nei consensi nell'abbattimento dei consensi nel riprendere anche gli stessi consensi dopo che sono magari crollati e dell'istinto politico di risorgere questo per esempio l'ha mostrato Berlusconi forse in qualche modo lo ha mostrato anche Salvini e rispetto alla lega.
Ecco l'ultimo capitolo Anzi il penultimo è proprio questo “precipizio”  in cui si trova il fascismo dopo la morte di Matteotti Eppure anche lì c'è ancora una volta una mossa politica c'è un'intuizione di Mussolini da animale politico incredibile.

Forse potrei dire e anzi da un lato se ragionassi quasi come un editor o comunque una persona che vorrebbe creare sempre il prodotto perfetto di tagliare ancora un po' ci sono alcuni capitoli quelli in cui si dispiega la violenza fascista durante prima della prima del Fascismo prima della marcia su Roma e a seguire della marcia su Roma che sono per certi aspetti ripetuti.
una violenza che ogni capitolo mi faceva star male, l’ho vista ripentersi. Ridondanza? O forse no, forse era importante ripeterele, perché andava trasmessa la rutulante anvanzata dei fascisti la loro ottusa implacabilità..
Lo scrittore lo consegna a noi lettori quell’incredibile violenza contagiosa…il fastidio  l'inquietudine di questa violenza che si Sprigiona forse anche al di là dello stesso Mussolini non per salvarlo …e poi ci sono tante storie introno a Musolini, ma gli storici quando ricostruiscono le vicende si attengono ad uno schema materlista incompleto..

Cosa è il fascismo allora  è ancora più evidente proprio in questi capitoli “fastidiosi” del libro perché un uomo politico sarà in grado di alimentare e a farsi alimentare da quella feccia umana dei Farinacci degli Arduini dei di bastonatori fascisti di quella plebaglia che scatena con la marcia di Roma che poi quasi non sa come governare questo è anche molto bello questa parte è una delle tante parti belle di questo libro è quella in cui la letteratura non può che essere la letteratura quella che racconta questo scatenarsi umano della folla e al tempo stesso la gestione quasi di in difficoltà che ne fa Mussolini, è molto manzoniano.
qualcuno storcerà il naso ma gli va riconosciuto che è un po' manzoniano è un po' celiniano,  anche nell' assumere su su di sé il viaggio al termine della notte che entrare nella mentalità fascista, che è qualcosa di diverso dal fascismo ,  quella Sì potremmo continuare ad osservarla anche grazie al libro di scurati ancora oggi intorno a noi in tante teste e in tante facce di italiani come noi.


mercoledì 24 ottobre 2018

ITALO TESTA "L'indifferenza naturale" (Marcos y Marcos)


Nella nuova raccolta di Italo testa “L’indifferenza naturale” (Marcos y Marcos) potremmo dire che la poesia – parafrasando  Zanzotto – posa lo sguardo  dentro il paesaggio. Sulla scia degli altri lavori del poeta (nato a Castel’Arquato nel  1972, attivo come con diverse raccolte da circa quindici anni e direttore della rivista “L’Ulisse”) l’ultimo lavoro concentra la ricerca, lo scavo, la domanda , sul punto chiave della poesia così come la conosciamo nell’epoca della modernità, concentrata sulla ricostruzione di una visione del mondo e attraverso i testi, definisca la linea d’orizzonte della realtà  che è introno a chi guarda.
In questo caso, seppur rarefatto, in un’atmosfera sospesa , siamo dentro un paesaggio contemporaneo, nordico, con flash assorbiti dalla biografia di un poeta che si muove tra il parmense e Milano : pianura, conglomerati urbani, una vasto limbo di autostrade, escrescenze vegetali indistinte, indomma lo spazio umano e naturale insieme, che cresce senza un disegno.

Metropoli, natura, non c’è differenza. Il perno della poesia è come viene scritta la restituzione di questo sguardo dentro il testo. Nel dettaglio,  ciò a cui ruota “L’indifferenza naturale” è come si accoglie il caos di vita e materia,  la metamorfosi che pullula dentro  L’io-che-percepisce (“la mente che rumina” scrive Testa ). 
il soggetto che osserva,si muove, slitta lungo assi, dentro le vastità, ma pure indaga, come una radiografia del poco visibile, interstizi minori, l’invisibile del reale e pure realissimo, tutti sciami di realtà sottratti al centro: fossi, pozze, sterrati, non luoghi tra natura e cultura. Dentro questo minimo mondo, la vita brulica con ostinata perseveranza, nella sua “esposizione” indifferente al nostro sguardo, ma pure alla distruzione della  stessa natura, che sta – in questo libro che costruisce una sua originale fenomenologia – tra  la “lenta costruzione” di una visione.

Se la lirica è non tanto e non solo una espressione del sé, quanto forse  una domanda, una sorta di meditazione che si chiede quali siano le condizioni che un soggetto ha per “percepire ed esprimere la realtà che vive”:  e se la poesia lirica è ciò che agisce anche attraverso quel particolare dispositivo che i ltesto stesso che pone la domanda,  bè allora Italo Testa è un poeta lirico.
Sta dentro un idea generale condivisa di lirica e pure è sperimentale nel prendere la tradizione farla sua e – ben consapevole per la sua vasta esperienza sia teoretica che critica – cercare di rinnovarla, di mutarla..

Nei testi abbondano strade, pianori, fossi e canali, disegnano la geometria di una passione della presenza colta nel suo contrario, come sparizione del sé.
Poesia dopo poesia Testa ci porta in un universo aurorale, bianco, polveroso, silente – tutto è minima stasi, compresa quella di un “io” – più fisico o luogo che Soggetto - che seppure inevitabilmente registra l’accadere, anche se non pronuncia sé stesso come pronome, ma resta origine o termine di quel percepito.
 Chi percepisce è  dunque innazitutto per Testa, una cosa tra cose, senza prevaricare..
Chi percepisce però  resta  diviso dal mondo , non è possibile altrimenti: è  proprio lo sguardo, la mente che lo distingue ancora  – in due parole, ripescando una storia della poesia tra 900 e XXI secolo, la domanda è : come poter essere oltre Valery e le avanguardie partendo dagli stessi temi? Così in una formula ridurrei Italo Testa.

Il mondo delle sue poesie è un Tutto immerso in una sorta di chiarità, una luminosità che per certi versi sembra quasi da un lato onirica dall'altra è polvere bianca materica e reale di strade laterali, lungo canali d i scolo  padani, luoghi d’origine del poeta: qui è “la vita che ignota fermenta nei fossi “ e che fa da correlativo di un’attività mentale e onirica di noi “ che Muti boccheggiamo alla rinfusa” come “anguille nel fitto di una chiusa”. Il distico, la rima baciata, la metrica e un lontano riandare a Montale, ma spostando in luoghi meno netti, seppur nel dorso negativo del mondo, come era nel poeta degli Ossi.

Il 900 è lontano, soggetto, cose e biologia stanno dentro un’unica - e non facilmente riducibile a definizione – condizione d’esistere  in cui l’immagine primaria sembra essere quell’acquitrino in cui  “la vita anonima fermenta”.
 Da questa condizione di mescolamento dentro un indistinto paesaggio il poeta parla decentrato “da questa indifferenza” che esplode nel torpore e consuma le cose. L’attitudine fenomenologica è di  un percettore che cammina, passa tra viali, luoghi anonimi, ma che come in Zanzotto del Galateo, rivelano poi sottocodici storici, sentieri della resistenza, presenza dei morti di una stoia che non aveva ancora questa dimensione dell’anonimia. E’ dalla natura che arriva il pungere di una memoria che piante e sassi conservano, ad  esempio sul monte Giogo. Oggi dove era morte e sangue, distruzione dei combattenti per la libertà
 
“la storia ha fissato
Una tranquilla dimora,
prendiamo possesso, noi
Di un tempo che frana
Per una traccia andiamo
Che a voi ci riconduca”

E‘ dunque un mondo di presenze e luci, come anche di “piante senza nome” – che tuttavia ce l’hanno, come gli “infidi ailanti” ,a cui dedica una sezione, le “vegetali epidemie” di un arbusto che,  dalle origini orientali arrivato anche del nostro paese, infesta i bordi delle autostrade, piante che i più vedono anonime  e in quelle parti non di non-luogo che attraversiamo. In  esse, queste “gemme crudelissime”  strappate alla loro anonimia, lo sguardo si identifica, partecipe, nello sfarinare del paesaggio medesimo.

La misura è nell’ utilizzo di endecasillabi, di base, con alcuni slittamenti iper o ipo metrici, con  diverse risonanze fonetiche per una versificazione che alterna libertà e costruzione, in cerca di una misura, come se di fronte a tutto questo disfacimento, la poesia di un autore degli Anni Zero rispetto ai percorsi di ricerca iniziati negli anni 60, fosse fin troppo consapevole, ritenendo non più necessaria la decostruzione mimetica del linguaggio  o ogni qualsivoglia sua ideologia.

. Geologia, storia, il presente di pace sgomenta che emerge da questi testi, è fatto da  materiali abbandonati, la natura che prolifera in una sorta di disordine senza senso, senza un sentimento metafisico della stessa natura che si manifesta

Dov’è la ridondanza delle lame
Lo sciame che rigurgita dai fossi,
ancora spogli quando avanza il niente
nell’aria più lucida, e più demente.

Tutto questo si somma nella poesia di Testa, ci conduce attraverso una beanza di fronte a squarci di paesaggio, là  dove “fioriva il limonio/dove l’acqua stagnante s’intorbida” : quadri di natura ambivalente a fare da scenario di una rincorsa percettiva tra l’io e l’altro. nello spazio di riconoscimento percettivo , in “io E l’altro” per riformulare Rimabud.

 La poesia ne resta un luogo primario e dunque la scelta stilistica non può seguire l’esempio delle avanguardie , non può essere un deragliamento linguistico perché il suo primo luogo di manifestazione del dire è proprio nel medesimo spazio,” io e l’altro”  dentro la comprensione, dentro la grammatica di comunità, che rimane aperta, tra il testo e il suo lettore.
Italo Testa si concede una dimensione anche lessicale controllata, in cui alla proliferazione nominale dei dettagli naturali, corrispondono occorrenze testuali referenti ad un universo chiaro e luminoso piuttosto omogeneo, che sconfina anche in riproposizione di “ariette” settecentesche, acquerelli di ripetizioni fonetiche che sembrano un lento gocciolare in certi testi haiku o la sospesa immobilità dei quadri di Morandi.

A essere felici
In una luce dura
Sotto il muro altissimo

Infrangono lo schermo
Di acque velate
Le anatre al mattino

Fiore a fiore aspirano
Il giallo improvviso
Delle forsizie

Il percorso mattutino di rivelazione luminosa azzarda una felicità del vivere in questo continuo rimuginare del  lavorio percettivo che è principalmente un abbandono, “perché ogni cosa si senta/ e tutto sia nostro // perché nell'abbandono/ tutto ci attenda”, senza manipolare soggettivamente, senza che l’interpretazione prevalga sulle cose. Da qui il richiamo a questa indifferenza naturale che  è uno stare nelle cose e un invito all’altro ad una condivisione che “ti consegni al fuoco /mentre inizi a essere /come non sei mai stata”.
L’asse verticale della mente si arricchisce nella misura in cui scambia la dimensione di un abbandono al mondo come gesto orizzontale verso una mente altra, non specchio. Lo spazio del fenomeno è intimamente legato ad una tensione di relazione, di  “meraviglia” e “dedizione” verso il mondo .
Il mondo accade anche senza di noi, quindi nessuna volontà di costringerlo in categorie e ridurlo alla sola nominazione, anzi la poesia da un lato è proprio questa possibilità di far essere il percepito senza il percettore. Eppure nel medesimo tempo, è parte di un’attività di conoscenza  .
 Anche l’amare passa per questo scivolare, dimenticare, perdersi, abbandonarsi e aspettare che come un’unghiata dall’invisibile, l’altro ci prenda. Il “verde” ovvero l’universo vegetale che in queste poesie è così presente e invade il soggetto che si muove in questi testi, è la potenza dell’accadere, e invade anche  “la lingua” - termine nella sua duplice valenza di corpo che percepisce e di linguaggio, “nudo” e “aperto al canto/ di tutto ciò che non ho amato”.

La percezione del mondo, la conoscenza ripassa per questa condizione di possibilità che riconduce alla radice del pathos, ma con una chiave diversa non romantica, ma di rispetto dell’alterità anche irriducibile a essere conosciuta del mondo, come del resto c’è una conoscenza solo attraverso il riconoscimento dell’altro, solo nell’esposizione nudo all’altro. Ciò che è fuori di noi, passa in noi ma non si trattiene, non possiamo dirlo proprio, non ci appartiene, ci è di fronte, ed è splendente, meraviglioso anche senza di noi, anche senza la nostra meraviglia.


L’impermanente, il filo che si perde
L’ansia, la bava che cola alla bocca,
l’inapparente che più non ci tocca;
era questo, e non è più nominabile,
iridescente, il manto d’apparenza:
la ghirlanda stesa, sul cuore immobile,
immobilmente spende dell’assenza.


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Altre poesie da "indifferenza naturale" 


Il cuore pesato

come la favola del provinciale / perso nella grande città:
sul piazzale dove le vie convergono / si orienta guardando i tigli
lo stradario ramato delle macchie / che qui tempestano le foglie.
tutto è foresta, le torri d’acciaio / le pareti specchianti, i vetri
sono stagni fatati, rami e tronchi / percorsi da corvi parlanti;
sarà come la fiaba del ragazzo / che sposa la selva e tramuta
le vene in cavi d’acciaio, gli occhi / in biglie di vetro incolori:
se un passante per sbaglio lo sfiora / scioglie il sortilegio, lo lascia
cadere in pezzi, nei mille frantumi / degli aghi di pino del bosco.
così cammini, in trance, lungo i viali / macinando un solo pensiero
dopo giorni che nessuno ti parla / ti ammali di luce, di passi
votati alla strage, scagliati a caso / sulla mappa degli abitati,
la raggiera delle strade a scomparsa / dove il nulla ti ha invaso;
e passare l’incrocio che nessun dio / contadino guarda e protegge
è esporsi al vento gelato che spira / dall’ombra lunata del male:
o sarà come il bambino velato / dell’apologo che a tastoni
risale sulla cresta del cuscino / e incosciente si lascia andare
fino al giorno in cui avrà il cuore pesato / e gli occhi offerti su un altare
di nuvole, sino al nido del merlo / dove una corona di piume
sul fondo azzurro cupo dell’infanzia / lo inchioderà al suo dolore.
***
Codice stradale
ma il salice piegato a difesa dei container non ha istruito il giorno il suo carico d’angoscia risale il cavalcavia tra i tir incolonnati non conosce quest’attesa a corsie alternate se l’anima è un biancore imbevuto di neon e aree industriali rattrappite nella nebbia qui è sempre linea continua qui solo gli aironi possono testimoniare ogni sorpasso qui ruotare il becco a presidio della strada qui squalificare gli astanti il guardrail sfondato.
***
perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, s’inoltrano
sulla pianura estesa nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.
***
Bianca
si apre un vuoto tra le cose
e in mezzo il pieno dei tuoi occhi
“eccomi”, dicono, “sarò nuda”
mentre stacchi un piede da terra,
“chiedo di essere amata,
………………………………..e guardata
nel palmo aperto delle mani”,
domani sarai polvere nel prato
come un animale sdraiato
a guardare la fuga dei rami
“eccomi”,
……………..mi chiami, così bianca
nella luce, così intensa,
sei sul punto di fare un passo avanti
con le labbra ferme,
terribilmente serie, senti
di essere pronta a cibarti dalle mani.
***
contro l’ago inflessibile e ancora
la roccia, il bianco magnetico e in alto
falde e falde di nebbia
ora risuona, ora sbanda e riprova
ad alzarsi contro le palme grondanti
contro gli ailanti accesi
è un muro di calce la luce viva
e s’apre, nel grigioazzurro sfarina
calamitata a riva
lui guarda, prova a pensarsi in quel quadro
un viaggiatore perso in un anfratto
uno scarto del tempo
su una carta cigliata
non segnata su alcuna mappa
come ogni vero luogo immaginata
mentre l’isola nella pioggia
scivola sotto un’immensa onda bianca
in una glassa d’acqua
e la costa innominata sparisce
dalle pagine intatte del cielo
bianca, vaporizzata
in un volo latteo di schiuma
nella lacrima, sulla cornea bianca
dell’estraneo che guarda.

martedì 23 ottobre 2018

ANTONELLA ANEDDA "Historiae" (Einaudi)


La storia, quella dei grandi eventi anche nel nuovo libro di Antonella Anedda ((“Historiae”, Einaudi, p. 87, Euro 11) è fatta non solo da monumenti ma anche  da miriadi di tracce invisibili.
Anzi, la gran parte delle presenze vive, partecipano alla storia col loro sparire.
 Così è per ciascuno di noi.
Limitato dalla finitudine naturale della vita e spesso da una fragilità ulteriore che l’anticipa, cerchiamo redenzione utopica ben sapendo del destino della morte. Bisognerebbe avere il coraggio di Leopardi. Anedda fa parte di quella compagine di coraggiosi.
In questo nuovo libro , la grazia opposta a questa pesanteur è nell'individuare il brillìo del dissolversi, le stelle sommerse, le anonime  “historiae” che danno un senso proprio a questo apparente scacco esistenziale degli umani.
 Come il sale che si scioglie dai corpi di migranti affogati, rimasti abbracciati e decomposti in fondo al mare a cui dedica uno dei non pochi componimenti civili di questo libro: le loro cellule ridiventano sale della terra – e dell’amato mare sardo – tonando ciclo di natura. Ma non è solo una poesia civile - o tanto meno  di occasione. Anche quelle vicende, che sono urgenze politiche del'oggi,  come tutti i nostri destini, che sono il lungo corso della Storia, si sovrappongono. E c'è una cosa in più che il libro sapientemente introduce, come solo in poesia si riesce a sintetizzare.

Un tema fondamentale: che la nostra persona si decompone, si trasforma, il nostro tempo è anche quello di una parabola del biologico: “ogni sette anni si rinnovano le cellule/adesso siamo chi non eravamo” . Da qui la forza, non lo scacco: dunque nessuna nostalgia del passato, scrive Anedda. Siamo nulla, il quotidiano fragile di una malattia che “scollando dalla mente la pelle del passato” permette – dice il poeta nello specchio che ci riguarda - di “prendere senz’ira il tuo nulla tra le dita”. Ma non c'è nichilismo.

 
Il libro aggrega una geografia interiore ed esteriore sull’asse della memoria ma anche della percezione presente: la Sardegna, Roma, le pieghe minime, rasoterra, le tracce storiche insieme ai dettagli domestici in uno sfarfallio di percezioni, di lampi e barbagli. Illuminazioni profane che connettono collettivo e corporeo singolare, lo scriveva Benjamin del surrealismo. In Anedda non c’è onirismo, semmai molto del tempo di mezzo tra veglia e sonno, percezione e memoria in sciami, le nostre historiae pulviscolari. Mi verrebbe in mente una sorta di visione "lucreziana" della Storia.

Anedda continua qui una perlustrazione negli immediati dintorni di tutti, dentro cui cercare una misura del sé, come scriveva Enrico Testa collocandola alla fine dell’antologia “Dopo la lirica” nel 2005. Oggi di ciò che rimane forse residuo, nel “luogo dove si irradia luce/ e non esistono pronomi” dunque tanto meno un io, assertivo. Ma resta viva una sperimentazione di alleanza tra persona e mondo. Trasformato, rimeditato intimamente, il suo "assolutismo lirico” (così Galaverni, citato anche da Enrico Testa, sui primi libri) la scrittura di Anedda usa ora un verso libero, una tensione dell’immagine che si scioglie,  ma resta voce che si distingue, forza di una sintassi, di una lingua che non a caso si tuffa consapevole nel mare interiore della lingua sarda, per poi riemergere  anche grazie a misure metriche, cadenze sintattiche, più distese, a volte anche con  dei "quasi- alessandrini"  incastonati in versi anche più lunghi (e ricordiamo una forma di dismisura anche nei versi del precedente  “Dal balcone del corpo”). Anedda usa  un lessico preciso, tagliente, che non si pone in attrito di enigma, di scarto con hazard, siamo davero dopo la lirica e pure certe sue illusioni. E più concentrata sulla potenza della lingua, che guarda ammirata all’efficace contrazione materica del latino di Tacito (citato in una bella poesia, e non a caso si parla dello storico degli “Annales” per queste historiae  che sono tessuto ctonio della grande Historia). Il latino capace di evidenziare i “nudi fatti” scrive Anedda, mostrando anche in queste due semplici parole un segno di scelta di senso, direzione, anche per questo suo libro.

 In Anedda, attraverso anche l’esempio latino, è cresciuto evidentemente un desiderio di una lingua dalla medesima efficacia, che la porti come dicevamo anche a tentare l’impasto materico interessante in alcune poesie con la lingua sarda. Così emerge realtà da realtà, luce da luce, una sorta di realismo dell’invisibile, dove le vite, le nostre, quelle dell'io che scrive, ma specie quelle lontane dai nostri sguardi di migranti o nomadi che rovistano nella spazzatura, così come i ricordi, le percezioni di nuance ambientali, le memorie del lutto: tutto ciò concorre a dispiegare una visione complessa del nostro essere coinvolti nella vita.

Lo siamo e lo siamo con più forza se manteniamo vivo il sentire della morte che giace con noi dalla nascita, così come dicono anche i fisici – li cita Anedda prendendo atto del tempo che non c’è, quello in successione delle ore e i giorni. Il tempo e questo essere-qui è solo un cumulo di “larve e miele”, è solo lo spazio in cui ostinati procediamo, osservandoci, nella trasformazione del corpo che siamo. Biologia qui ridiventa politica se colloca noi come esseri viventi senzienti e fragili dentro un destino che va ridefinito. Questo fa la grande poesia, l nostro corpo come le cose, in questo passaggio da presenza a tracce, a dissolvenza, ma di nuovo a ritornare in un circolo, in uno spazio che è il tempo. Il sogno sta nella storia nelle  grandi migrazioni, battaglie, economie, e,  inseme, allo “scroscio della pioggia”, i nostri animali domestici, i gesti minimi.

Il nostro tempo è duro, fatto di ingiustizie e dolore, lucidamente Anedda colloca noi, con lei (e una delle qualità stare i per dire etiche di Anedda poeta è che il poeta è sempre con gli uomini, magari fronteggia la comunità ma non se ne sente mai separato) dentro questa stagione di gelo che viviamo, questa epoca di neve e lupi. “Eppure è inverno, tempo di piantare cose”. Questo libro è uno degli strumenti umani con cui lo potremo fare, lo faremo. Lo avremo già fatto, quando le cose nasceranno.

domenica 30 settembre 2018

ANTONIO SCURATI "M" (Bompiani) - (pre recensione)

quando ho letto nel romanzo "M" il nuovo libro di Antonio Scurati (Bompiani) questo passo scritto da Mussolini nel 1919, non ho potuto non pensare a Domenico Modugno, che nel 1958, 40 anni dopo, da del suo volare l'Inno d'Italia il canto che accompagna la composizione di una comunità che vuole spiccare il volo, che vuole espandersi, che ha fame di generare la propria vita il proprio destino.
Così promise Mussolini, anche se con questa prosa ipertrofica, ma sapiente, e solo pensando a questo, immagino come abbia fatto nel profondo a spostare l’attenzione crescente delle masse italiane (anche se non plebiscitaria certo) dal salario (tema centrale del biennio rosso del dopo guerra) all’identità, ad una sorta di "agonismo utopico".
Al sogno, si diciamolo, che c’è nel Volo di Mussolini come ci fu in “Volare “ di Modugno.
Modugno canta, è il popolo che canta, non ha bisogno di proclamarlo, allarga le braccia come aveva fatto in qualche modo Pio XII a San Lorenzo, colpito dalle macerie dei bombardamenti aveva allargato le braccia aveva guardato in alto, verso dio e il cielo di bombe.
Quello del papa doveva essere un segno di fede in Dio, Modugno canterà poi la pace e la fede di tutti in loro stessi, della comunità di un paese che ora cresceva, nuovo. Mussolini promise la fede in Lui medesimo come Dux.
E sempre più gente in tutta Italia come in piazza Venezia, allargarono le braccia , sognando di volare. In tutti, sempre un gesto, da palco, come quello di Fabio Bonetti che non a caso alal fine del periodo d’oro del paese gli anni 80, scelse “Volo” come cognome..
Sono a pagina 120 del nuovo libro di Scurati. E questa non può essere una recensione.Ma al momento mi pare molto bello e considerando che la prosa va come un treno, non credo rallenterà – inoltre impianto, struttura, stile mi paiono azzeccati, necessari, soprattuto il corpo a corpo tra la prosa di uno scrittore di oggi e la scrittura di migliaia e migliaia di documenti speso giornalistici e letterari soprattutto quelli di questa prima fase dal 1919, anno da cui prende avvio il racconto di M.
Scurati ha saputo “ridare voce” a questi testi, una interesante operazione (sia metacritica che metaletteraria) e che sta appena dietro la novità più eclatante: tentare per la prima volta un romanzo con Mussolini come protagonista (ma di fatto è un romanzo corale, diciamo che M è il corpo centrale, alla lettera.)

Mi sembrano queste la novità e la bellezza stilistica di questo libro che si legge facilmente nonostante la mole di 800 circa.
Ci sono molti punti, illuminazioni storiche dentro questo racconto di Mussolini e del fascismo da dentro, che allungano le ombre in avanti e lo sguardo all’indietro, nel tempo, nella storia.
Il passo del volo è significativo del cuore vitale del romanzo e del propulsore della storia di "M".
, Volare è l'ardimento e la prova di superamento dei propri limiti, tanto mitica e al tempo stesso modernissima. Era nella poesia dei futuristi, D'Annunzio di Fiume e Mussolini, il primo capo di stato a guidare il proprio aereo. (Geniale la scelta e ottimamente raccontata dell’arrivo ad un’assemblea del fascio con la tuta sporca da pilota e l’inizio del discorso “sono appena atterrato..”
Questo fu Mussolini e chiunque vinse dopo (l’Italia di Volare, collettivamente) – e vince ora – ovvero la propulsione delle proprio ingresso nella storia quasi come un volo. E questo libro “M” di Scurati In qualche modo ci restituisce.
Marx diceva che la violenza è la levatrice della storia e Freud in qualche modo né mise a punto una teoria generale di scontro di pulsioni, in noi come nella storia della civiltà.
Ecco, a differenza di tante analisi storiografiche o - oggi - politiche, la letteratura coglie con le sue armi fuse a una dettagliatissima documentazione storica (che fa si che tutto quel che viene detto e narrato sia tratto da documenti anche se poi rifuso nello svolgimento diegetico) un elemento chiave di come funziona la Storia. Almeno questa.
Scurati non si inchioda, anche se antifascista, alla riflessione né storica né tanto meno ideologica, è il battitore libero da scrittore del cuore segreto del Fascismo, della sua esplosione e contagio rapido, fino agli osanna degli anni 30.
Ecco la cultura di sinistra ha saputo riconoscere questa forza solo dopo negli studi o nella letteratura nel cinema, ma mai DURANTE ma quando c’era da battere la carne e fottere la Storia. E nel guardarsi fottere la Storia medesima.
Sarà sfracello, ma per lo meno si muove. Vola. Mussolini fa, anche se non sa. All’inizio non lo sa dire a parole e questo Mussolini, figlio del secolo anche in questo, figlio mallevado culturalmente e non solo da un'amante, l'ennesima, dalla grande giornalista e scrittrice Margherita Sarfatti, che fa da levatrice delle sue doti, lui, con questa capacità di essere figlio e al tempo stesso avere l'intelligenza emotiva, pre-linguistica generare, di fecondare e fottere la storia, di sapere che fare storia è essere questo marciatore che va tanto veloce quanto i cambiamenti, che entra nell'esistenza collettiva, ma come pure Modugno biologicamente, con il fgesto con il corpo, prima del boom, col sorriso di Volare, lo sguardo al cielo, finalmente che si guarda Blu dipinto di blu e senza bombardieri.
il fascismo stato più rapido più veloce della sinistra. Una lezione per oggi.
Antonio Scurati anche fa un gesto più veloce del suo ragionare, almeno lo ha fatto: ha deciso di fare come Tolstoj, che conobbe Anna Karenina – un personaggio ispirato a un fatto vero “mentre la scrivevo” disse il grande romanziere russo.
E Scurati ci chiama a liberare no nsolo il giudizio, ma anche la lettura, il passo della prosodia, l’aggregarsi dei significati, dei documenti, delle narrazioni, con più velocità di quanto possiamo pensare come lettori (ma perché mi devo leggere 800 pagine su mussolini?) Perché è la storia di un uomo che ha imparato a scrivere la storia facendola. Mussolini, ma in qualche modo pure Scurati.

GAJA LOMBARDI CENCIARELLI "La nuda verità" (marsilio)


 Ho letto sulla Stampa Tuttolibri la recensione dell'ultimo libro di Gaja Lombardi Cenciarelli “La nuda verità” ( Marsilio). Titolo della recensione di @Alessandra Lattanzi (ma ovviamente titolo non suo, come si capisce leggendola): “L'affascinante traditore rapisce il cuore alla dottoressa colpevole di mala umanità”.
Che per certi aspetti è un titolo melò. Per altri un incrocio tra il titolo di Cronaca Vera e un film anni 70 con la Fenech. Intendo il suo andamento prosodico, la volontà di concentrare nel solo nucleo e per forza da soap brasiliana.
Ora è curioso che il direttore del medesimo Tuttolibri, Bruno Ventavoli abbia lanciato in contemporanea l’appello agli editori “Pubblicate meno”.
Io lancio l’appello ai titolisti dei cartacei : titolate meglio.

Già nei giorni del post-campiello i titoli “Vincono le donne nell’era del #metoo” s’era posto il problema dei titolisti italiani . non solo per la cultura.


(Digressione ) Credo dipenda dall’erronea strategia anti-agonia, anti-calo di vendite: la strategia del sensazionalismo e della sintesi semplicistica. In un paese che legge poco, con una zona grigia di distratti e confusi, imbozzolata in un rullo compressore d’ipertrofia verbale, grafomania da social, commentarium rizomatico che al confronto i tomi della patristica teologica medioevale je fanno un baffo per quantità, in tutto ciò, fa più danni un lettore che memorizza e sparge quel che capisce leggendo solo il titolo semplicistico, che un non-lettore-assoluto di giornali fatti così. Almeno questo ultimo fa danno di suo. L’altro fa danno indotto da uno che dovrebbe spiegare cose complesse in poco spazio, non abbassare sempre il livello. Tanto i giornali non si vendono lo stesso e quell’ipotetico lettore-televisivo non è intercettato. Ai cercatori di semplicismo, lo abbiamo visto in questi dieci anni di “colonne di destra” - la ggente è annata a destra, anche con le tante cazzate delle “colonne di destra” che avrebbero dovuto (nelle intenzioni di direttori nel panico e soprattutto di uomini del marketing incompetenti) catturare il lettore basico. Chi è basico non lo compra il giornale, per ora, ci arriverà speriamo ma con altra strategia. Magari la stessa che hanno adottato nel cibo e nel vino: attizzare che la “qualità” è cool. Chissà (fine digressione )

Nel frattempo però sia chiara una cosa, al titolista di Tuttolibri: che se uno arriva sul Tuttolibri della stampa non è un lettore di Cronaca Vera (sì, certo anche siamo tutti figli del grande Tommaso Labranca e sappiamo come apprezzare il trash, ma è cosa diversa). E che può succedere? Che se non si consce Gaja Lombardi Cenciarelli autrice e non si ha tempo di leggere la recensione, l’idea che resta al lettore informato e lettore forte che frequenta il TTL: è un romanzo melodrammatico.C'è il rischio. In my Humble Opinion. Magari sono io il vizioso che legge così le cose.

Questa lunga tiritera, per dire che la sintesi della trama di un romanzo non è il romanzo, certamente non nel caso de “La nuda verità”.
Quello che mi è piaciuto del libro di Gaja è che i personaggi sono indigesti e lo restano, fino alla fine. Che malgrado un ’evoluzione romanzesca, una trama e una sottotraccia, un colpo di scena a metà e uno alla fine, moralmente, interiormente, quando chiudi il libro non c’è ricomposizione. Questo fa la differenza tra una trama riassunta da un titolo che si svolge come allude il titolo e i romanzi in cui chi li scrive è scrittore, ha esperienza dlla materia, conoscenza di scritture in proprio e di scritture altrui come la consolidata e ottima traduttrice dall’inglese che è Gaja Lombardi Cenciarelli medesima.
Il romanzo è duro, per questo che un buon romanzo. Io ho questa perversione. Se non altera il mio equilibrio, la scrittura non mi dice nulla. Qui invece Lombardi Cenciarelli lavora e cesella la materia psicologica e il mito.

Prende per le budella il lettore, o meglio lo fa prendere dal suo personaggio, Donatella Mugghiani. Oncologa di alto livello professionale, ma persona labirintica, vie contorte interiori protette da alte mura di scorza d’animo tagliente.
Ai suoi pazienti prospetta sempre il peggio, non consola, non dà speranze. Meglio non illuderli, ma questa è la “nuda verità” di questa malattia bastarda che è il cancro, che vuole combattenti bastardi.

LA dottoressa Mugghiani - scrive Lattanzi nella recensione - “salva le vite umane ma ferisce le anime dei malati”. A suo modo, è una strategia di lotta imposta dal dominio un male subdolo: perché non ci si pensa, qui, con i tumori, non c’è un percorso chiaro delle altre malattie, in cui la differenza la fa la bravura del medico che in teoria sa come deve curare. Qui in teoria,alla fino, non si sa un cazzo. la cura finale e definitiva non c’è. Come la vita, alla fine c’è sempre la morte. LE malattie umane al 98% sono redente. il cancro no. inoltre, puoi fare tutti gli accertamenti che vuoi, ma “finché non apri” dice la Mugghiani al suo collega che la rimprovera dell’asperità di carattere “non sappiamo niente”. Quindi meglio prepararsi alla battaglia.

Non ci si pensa mai, ma ci ho pensato leggendo questo romanzo: che travaglio interiore si porta dietro questo medico che è l’oncologo, che deve affrontare continuamente una malattia di cui non sa il perché, sa il come, certo sa tante cose, ma non si capacita di come le cellule poi degenerino ancora.
LA “verità” della malattia ha il Male come segreto.

Se in più, come nel caso della Mugghiani, c’è una storia personale di ferite, di abbandoni familiari irrisolti che la bambina Donatella ha riversato nella solida luminare della medicina, stimata da tutti, allora vai a guardare in parallelo un altro "come", il Come agisce la penetrazione della seduzione di Stefano nei confronti di Donatella,e la capitolazione di una donna chiusa in una sua solitudine ben temperata da giornate sempre uguali e però: anche se leggi tutto Freud non ne capirai mai il segreto.

Perché mi viene un parallelo: La nuda verità dell’Eros è come la verità del Tumore, per certi aspetti.
So che è una dura, nuda affermazione, questa. Vi farà reagire male, come le diagnosi della Mugghiani, ma è così. Come dice Alberto Sordi/Nado Mericoni allo spettatore del varietà: “hai ventun anni è ora che tu sappia di chi sei figlio”. Lo dico a voi, siete grandi, lo dovreste sapere che malattia della morte è l’amore.

Ed è su questo doppio binario che si muove il romanzo di cui possiamo ora svolgere un po’ la trama: la dottoressa Mugghiani che subito cogliamo nel suo dialogo con la nipote di una paziente, la signora Capriati - che sarà un ganglo della storia - tagliare con l’accetta ogni illusione e speranza in modo busco, irriverente, tagliente, la seguiamo poi nella scena chiave, sempre ad inizio romanzo, alla festa dove conosce il fascinoso del titolo di TUTTO Libri, Stefano, verso il quale si piega con insospettata debolezza.
Certo Stefano è bello in modo pazzesco, è colto e brillante, ricco, ma pian piano diventa subito arrogante, saccente, sa bene di essere eroticamente irresistibile e decide di fare il dio greco imprevedibile, con machismo e narcisismo che covano sotto la patina d’eleganza.
Stefano finirà anche per sedurre la segretaria della Mugghiani Francesca, approfittando anche qui di altre fragilità. C’qualcosa di misterioso in lui. E si capirà meglio, c'è un sottofondo, un dietro le quinte della storia.

Ma certo quello che conta oltre il romanZesco che lascio al lettore, è il cuore misterioso della fragilità dell ‘Eros. Diciamo dell’unica fragilità possibile, quella dell’Eros che riguarda maschi e femmine.
Ma non è un romanzo sull’amore, ma più sull’ineluttabile. Che per ceti aspetti coincide con l’eros, se guardiamo al fondo del mito che ci trasciniamo dentro.

Il mistero malato dell’Eros.
Stefano è irritante, la Mugghiani incomprensibilmente debole. Come un eroe tragico, levavo la testa al cielo e dicevo: ma perché, cazzo? Se volete, anche con invocazione da titolista da rivista patinata: “ma perché ci s’innamora della persona sbagliata?”. Anche se è lì davanti l’errore.

Domanda semplice che non ha risposte semplici, che forse non l’ha, se non l’infinta risposta di una civiltà che ha impiegato duemila anni per costruire il mito dell’Amore e ora è solo all’inizio della lotta contro questo mostro, divoratore, che è l'eros della seduzione come conquista, come rapporto di forza, ammantanto di "romanticismo" a volte. Solo da poco e solo grazie all'omeopatia di un'altra letteratura, di un "altro" punto divista, potremo fore invertire l'onda.

Per ora dell'Eros, Ne sappiamo il “come” ma non riesce a individuare il momento esatto, la “cellula pazza” che poi scatena la metastasi di una passione, che può essere devastante.
Come lo sarà per Donatella, facendo crollare anche la sua fortezza professionale, anche se poi nella pazzia, c’è sempre una cellula-specchio che è più pazza della pazzia e quella sarà, nel finale, che non vi svelo, determnate a lasciarci a bocca aperta.

In ogni caso, questo è un romanzo che non ricompone e che non dà fiducia nella possibilità di arrivare alla nuda verità - la verità vi prego, sull’amore - no, la nuda verità è che il nostro vivere è un meraviglioso precipizio, anche quando va verso la gioia della vita della nascita è sempre un precipitare. Questo è del resto l’amore, torre costruita dalla poesia dei maschi per gettarsi giù, nel vuoto.
E preferire che a gettarsi siano più femmine - è notoria la storia di Goethe che si innamorò, ma fece suicidare solo il suo personaggio dopo la delusione, non lui che continuò ad amoreggiare tranquillo.

Ogni volta che amiamo noi, che non siamo Goethe ma dei pirla-Werther, è a questo vuoto che tendiamo, che si ripresenta in armonia con altri vuoti antichi ed interiori. E anche se lo sappiamo, non c’è nulla da fare.

A tutti noi è capitato, nonostante tutti libri letti da Cavalanti a Freud a Recalcati, passando per Galimberti, di crollare allo stesso modo. E’ tutta la vita che crolliamo. Caschiamo. Rimando con Amo. Cadendo e cadendo, ancora. E leggiamo, per esempio Beckett:

Di nuovo dicendo / se non mi insegni non imparerò / di nuovo dicendo anche per le ultime /volte c'è un'ultima volta/ ultime volte di mendicare / ultime volte di amare / di sapere di non sapere di fingere /un'ultima anche per le ultime volte di dire / se non mi ami non sarò amato / se non ti amo non amerò /il battiburro di parole stantie di nuovo nel cuore / amore amore amore tonfo del vecchio pistone /che pesta l'inalterabile / siero di parole // di nuovo atterrito / di non amare / di amare e non te / di essere amato e non da te / di sapere di non sapere di fingere // fingere/ io e tutti gli altri che ti ameranno / se ti amano //a meno che ti amino.

Ecco, dice Gaja,dicendolo nel corpo agente, in potenza, di Donatella, potenza e fuoco dell’agire narrato, ecco che, nonostante tutto questo che sappiamo, cadendo, cadiamo. “Ancora”.

STEFANO PIEDIMONTE L'uomo senza profilo (Solferino)

Stefano Piedimonte ha scritto un nuovo libro. Divertente e intelligente. Si intitola "L'uomo senza profilo" Dico libro, perché l'oggetto ancora è parte di quella oscillazione di "genere" di cui parla Stefano stesso in un suo post di oggi, raccontanto del suo primo (e grande, confermo) editore, che gli disse "il libro mi piace, dobbiamo ancora capire come venderlo e di che genere è.

Di sicuro è un genere contemporaneo, è la narrazione che si fa e si deve fare oggi. E' un romanzo, ha i meccanismi della finzione, parla di sé e anche di qualcosa che non è "sè" (il suo profilo wikipedia) parla della realtà. Gioca con la biografia. Ponte una questione seria, con leggerezza. LA legerezza di Walser e di Palazzeschi col suo Perelà.
(ovvio il rmando ironico al tipo di romanzo oposto proprio già all'epoca a quello walseriano, ovvero "L'uomo senza qualità" di Musil. Oggi la qualità è il nostro profilo facebook?)

Di certo questo romanzo non è - come ha scritto un critico che Stefano cita e ringrazia - una deriva dell'autofiction.
Certamente racconta di sé, in prima persona, del suo percorso milanese, del suo trasferimento da Napoli, del giornalismo che non fa più e della scrittura che fa (ma questo è anche un reportage autobiografico, nella misura in cui il new journalism aggiunse ai fatti le impressioni e le analogie soggettive ma su cosa che ci riguardano TUTTI) racontadei suoi amici (noi) racconta delle cassiere dei supermercati e della notte.
E racconta del fatto - è il cuore narrativo e divertente del libro - che un giorno uno studente universitario iniza scrivere la voce "wikipedia" per conto di Piedimonte (che Wikipedia invece non aveva autorizzato a fare: cioò l'essere vivente Piedimonte non poteva scrivere la voce su sé stesso, e capite già che vertifine di semiotica? si può dire semiotica su facebook=)
solo che questa "voce" che la nozione di "eciclopedia" vorrebbe fosse "oggettiva" invece si rivela essere un disastro, una trappola di finzione, con cose esagerate e false, per cui questo è anche un pamplhet di verità, e Piedimonte - si fa per dire - è stato costretto a scrivere un "romanzo" per dire le cose vere, più di quanto siano vere le cose dell'encicolpedia (on line, la deriva dell'on line? parliamone).
Chi siamo noi? noi stessi? o il nostro profilo facebook? o - per chI ce l'ha - la nsotra voce wikipedia? Il narcisimo a tempi dei social, l'anonimato ai tempi dei social, la vita ai tempi dei social. Tutte cose che "l'autofiction" non poeva sapere perché l'autofiction è vecchia, è alla deriva per sé stessa, spiazzata dalla autoficion collettiva dei tanti "io-minimi" di massa dei social.
Certo Stefano è noto, realtivamente come tutti gli scrittori - c'è sempre quello più noto, fino a Omero che è l'unico che non ha uno più noto di lui - e qui parla di Wikipedia, ma il cuore del problema è centrato.
Narrativamente, L’autofiction è messa in crisi esattamente dal punto che Stefano punge (“romanzo pungente” te lo hanno detto? Però anche “romanzo puntatore” che potrebbe essere una prima puntata) ovvero, mi spiego:
l’autofiction aveva senso nel momento in cui “l’autore” si faceva “personaggio” ma seppure si chiamava mettiamo: "walter siti, come tutti”.
Ovvero, era come noi, ma lo leggevamo proprio perché era Walter Siti e non me o Mario Rossi o Gennaro Esposito. Che sono/siamo “nessuno”.
Ma il romanzo di Siti che inizia così è del 2006. E non c'era Facebook.
Lui (Walter) era “uno “ e noi “centomila” anonimi e andava bene, eravamo interessati all "uno". Certo si parlava di TV e reality, l'uomo-massa era nella scatola-media, ma non era ancora "social".
Ma adesso che i "centomila" vogliono tutti essere “qualcuno” - e lo sono, perché c è Facebook è tutti abbiamo un “profilo” - all autore “uno” conviene essere “nessuno” - ma pure come i “centomila” nessuno esiste, perché la sua/nostra/mia/di tutti vita non esiste, se non per quella online (invce se non narrata nel talismano dei fogli del nonno, leggete il libro di Stefano e capirete) e per pochissimi intimi. Op er nostro padre e madre e nonno..
non esistiamo, perché esiste solo il nostro “profilo”.
E il libro/romanzo/reportage/autodafé di Stefano tocca questi punti, un po' pirandelliani, un po sociali, un po' personali.
E nel caso specifico proprio perché Stefano gode di una certa fama, si ritrova con la voce scritta da altri - con dentro “invenzioni “ romanzesche e buffe - con una disavventura comica che dà ritmo al libro, e in questo caso è fa da contrappunto ai suoi ricordi del passato familiare (la vera storia) e il suo quotidiano (il "vero” e proprio e per questo anche con understatement, “non romanzesco” quasi "come tutti" - benché scoprirete anche un non comune Stefano - ma lo scoprirete leggendo il romanzo e non la voce Wikipedia.
PS a testimonianza che il profilo non dice sempre il vero, sotto la foto di Stefano c'è scritto "Rizzoli" ma il romanzo lo pubblica "@Solferino" - mai fidarsi della rete.
PPS ogni autore tiene al suo libro libro come il figlio da proteggere,ma sono sicuro che sempre lungo la linea del NON, Stefano sta lavorando ancora a un romanzo che rinnovi il suo percorso, di cui questo è un ottima Prima puntata pilota (Romanzo pilota").

CORRADO BENIGNI "Tempo riflesso" (Interlinea)



Corrado Benigni a me pare un kafkiano che crede in Dio.
Il suo sguardo sul “nulla che frugherà nei tuoi giorni” rimanda alla tradizione di quel 900  dell’angoscia e dello smarrimento senza centro che è del secolo alle spalle,  ma ne indica con nettezza un secondo tempo, un tempo specchio, qui, nel nostro, che forse mai sarà secolo, con una seconda mente, come in una sorta di “bicameralità” dell’esistente.

E verso questo tempo più vero, c’è una fiducia nel poter cogliere una via metafisica,  che ricollega la poetica di Benigni invece ad un novecento alto e solenne. Il libro già dal titolo    (“ Tempo riflesso”, Interlinea edizioni, 2018) colloca il qui-e-ora come pelle di una dimensione sotterranea, dentro una definizione dell’architettura cosmica che grazie al dettato limpido, pulito, si profila con i contorni ben delineati e conseguentemente con un’assertiva certezza.

 Benigni prosegue in qualche modo il lavoro che aveva fatto con il primo libro (“Tribunale della mente”, 2012)  in cui tutta la costruzione simbolica era legata alla materia che il poeta maneggia quotidianamente, la legge, ed era un libro intessuto di lessico e sintassi giuridica che costruiva un tentativo di allegoria del processo di conoscenza dell'uomo nei confronti della realtà, della vita attraverso il gidizio dello strumento linguistico.
 Tutto è regolato attraverso il giudizio che noi possiamo dare delle cose, quindi il poeta partecipa – secondo la tradizione lirica -  con la sua ricerca verbale, di costruzione formale,  a questo processo estetico ma anche epistemologico.
Con questo nuovo libro c’è però un passo diverso, forse ulteriore, ma certo il giudizio kantiano è fuori da questo discorso, già dalla dichiarazione dell’ incipit: “Sospendete per un attimo il giudizio, leggete/ tra le righe di questo sonno”. Il poeta ci indica un diverso punto di visione (ed è un’attività extra-vigile, il sonno) dentro cui recuperare un testo e una diversa logica. Non è onirismo, né ci sono cedimenti a surrealismi, anzi per certi aspetti – lo vedremo poi – Benigni soffoca la figuralità, la autonomia del linguaggio e del significante, e pone solide basi del dettato dentro una versificazione che ha il suo piedistallo in un ragionare.

Vorrei soffermarmi su questo libro perché Benigni è uno dei più apprezzati poeti delle generazioni ultime e - come in altra poesia che si sta scrivendo ora, proprio quella presente in volumi di recente uscita di poeti giovani e più maturi - nei testi di Benigni ci sono versi dal forte connotato di riflessione, con un’accentuata densità del fraseggio meditativo, certo frutto di un pensiero e di una visione che penso di poter definire filosofica che, in questo “Tempo riflesso”, forse in certi momenti schiaccia la poesia sotto il concetto, a differenza del “Tribunale della mente” a mio avviso più equilibrato. Ma è interessante. Sono versi limpidi, precisi, fortemente assertivi in certi casi.

 Se da un lato la legge, come il linguaggio, il logos, è una struttura che mette ordine al mondo, il poeta in epoca moderna invece ha il compito di individuare i punti di rottura. Benigni lo fa ribaltando dall’oggi, una tradizione. Diciamolo in grana grossa, laddove per Montale oltre la rottura della maglia della rete, per indicare un’icona lirica classica, resta un’opacità, un indecidibile del senso, un vuoto, una non-certezza di possibilità altra, per Benigni questa possibilità esiste, è netta.
            Domani tutto sarà cancellato.
            Ma la strada è una lingua che ci vede
            E sotto la terra un bosco – immobile -aspetta di nascere.

Benigni appunta le sue riflessioni in versi su un segreto tenersi al di à delle apparenze riflesse in cui siamo immersi (“Tutto è legato a tutto, meccanismi di un’unica eternità.”) un tutto cosmico che andrebbe rivelato, indicando con nettezza una dimensione ulteriore . LA poesia di Benigni ha fede.  E’ questo che urge.
C'è fiducia che arrivino segnali, lingue, parole, simboli che possono aiutarci a comprendere questa ulteriorità:

         non smettere di essere fedele
         al disegno delle radici sull’asfalto,
         alla legge non scritta del ritorno.

Insomma dove Kafka pone il suo uomo di campagna davanti alla legge, una porta da cui tuttavia resterà escluso per sempre, consegnandoci con la sua parabola un’angoscia che si è sovrapposta nel ‘900 all’angoscia ulteriore della Storia, con il suo assurdo negativo quasi ne fosse una profezia, Benigni si dice certo che tra le “pieghe del nulla” ci sia un disegno di radici e di una redenzione.
Se dovessi collocare questa poetica, la metterei all’ombra di Mario Luzi o di Yves Bonnefoy.
Corrado Benigni fa decisamente quella che in altri tempi (quando si leggeva l’arte e la letteratura dentro un disegno progressivo idealista o marxista che fosse) si sarebbe chiamata una svolta reazionaria ma può essere anche letta come rivoluzionaria, al tempo stesso – perché esiste anche una possibilità di raggiungere quel compito di scartare dalla norma con una svolta decisa verso un ordine metafisico a cui nessuno più crede, diventando l’inaudito – e così riporta la poesia ad indicare una trama delle cose (“tutto si muove in un’unica sintassi”).
Certo se reazionario è tornare a un punto del pensiero indietro nella storia dal punto di vista cronologico, la rete di pensieri che Benigni tesse usa poi snodi simbolici, concettuali e lessicali che al passato si legano, di ascendenza simbolista - e sono le parti del libro che mi convincono meno - quando in “Tempo riflesso” indica l’esistenza di un “alfabeto perduto” qualcosa che sta “sotto lo spessore delle voci” dove c'è un senso cosmico e trascendente della realtà (più avanti Benigni scrive di una “trascendenza tangibile nell’infinita interiorità di un filo d’erba”) che rimanda all’idea storica post-Baudelairiana delle corrispondenze dei simboli.
 Questa fiducia in una lingua che si rivelerà dietro la nostra non è tuttavia altrettanto fiduciosa nei confronti dello strumento della parola poetica. Anche questo un classico, ma interessante se letto nel solco di una perdita di fiducia nella forma poetica, nel mirino per la sua artificialità.
La distanza da ogni idea alta di poesia è nel gesto linguistico, nella prosciugata figuralità di questo libro.  Benigni è poeta accorto e consapevole, si tratta immagino di una scelta, che ci dice molto di un tensione della poesia contemporanea al “dopo la poesia” “al “verso la prosa” o addirittura la “prosa in rosa” su cui meditare in altra sede più ampiamente ** . Benigni usa un verso libero, senza nessuna evidente predilezione metrica, senza nessuna orchestrazione sonora  del dettato  e dei significanti  (nei simbolisti invece la musica del verso era invece elemento di rivelazione essenziale) fino ad arrivare alla sezione “Dall’invisibile” fatta di brevi prose.  E’ più la fiducia nell’allegoria del tutto, che risponde a un libro della natura, che non la ricerca di uno stile e una voce. Col suo dettato chiaro e ragionato, Benigni scrive:

Tutto lascia una scia di scrittura.
Tutto si muove in un’unica sintassi. (…)
nessuna direzione è tracciata,
eppure qualcuno per noi
volta le pagine di un libro
dove ogni azione è segnata.
Ma a quale appello rispondono
Le cose che non riesco a nominare?
Nulla è promesso, nulla è sottratto
E la strada è muta.
Lo dicono queste pietre
Che abitano il presente prima di noi. 


C’è difficoltà di nominazione, ma esiste una “scrittura” altra, la sua scia sono le pietre, non il segno. Noi siamo dentro una tessitura trascendente di frammenti che “dicono di noi quello che ancora non sappiamo” p. 16) .
 È un’arcaicità dell’universo, delle galassie – o una geologia preistorica ( temi simili ma in modo assai diverso, non dentro questo quadro di riferimenti trascendenti, sono stati affrontati da un poeta   come Bruno Galluccio, che riconduce la sua ricerca ad una più raffinata e ponderata visione del cosmo che gli deriva dalle competenze di astrofisico, e Aliberti, con quel rimandare ad una preistoria precedente)

La foresta segreta che Benigni indica come esistente non traspare e non appartiene al linguaggio, tanto meno quello letterario, ma direttamente alle “pietre” (dunque il suo indicarlo in un libro letterario, di scrittura e di carta  è una didascalia, un riflesso di un altro vero libro della natura ).
Una poesia in cui torna prepotente quello che Gianluigi Simonetti nel suo “La letteratura circostante” analizzando le correnti della poesia italiana degli ultimi decenni ne individua una che definisce “il mito delle origini”:

L’inizio è di fronte a noi
Che a ritroso andiamo verso il tempo.
Siamo i passi di una distanza da ricolmare

E – a proposito della parola Benigni  aggiunge nella stessa poesia, in chiusura : “ Ora la parola ci legge e nella forma delle pietre/ è scritta l’evidenza, la fiamma dove tornare”). Noi “non possiamo parlare in nome della verità/ma possiamo dire il vero, custodire una voce”. Il fine ultimo è in questo incubare una dimensione intima e mistica, cuore segreto dietro le cose. Il tempo procede ma “come una lente rovesciata/ il passato ci mette a fuoco” . L’origine è sia spaziale che temporale. Ecco, se è scritta con evidenzia che non ammette appelli o ambivalenze, in tono apoftegmico, la nostra teleologia, o il destino, è altrettanto evidente che Benigni, scegliendo l’opzione di una scrittura asciutta e piana, e collocandola dentro questo universo concettuale, la riduce ad una condizione ancillare del vero, mentre a mio avviso il vero (sia esso fatto di tante verità, o anche di una lucida assenza di possibilità) è sempre nella scrittura, non nella voce (personalmente sono con Derrida, nel dubitare di  possibilità di far risuonare dentro di noi una phoné originaria) altrimenti la scrittura di ogni sua autonomia - e non è più ciò che distingue la poesia.  
Trovo simbolico a proposito di ancillarità, , che l’ultima sezione del libro sia un dialogo cieco con delle fotografie che nel libro non ci sono.  E una sezione interessante, ma anche qui l’essenziale della sua fenomenologia è comunque quella di un testo è al servizio di un oggetto, un testo celibe o un arto senza il suo corpo. Le Poesie  della sezione del libro “Apparenze” sono scritte in riferimento a fotografie di grandi artisti dell’immagine  – Giacomelli, Salgado - che tipograficamente non sono riprodotte (solo citate in nota). Questo ne fa didascalie cieche, mette la scrittura nell’ al-di-qua di un’invisibile che tuttavia esiste e mi sembra di poterle leggere come metafisiche.

Una scelta che non so classificare se di forza o di ammissione di debolezza del testo poetico, che dovrebbe essere immaginifico di suo, contenere le immagini, cosa Che Benigni non sceglie di fare, intanto a partire da quel basso tasso figurale che si diceva e poi - simbolicamente - alludendo a una vera immagine (e non a caso andava sotto questa definizione la disputa teologica sulla vera immagine di Cristo che ha impegnato i teologi medievali) . Benigni porta i testi verso una prosodia lineare, quasi con denotazione nominale, che però vorrebbe indicare un tempo pieno dietro il tempo riflesso. Un vero pronto a rivelarsi ma senza porre nel linguaggio, nella materia della lingua la forma di questa rivelazione.
 Siamo all’opposto del senso dentro una materia linguistica. Troppo è prepotente l’idea che il senso sia altrove. La scelta mette tuttavia - per altre ragioni certo, non per mancanza di una visione - anche Benigni nell’alveo dei poeti che cercano di recuperare la comunicabilità come elemento centrale in una sfida difficile e disperata nel panorama dell’intrattenimento *** contemporaneo. Ma qui la scelta è dentro un quadro di scelte modellate sulla weltanshaung del poeta.
Corrado Benigni in realtà si attesta, pur elaborando una visione complessa e meditata del destino che si oppone al tragico e al liquido, angosciante, scorrere  inafferrabile del magma del presente,  con linguaggio preciso:  ancora una volta, facile a dirsi,  come un avvocato, un uomo di legge che deve definire una sentenza. ****

Per Benigni esiste una “meridiana” (e una “trama delle parole” , p. 12) da seguire, una rivelazione che arriva dentro una “scintilla”, significativa la ripresa del termine della teologia aristotelica. Anche un materialista come Bejamin, vedeva nelle macerie del passato illuminazioni profane con tratti esoterici. Benigni è più dentro una collocazione latina e cattolica: vede una “ scintilla “ di un tempo parallelo o l’ombra di una  sorta di caverna platonica, dal cui fondo far attingere la coscienza, una diversa “perfezione”  che emerga dal caos che ci tocca vivere, dal “nulla” citato all’inizio.
 Il tempo è un procedere che tuttavia accumula distanza, l'inizio di questo tempo è - dice il poeta -  di fronte a noi, il compito è camminare, colmare la distanza, uscire dal linguaggio Il linguaggio sembra essere una valvola, una sistole/diastole tra il nulla e il qui;  la posizione etica e cosmica di Benigni, dicendosi certa dell’aldilà - o meglio di nu oltre l’apparente -   finisce per essere che è proprio la poesia. Dopo la lirica, per BEningni non è una lirica del dopo, ma è un oltre, in un certo senso. Scrivere  è solo una dimensione, invece “il movimento del tempo” “raccoglie tutto di me/ briciole, frammenti, tracce/ parole restate in voci altrui/vita che mi sopravvive” (p.26)  e così, l’invito è al silenzio e a ricongiungersi ad una “fiamma” che ha anche nel sostantivo un evidente ( e forse troppo ovvio) richiamo al divino,  perché - verso chiave -   “ in un atomo tutto è già scritto prima di noi “. Insomma, ci sta dicendo che dentro la materia è una forza divina qualcosa che sta  prima. Se Benigni è un Kafkiano che crede in Dio, possiamo anche dire che è un antibeckettiano che crede davvero e senza ironia in Godot (in una prosa su un frammento di Beckett scrive “viviamo per un mandato – sconosciuto, come le radici che ci nominano nel sonno”. Godot non arriva, ma ci dà un mandato?(p.40) .

 Tutta questa trama sotterranea di radici ci visita nella mente, noi inconsapevoli. Potrebbe essere dio, l’inconscio collettivo di Jung o un sapere mistico, orientale, non è dato sapere, non ci interessa qui affibbiare a Benigni un preciso credo, anzi è suo merito tenere viva la tensione del pensiero senza cedere del tutto ad una dottrina. Ci interessa la dinamica esplicitamente metafisica di Benigni. E se è vero che in un’altra breve prosa cita Houellebeq, altro reazionario-rivoluzionario antistoricista e le sue “particelle elementari”(p 41)  a sua volta desunte dalla fisica, ecco che questa cecità della conoscenza invece “rende tutto più visibile” per Benigni e quel “qualcosa” che pare esserci nelle particelle elementari della  polvere (è un immagine Lucreziana de “”La natura delle cose”) nascosto nell’invisibile, esiste. Anzi, con il  tono perentorio di un testo che da estetico si fa etico: “sta a noi, mappe nel vento che nessuna mano trattiene, trovare l’assetto”. Il compito è un dovere: trovare l’ordine delle cose e del tempo. ****



note


**  Questa decisione è davvero importante, e forse è la vera questione di cui discutere, al di là delle singole voi e singole poetiche. Ho l’impressione che la pluralità delle voci poetiche sia diventata tale e distintiva in singolarità, da rendere impossibile per molti poter condividere un proprio codice intimo. Difficile inoltre poterlo poi – da poeti – collocare in una dimensione di senso generale, in un sapere condiviso, con la possibilità e disponibilità di chi ci legge a penetrare la foresta dei simboli del singolo poeta (un solo esempio, immaginiamo il percorso di una poetessa come Amelia Rosselli oggi, il suo inciampare nella lingua che diventa tema del lapsus. Sarebbe difficile – a meno di appartenere ad una ristretta cerchia di amici sperimentatori –- vedi i Gamm -  poter avere attenzione, interpretazione, uditorio.
*** uso la parola che è stata usata con irrisolta ambiguità nel tradurre i libro di Balchot L’entretien infini, che si dovrebbe tradurre con quel termine desueto che è il “trattenimento” ovvero un consesso di una piccola comunità che discute e conversa, usa le parole per dialogare sul senso delle cose, e seguendo questa traccia anche la letteratura è “trattenimento” o intrattenimento, ma la parola è stata sottratta dall’entertainment anglosassone della società dello spettacolo.
**** E’ anche vero che la stessa fisica sperimentale  che  maneggia l'estremo e il tempo,  maneggia la realtà non visibile in quanto realtà che però interprete in un'altra maniera:  Carlo Rovelli nel “l'ordine del tempo”  spiega con parole chiare che è vero che c'è qualcosa da addirittura di ulteriore rispetto all’atomo, come scrive Benigni, (nel voler dire l’infinitesimale della realtà, usa un elemento vecchio ormai, di un secolo, a cui un poeta non aggiornato si ferma, rivelando il limite di cultura scientifica della nostra cultura umanistica) a dice Rovelli
**** Da questo punto di vista se Luzi è un ascissa della concezione metafisica del fare poesia, Valerio Magrelli è l’ordinata che nel panorama della poesia contemporanea che ha recuperato proprio il pensiero – anche se Magrelli è un poeta che vive e accetta il mondo, sta per partito preso con le cose  potremmo dirlo con parafrasi di Ponge. In ogni caso forse Benigni guarda al Magrelli di Ora serrata retinae, se questo “Tempo riflesso” va inteso come da incipit come un’analoga serrata degli occhi, dentro un sonno che vede oltre).

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