martedì 29 ottobre 2019

FERNANDO CORATELLI "Alba senza giorno" (ed. Italo Svevo)


La realtà è satura di realismo. I quotidiani si fanno sempre più palpitanti di letteratura, nel tentativo di farsi prossimi alla realtà, trascurando I fatti (e mostrando subito un paradosso che ogni lettore deve tenere presente: realtà e realismo non sempre coincidono, e i fatti spesso scompaiono tra le due rive della narrazione corrente pubblica).
Le parole scritte dell’informazione, agonizzanti ormai per autorevolezza sociale, relegate all’angolo del mercato, hanno abdicato al loro compito e tentano di inseguire l’intensità emotiva di ciò che brutalmente si impone come fruizione del vero – e che non lo è - : le serie tv o le fake news.
Si impone “Come “ vero, ma appunto non lo è. Lettori inseguiti con folgorazioni sintattiche e iperrealiste, grondanti tanto di sangue quanto di sentimenti, al limite del trash per captare l’attenzione dell’utente medio-dei-media, altrimenti volto con le sue sinapsi emotive a ciò che lo droga con più piacere: I frenetici impulsi percettivi delle visualizzazioni di una foto ogni 0,3 secondi scorrendo Instagram. Con la stessa rapidità si scelgono le partner su Tinder. Per non parlare delle urla che dal verba dei social “volant” a quelle della vecchia Tv, che per tutti gli ultimi venti, trenta anni ha preparato il terreno a questa fame di reality di cui tuttavia ci stupiamo perché ci sembra irreale. 

cosa può fare il romanziere? Scavare. E scrivere. 

E sottrarre e sottrarsi questo trucco facile.
Scavare per rimuovere I detriti di una narrazione generale della realtà che si allontana da essa se non altro per il rischio di sovraccaricarla di drammatizzazione – è quello che fa mediamente un servizio televisivo che sia delle Iene o di piazza pulita che volete voi).

 La drammatizzazione è spesso non solo nel canovaccio della notizia ma negli orpelli stilistici usati che la sovraccaricano. NE fanno sempre una scena. Una scena del delitto. Il cadavere è proprio la realtà o meglio sono I fatti.
Fernando Coratelli, nel suo nuovo romanzo “Alba senza giorno” (Italo Svevo editore) ci racconta una storia (che è fatta dell’intreccio di tre sotto-storie) rappresentativa dei nostri tempi. Lo scrittore qui fa però l’operazione opposta della pessima paraletteratura giornalistica: scava per tentare di eliminare il sovraccarico, l’”effetto di realtà” che di solito vediamo sovrapporre al racconto di questo tipo di fatti. Una storia che racconta di Rom, di gente arrabbiata, di n’ndrangheta.
Come se puntasse a una nuda azione. Liberare in uno stile limpido la realtà dei fatti, cercando una nuova realtà e un nuovo realismo, che certo è anche un ritorno alla stessa pratica. In qualche modo in un mondo di giornalisti aspiranti scrittori, agli scrittori conviene trovare una via letteraria per farsi ultimi cronisti. E proprio dalla cronaca Coratelli attinge, restituendoci un romanzo civile: ecco la storia di Stoian e Stephka, due giovani sposi Rom della Bulgaria, che dal loro paesino sperduto viaggiano, attraverso la Germania prima e poi in Italia, nel tentativo difficile di trovare un lavoro, o  in quello disperato di rimediare soldi suonando il violino, e poi in quello impossibile di convincere gli altri che non tutti rom sono zingari bastardi delinquenti, anzi la gran parte non lo è e lavora. All’opposto, c’è quella di Tonino Cortale, un bravo papà di famiglia che fa la ninna ai figli tutte le sere in un appartamento della periferia milanese, ma è anche un sicario della ndrangheta e deve uccider I figlio di un traditore della cosca, a Milano. E mentre li bacia I figli nel letto pensa al piano migliore per l’agguato mortale. E infine c’è quella di Roberta e di Martina sua figlia e la nipotina, Alice. Due donne, due madri, alle prese con la loro storia normale, di periferia, con padri assenti e mariti distratti o sempre davanti alla tv e in cui nell’angoscia di doversela cavare ogni giorno con il lavoro che non c’è e I soldi che non bastano, e che si lasciano andare dalla normalità alla ferocia, quando nel quartiere l’amministrazione comunale decide di trasferire, in un campo attrezzato, alcune famiglie rom, sgombrate da un palazzo che occupavano abusivamente. Da qui sale la protesta, l’odio cresce, contro I rom e contro I politici, mentre I due sposi rom nel frattempo si arrabattano a Berlino, mentre in un paesino sperduto della Calabria si decide la morte. Storie che conosciamo ma che hanno bisogno forse di essere narrate con altro sguardo. E la letteratura serve a questo.
 Fernando Coratelli intreccia queste vicende con un doppio passo: da un alto fa risuonare la campana del destino, nella scansione temporale e incastrata dei capitoli (“un anno prima, maggio”..”tredici giorni prima, 13 maggio” e così via) segno che esiste un ineluttabile, un tremendo, una beffa della vita, un tragico, che incalza e che sfocerà nelle ultime pagine.
Dall’altro segue con uno sguardo limpido e slow, gli aspetti minimi dell’esistenza di queste persone. Lo fa con l’attenzione umana del documentarista. La ripresa scorre con piccoli piani sequenza nelle varie scene, restituendoci dettagli che fanno di una storia come la nostra, una normalità pacifica, che tuttavia a un certo punto genera l’odio o che incappa in quello, in modo ineluttabile. Qui il romanzo, con la sua costruzione formale ci esprime quale destino, secondo il romanziere, attende la nostra vita.
 L’alba è senza giorno, I nostri giorni sono senza innocenza. Vite che sono la nostra e non sono quelle degli altri, di cui non ci importa nulla, finiscono inevitabilmente invece per scontrarsi e cambiare in quello scontro, anche minimo, la nostra. Spesso leggiamo nella cronaca: I rom, I cittadini, la ‘ndrangheta. Nell’impersonalità c’è lo stereotipo. Coratelli la usa, la fa sua, quella tipicità, in questo c’è una scelta di opporsi da romanziere civile alle narrazioni correnti del reale. Lo fa scegliendo dei personaggi nell’atto di compiere ciò di cui leggiamo tutti I giorni o vediamo (I rom mendicare, le signore arrabbiarsi e protestare, I criminali della mafia uccidere).  Ma il realismo che voglia essere non il solito effettacci che parla alla pancia del lettore, è pur sempre quello che Walter Siti definisce “lo strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale”. E se I realismo è quella forma di narrazione, quell’organizzazione tecnica della disposizione delle sequenze verbali, che – ancora Siti -  “coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”, Coratelli sceglie di farlo, guidandoci con mano attenta, dentro stanze, baracche, appartamenti, vagoni della metro, bar uffici, con lo sguardo che penetra I dettagli come fossero indizi. Ma indizi di cosa? Certo noi lettori, Per certi aspetti sappiamo e intuiamo che una tragedia incombe. Più del kairos del destino, più del punto finale in cui le storie vanno a parare o la sorpresa che il narratore ci ha preparato, ci deve sorprendere come persone, come coscienze, quello sguardo. Che sembra dirci: è   dunque dentro questa banalità della vita che sta il male? L’odio sociale? Il tragico? Il malvagio senza scrupoli? La paura? Tutto ciò che sappiamo essere intorno a noi, lo leggiamo nella storia di questi cinque personaggi principali, così simile alla nostra normalità. E quel tamburo battente che prepara l’ineluttabile, abita sempre ogni istante della loro vita. Dunque, attenzione lettore: può abitare ogni istante della nostra e non lo sappiamo.
 Come il precedente “La resa”, questo nuovo romanzo di Fernando Coratelli è ambientato nelle nostre città in fiamme. Se quello del 2013 che aveva in qualche modo anticipato gli attentati islamisti del 2014 e 2015 cogliendo l’aspetto di una conflittualità che era tutta interna al nostro modo e si intrecciava nelle nostre vite, non veniva da lontano, ma era nato tra noi, così questo “Alba senza giorno” è un romanzo in cui le fiamme poi non divampano in attentati, ma sono le vite bruciate a bassa intensità, dall’atrofia del bene.
I personaggi si muovono dentro le loro emozioni ma come se le emozioni non gli appartenessero più. Anche la decisione di tenere questo sguardo di oggettività, non psicologico, è il modo con cui Coratelli che strappa il velo della nostra quotidianità (e di quella “rappresentata” dalle tante narrazioni di realismo dopato, come la tv, ma anche I nostri social lo sono, noi stessi cela raccontiamo deformatala nostra vita, falsata) e lo fa  non mostrandoci un mostruoso” ma mostrando che semplicemente il mostruoso dell’odio e del male è esattamente quella normalità, è lì, è nelle sue pieghe, come nei dettagli sta la divinità del destino, che strangola l’innocenza. Sta anche al lettore aggiungere pensieri, psicologia, morale, perché non c’è nessun sottosuolo dove abita l’odio ma esso sta esattamente dove sta la tenerezza per I figli, le piccole beghe, gli amori, le faccende di ogni giorno. Il giorno come I nostri, tutti uguali, che non hanno alba, che non hanno redenzione.



lunedì 28 ottobre 2019

DURS GRUNBEIN A MILANO. Un discorso.


Il grande poeta tedesco Durs Grunbein (1962) è stato di recente a Milano dove ha ritirato una pergamena di rinoscimento del Comune (preludio a una laurea onoris causa che gli verrà conferita nel 2020) e ha tenuto un bel discorso, sulla speranza che, in un’epoca di opacità e assenza di punti di riferimento in questo spazio tempo così ampio da immobilizzarci, può arrivarci dalla memoria.questo spazio tempo così ampio da immobilizzarci, può arrivarci dalla memoria. (la memoria è un deitemi chiave della sua poetica insieme alle esperinze concrete, a ciò che las cienza ci dice dell'esperienza del nostro corpo, lo si ritrova anche nei saggi recenti "I bar di Atlantide" (Quodlibet)
Forse il “principio speranza” può essere attinto di nuovo, re-innestato in noi, non tanto dal passato in sé come una banale nostalgia (se fosse così sarebbe un erorre non era idillio quello) ma a tornando a quel momento di passato in cui - pur avendo reali e concrete difficoltà,  muri reali e duri, davanti ai nostri occhi, per la gran parte di noi figli, bambini negli anni 60, a est come ovest,  di operai, di classi di un ceto medio popolare senza una storia di istruzione in famiglia, vivevamo  quel tempo trascinati  da una tensione di fiducia nel futuro che oggi potrebbe fare da germinazione di una Utopia ridisegnata, re-immaginata.



Grunbein è partito nel suo discorso su memoria, storia e tempo, dalla città di Milano, legandola a questa “’ immaginazione del futuro” da ritrovare.
Ha raccontato che la città di Milano, meglio il suo mito, la sua generazione imprigionata oltre cortina, l’ha conosciuta viaggiando col cinema. “Teorema” di Pasolini e “La notte” di Antonioni, tra tutti. Nell’oscurità delle sale cinematografiche della Germania dell'est, dove il regime di solito opprimente nel controllo delle “vite degli altri”,  sbadatamente e per ignoranza, tollerava, sottovalutandolo, il cinema straniero che circolava.
 In quelle visioni i giovani dell’est avevano una finestra verso l'esterno e questo, dice Grunbein ,  vale per la dimensione spaziale e per quella temporale. “Vediamo più di quanto comprendiamo e  sviluppiamo una sensibilità per luoghi dove non siamo mai stati” ha detto il poeta tedesco,  e così Milano  è diventata per lui anche la Milano degli autori che ha letto e conosciuto, da Manzoni a Gadda, fino a Milo De Angelis (che certo è con lui oggi uno dei maggiori poeti europei)

I legami con le città possono essere immaginari, come i nomi i nomi di città che si intrecciano tra loro, quando in una specifica città troviamo nelle vie i nomi delle altre, oppure in tante  troviamo sempre il nome uguale di una via, di solito la principale e spesso nomata “via Roma” (e qui G. ha letto una sua poesia scritta a Roma, in Corso Trieste, con la memoria a Trieste, dove aveva trovato altre vie con città italiane ecc)
“La letteratura è il commercio spirituale tra i vivi e morti” ha detto ancora Grunbein , la letteratura trascende tutti confini quelli temporali come quelli spaziali “ in questo i contemporanei con la loro presenza fisica si danno sempre troppa importanza”
E’ stato un discorso in cui Grunbein ha elogiato la possibilità dunque di scardinare - come lo spazio, attraverso il viaggio-cinema-immaginario - anche  il tempo. L’arte deve e può rompere i suoi assi culturali come fa la fisica moderna, che anzi addirittura ha “abolito” il tempo come lo conosciamo noi (vedi Rovelli), riducendolo a mera convenzione.  Il tempo non esiste nella sua linearità, matematica, aritmetica che va dalle ore zero alle ore 24. Il tempo è una presenza simultanea di dimensioni spaziali, dove avviene una trasformazione della materia, questo è il tempo dunque anche se non è applicabile alla lettera. Nessuno vuole cancellare il passato o il futuro, ma è possibile che la speranza per il futuro, oggi, vada rintracciata nella memoria, nel passato, in altre parole nel momento in cui abbiamo iniziato a sperare.

Questo per Grunbein come per la mia generazione, era qualcosa che accadeva prima della caduta del muro, negli anni 70 e in quel momento e in quella dimensione senza tempo che l'utopia, essa stessa cosa senza tempo, può ritrovare il suo stesso discorso.
In qualche modo si può dire con Grunbein: “Ci sono alcune idee che noi idealisti speravamo non sarebbero mai venute meno” e  questo è vero.
Oggi ci dobbiamo misurare invece con una trasformazione una di queste idee: ad esempio la  democrazia e  libertà, che cedono il passo all’egoismo, ad un individualismo che non era quello che allettava i giovani della Germania dell’Est come Grunbein negli anni 80, la libertà di poter essere sé stessi, l’individualismo della libertà nelle società capitaliste, in cui - nella disuguaglianza - ciò che attirava era però un forte desiderio di poter dire “io sono mio” (lo dico volutamente calcando lo slogan femminista perché la rivoluzione alla fine degli anni 70 fu una rivoluzione culturale che ha segnato con molte contraddizioni anche un’ auto-riforma del capitalismo che si è fato “capitalismo dell’immaginario e del desiderio” disinnescando e inglobando quella rivoluzione molecolare dei Movimenti del 77)

LA libertà delle idee oggi si è trasformata nello spettacolo dell'economia e nello spettacolo delle idee. Quella libertà che gli insorti della Germania dell'est salutavano nell’89,  senza conoscerla immaginandola da lontano ( erano gli eredi delle illusioni del socialismo corrotto ) era qualcosa per cui valeva la pena di morire. Oggi, ha detto Grunbein, tutto è stato spazzato via e il credo del progresso e del progressismo di quel capitalismo che è andato in frantumi, più del  muro di Berlino- la libertà deve essere sempre la possibilità che si possa trasformare il mondo e che ci sia uno spazio per questo agire libero, quella è l'utopia di un “luogo ulteriore,  spazio interiore e mentale per poter concepire un mondo nuovo e uno spazio per poterlo generare. Questa possibilità spazio-temporale è venuta meno.

Non è un caso se oggi tutte le idee di tempo corrono nella direzione contraria, narrazioni di retrotopia o distopia che diventano predominanti, che è però un segno di crisi, ma nasconde la trappola di una regressione.
E allora importante poter andare a rintracciare il “principio speranza” nel luogo anch’esso ormai immaginario, del passato e andare a recuperarlo come se non fosse ancora vissuto.
E’ un lavoro sulla memoria e un lavoro sulla e il  tempo mostrato nella sua tensione di mutazione che aveva,  di metamorfosi continua. Non bisogna tornare al passato (anche se molto passato e memoria c’è nei discorsi e nelle poesie di Grunbein ma del passato è l'attenzione al futuro che ci interessa a ricordare. Rivivere una memoria identificativa empatica massima, quella tensione al futuro ridiventa nostro  presente perché appunto non essendoci più  un tempo lineare, la poesia o l’arte elaborano questa sintassi delle copresenze parallele, un ossimoro multipli dei tempi, in cui non conta appunto quella razionalità sequenziale di cui  nella normalità del discorso quotidiano dobbiamo per forza tenere conto, ma va al cuore attraverso proprio una trasformazione della grammatica metaforica, nella narrazione a-temporale, di un cubismo temporale come quello che pratica Grunbein, che ci riporta al “principio speranza” così come esso genera e si è generato e si continua a generare (potrebbe, la sfida della poesia è questa dalla sua invisibilità sociale in cui è del tutto impotente al livello politico immediato)  al di fuori di quella che è la misurazione dei giorni e degli anni. Così è quella Milano che cancella le tracce del fascismo nato qui, che confonde la sua brillantezza culturale con il cinismo finanziario, questa Milano che è oggi dentro una sovrapposizione di memorie che Grunbein ci sollecita, che è rimasta nella sua memoria, cinematografica letteraria come “ la metropoli più moderna di Europa” definizione che il poeta ha trovato in un quotidiano del 1962 l'anno in cui lo stesso Grunbein è nato, il 1962, come dire: c'è una tensione al futuro che ci precede, nel passato.





domenica 6 ottobre 2019

COLSON WHITEHEAD I ragazzi della Nickel (Mondadori)

Confesso che avevo abbandonato a metà “LA ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead, unico suo libro letto - e di quel libro, come capita spesso, mi era sembrato eccessivo il battage, rispetto al romanzo, per cui finisci per mollare anche libri buoni se non sono quel “capolavoro” che gli editori cercano di spacciare.
(breve digressione: Mi è capitato ancora molto recentemente di avere la prova su pelle che se non partecipi a questo entusiasmo dell’entourage editoriale, hai quelle eleganti forme di indifferenza ( anche peggio del “mob" ) ” in vario e sottile modo, dal non-like, al non-saluto, al non-invio del libro ( pratica della benedizione editoriale, elargita come le indulgenze dei papi ai tempi di Lutero, che abbondante si sparge su capi chini dei semplici e pseudo lettori-forti , ritenuti più funzionali al sistema di chi, come me - ormai da semplice lettore forte ma senza nessun ruolo ) - mantiene il suo ciglio alzato - un distaccato relativismo sano - verso “il sistema”. Quel sistema, che poi fondamentalmente è fondamentalmente commerciale e di promozione del prodotto, ossessionato dalle vendite come non mai, più di quanto un editore debba giustamente fare, in quanto impresa economica, rinunciando però al SUO ruolo critico e culturale (cosa per la quale rispetto a altre imprese pretende fondi pubblici. Ma capisco, lavoro in un’azienda editoriale, ne va della sopravvivenza, ma è deprimente lo stesso). Chi se ne frega, in ogni caso. Ho già pagato pegno col mondo della poesia allo stesso modo)
fine digressione..

Detto questo: avevo già mollato a metà “LA ferrovia sotterranea” di CW per questo leggendo del nuovo “capolavoro” (“I ragazzi della Nickel” Mondadori) non avevo molta voglia di leggerlo. Però vista la mole non eccessiva, l’ho comprato in kindle e l’ho letto.
Confesso che a un certo punto stavo per mollare pure questo. NOn che sia brutto, anzi. Fino a metà però non mi prendeva, mi sembra si un classico libro della narrativa di Building-roman di stampo anglosassone e nella tradizione americana e poi afroamericana (da Twain o Dickens in poi ) ma come se fosse scritto negli anni in cui è ambientato, all’inizio della vicenda quando il protagonista Elwood è ancora un ragazzino, fine anni 50. Nobili intenti, ma letteratura già letta.
Sono fissato col fatto che la letteratura si rconosce dalla "forma" che posso farci, no dalal bella storia.
Purtroppo - o per fortuna - avendo appena letto un grandissimo libro, come “L’archivio dei bambini perduti” della messicana Valeria Luiselli, il mio gusto letterario forse troppo novecentesco e postomoderno insieme , prende questo libro come parametro per le altre uscite, tra le novità editoriali.
Anche questo di Colson Whitehead "Ragazzi della Nickel" dunque mi sembrava romanzo classico, non particolarmente originale nella struttura, nell’organizzazione narrativa, nel punto di vista, in più la lentezza, meditata, dettagliata, della prosa aggiunge si vividezza delle cose, ma pure rallenta, insomma stesso effetto dell'altro fino al 60% (kindle). Riconosco può essere un pregio: Whitehead non sentimentalizza né esagera la storia che emerge dal procedere dell’azione, ma era fin troppo documentarista. Forse archeologo.
Mi dicevo: forse negli stati uniti è più apprezzato (Cona lferrovia ha preso il Pulitzer) perché direttamente coinvolti nelle storie di segregazione razziale, è il tipo di narrativa che ancora oggi in America ritrova più senso proprio nell'era Trump e quindi ha avuto un ottimo lancio editoriale e riscontri dell'intellighenzia newyorkese e cc ecc
.
Un lancio che si ripropone anche da noi, ma forse c'è della generosità, diciamo. ma è Difetto mio.
LA struttura del romanzo è per tre quarti il racconto della sfortunata vita di Elwood Curtis, ragazzino balck della Florida, giovane promessa scolastica, vive con la nonna, senza genitori, si arrangiano senza grandi soldi, ma lui ama leggere, lavora si dà da fare, è destinato al College ( in quegli anni per la prima volta si stava permettendo anche ai neri di accedere o si stava combattendo per quello il traguardo era vicino).
Sembrava.
Il caso sfortunato - il romanzesco dickensiano quasi - fa finire Elwood innocente in galera, alla Nickel, riformatorio del sud degli stati uniti, per neri. LA Nickel diventerà il “college della vita” per Elwood, la sua scuola di vita e di “ resistenza ”
Elwood incontra Turner, più sgamato ed esperto. I due diventano amici Elwood crede sempre negli ideali di Martin Luther King e ai soprusi che subisce alla Nickel, risponde con gli insegnamenti del Reverendo e cerca di ribellarsi; Turner, invece, si arrangia come può, spesso rispondendo alla violenza con altra violenza.
Colson Whitehead ha un modo classicamente realista di condurre la storia, forte padronanza dei caratteri, dei racconti secondari che si intrecciano nella coralità di un carcere. La Nickel è un infermo, un lager, è la peggiore rappresentazione del sopruso e questo di Whithead è anche un romanzo storico, di finzione, ma pure di denuncia di un’America WASP che on solo non è mai morta ma con Trump ha ritrovato forza.
E basato su una storia vera, dopo il ritrovamento di cadaveri di ragazzi detenuti in quel riformatorio, e seppelliti senza nome alla Dozier school ,sempre in Florida tra gli anni 50 e 60. Fin qui bello, intenso profondo, ma letterariamente appunto un classico, o meglio pure “non una novità” diciamo.
il romanzo però dal 70% in poi cambia e CW trova una chiave interessante, anche se non posso dirvi il finale, un bel colpo di scena che aggiunge senso a ciò che sto per dire.
Ad un certo punto iniziano i flashback - lo intuivamo dall’inizio, che c’era un ritorno di questi ex-ragazzi detenuti dopo tanti anni a quel carcere ormai dismesso, rovina dell’orrore, scoperto per caso per costruire uin centro commerciale.
Un ritorno di chi non può dimenticare ma pure vorrebbe trovare il modo di dimenticare. E nel flashback troviamo Elwood a New York, diventato un imprenditore dei trasporti, una persona normale ma anche realizzata, con i suoi probelemi, ma tutto sommato potrebbe avere vita soddisfatta.
Ma la scuola continua a trascinarsi dentro i suoi pensieri in ogni istante in ogni nuovo vissuto dell'America, dagli anni 80 a oggi, e anche a New York che nell’anonimato multiculturale almeno gli permette di tenere a bada i fantasmi.
La prosperità economica e le opportunità anche per lui, forse hanno messo via per un po' i conflitti razziali - che infatti ora con la crisi dopo il 2007 riesplodono, al confine e dentro gli stessi USA.
Negli anni recenti Elwood vive la sua normalità che forse in parte è un fallimento, rispetto non solo all’ingiustizia subita e non riscattata, non riconosciuta.
Una normalità che quasi lo priva d’identità, cancella la sua vita perché lo costringe alla rimozione, non lo porta alal giustizia.
Prova una sorta di malinconia in questa nuova esistenza da imprenditore e americano medio, che in qualche modo è un vuoto, è un mancare, un non compimento.
La memoria della Nickel lo opprime e la memoria della sua utopia secondo il “sogno” del Reverendo King che non si è compiuta integralmente, vanno a intrecciarsi in un senso d’insofferenza per quell’apparente normalità conquistata.
Essere un "everyman" non fa di tutti i “man” la stessa persona, non fa uguaglianza.
E proprio in questo elemento del nome, dell’anonimato e dell’uguaglianza c’è la chiave del colpo di scena finale.
Soprattutto chi ha commesso orrori, ha torturato, ha rovinano esistenze giovani, ancora non è stato processato e forse ormai è morto. Ecco che Due file di “sepolti senza giustizia” si confrontano idealmente, ma i primi con nomi e onori - i bianchi del disonore - e gli altri senza nome, disonorati e cancellati senza ottenere risarcimento.
La nuova normalità non è stata l'emancipazione è stato qualcosa di diverso, il benessere che livella tutto, ora livella anche l'identità e trasforma tutti in “americani medi” ma davvero diventare americani media significa acquisire gli stessi diritti ? la risposta è nell’archeologia: no, emergono corpi senza giustizia, bisogna dare giusta e degna sepoltura. E’ su questo punto tragico, che il romanzo si apre, sarà questo i l compito del protagonista e forse - pur col passo di scrittura “classica” , lento e fermo, paziente, come quello dell’archeologo - è pure il compito di romanzieri come Colson Whitehead.

sabato 5 ottobre 2019

VIOLA ARDONE "Il treno dei bambini" (Einaudi)



Vorrei dire qualcosa su “Il treno dei bambini” di Viola Ardone. ( Einaudi editore ) che ho letto in treno (ieri sera osservando da roma a Milano parte del paesaggio che anche quei bambini avranno osservato a i tempi):
Mi è piaciuto e sotto spiego perché e come inquadro il giudizio, ma parto come al solito, da lontano.(la faccio lunga)

Come qualche amico e amica sa, c’è una bambina a Calcutta che cresce, sostenuta a distanza da me. Si chiama Barsha e oggi ha 13 anni. Sono andata a trovarla grazie agli amici di ActionAid Italia un anno e mezzo fa, nello slum in cui vive con la famiglia, molto modestamente, la casa è una stanzetta cucina sotto e una sopra.
La superficie dell’intera casa è minore del soggiorno piccolo da cui scrivo. È tutto quello che posso fare, da solo, per le ingiustizie del mondo. Nel tempo della post-politica globale, nel tempo della solitudine disseminata delle monadi iperconnesse.

Forse. O forse no, potrei avrei potuto fare di più. io c'ho provato, 40 anni fa, ma la mia generazione – benché qualcuno come me si fosse attaccato in quella fine anni'70 a quella precedente, partecipando da ragazzino alla politica dei più grandi – è stata la prima del riflusso, del privato e della svolta a destra di questo paese.
Prima I cattolici, CL, poi Berlusconi ora Salvini e Di Maio, la stragrande maggioranza dei “giovani” tanto osannati oggi, dagli anni ’80 fino al 2018 ha votato a destra, e in generale ha votato CONTRO la sinistra. (dati iSStat e Istituto cattaneo, controllate) come del resto tutto il paese, da sempre.

Perché questa premessa per parlare del libro di Viola Ardone “il treno dei bambini” che Stile Libero ha lanciato con grande spiegamento di mezzi ed è già tradotto in 25 lingue prima di uscire? Perché non si capisce questa storia narrata nel romanzo, e legata al vero, senza sapere cosa sia stato il partito comunista e la storia d'Italia dal dopoguerra agli anni 70.
Sapere, è dire poco, bisgna immaginare, introiettare a fondo.

Ma .Mi rendo conto che già oggi non lo sanno, perché non lo sapevano allora, quelli come me nati a metà anni 60, guardavano altrove, pur se beneficiati da quel movimento (e certo non bisogna dimenticare il cattolicesimo sociale, certo , dentro la DC).
Difficile per me dimenticare la memoria bambina del 75-76 quando il PCI raggiunse il suo massimo storico, alle elezioni.
A casa mia si votava comunista, mio padre era muratore e quello era, così andava fatto - c'era maschilismo patriarcale e certo.
Mia madre era una contadina cattolica che aveva la quarta elementare e faceva come diceva mio padre, che era arrivato alla quinta.

Io andavo in sezione da piccolino per mano di mio padre e restavo fuori a giocare seduto sul marciapiede, mentre dentro c’era la riunione della domenica mattina. Sezione “Antonio Gramsci” al Tiburtino. Primi anni dei Settanta. Quando poi sono entrato al liceo, nel 77, I ragazzi grandi erano quasi tutti schierati "Né con Lo Stato né con le Br " e contestare il PCI con l’arroganza del saputello e contestare mio padre con la eterna dissidenza dell’adolescente, fu tutt’uno.

Poi tutto finì nel giro di due anni, Moro, le bombe. Nel 1981 la sezione del PCI chiuse, iniziarono le processioni della parrocchia per strada e da allora tutti I ragazzi hanno preferito il privato, l’omologazione, qualcuno era rivoluzionario “ebbro” la notte e ancora oggi è pieno di ragazzi che la rivoluzione la fanno In cameretta sfondandosi di alcol o canne, ma fuori “tuttapposto”.
Adesso ci sono i teen della generazione Greta, e sembra un miracolo. Vedremo.

torniamo al romanzo "Il treno dei bambini"
Quello che racconta Viola Ardone ha due piani. E io credo che il secondo non sia da trascurare, per questo la faccio lunga.
il primo è una storia universale, per certi aspetti. vediamo.
Uno.
il primo, quello della storia di Amerigo Speranza di otto anni che viene affidato al treno dei Comunisti, quelli che portavano da Napoli I bambini a crescere “a distanza” in famiglie del Nord, comuniste, che spesso li adottavano o li sostenevano, poi in seguito come faccio io con Barsha.

E in primo piano c’è la storia di un dolore che dilania Amerigo per sempre, anche se come in tutte le storie di dolore, la redenzione e la riconciliazione sono sempre in prospettiva possibili, I romanzi anche I più tragici servono a far balenare la stella della redenzione, anche se si risolvono in schianto finale, che qui non c’è,( questo è un romanzo doloroso e commovente, ma non è tragico, non fino in fondo almeno). Da un lato c’è la madre di Amerigo, Antonietta che col padre lontano in America – ma chissà – cresce il figlio con scoppole e modi bruschi che non sembrano amore.
Dall’altro lato, ci sarà Derna, la comunista di Modena, senza marito, senza figli che lo prende con sé, sceso dal treno, e lo cresce con la famiglia della sorella Rosa e di suo marito Alcide, che lo accudiscono tra valori comunisti, di rispetto e solidarietà e ne sviluppano il talento del violino. Amerigo cresce e significativamente vira anche nel cognome che sente suo, da Speranza, che gli ha lasciato il padre che come quella però non arriva mai, a Benvenuti, che è quello che gli darà la famiglia di Alcide e Derna, un ‘accoglienza, un gesto reale, anche se forse una goccia nel mare delle ingiustizie.

Dice Milo De Angelis che il tragico è come “un bambino smarrito” non sa che via prendere e così il tragico, non si dà come oppressione di una potenza oscura e superiore data al nostro limite d ieroi che soccombono, come I greci.

Nel 900, il tragico è la Storia e gli uomini in essa, e il destino sembra dilaniato tra due potenze che sono al tempo stesso interamente giuste e interamente incompatibili.

Amerigo cresce nello sgomento di una povertà e di una vita brusca a Napoli in cui non c’è amore, ma pure c'è magia di un sottosuolo di carne, è quello l’amore profondo che sempre manda scosse, vibrazioni, bradisismo, la radice che attraverso il bios ti richiama al suo profondo uterino.
E dall’altra l’altra c’è un amore razionale, fatto di logos, non è ciò da cui vieni, ma senti che a quell’accudimento sei destinato, perché ciò da cui vieni è un forte ma è pure un mancamento, un profondo incompiuto, come l’amore di Antonietta per il figlio Amerigo - che posterà su Derna l'amore, a perdersi nel suo profumo materno di non madre. UN romanzo sulla maternità che è non viscere necessariamente, ma valore di giustizia e empatia solidale. Amore, insomma. Che dell'amore delle viscere diffidiamo.

Lo svolgimento della vita sarà questo per Amerigo, quando anche crescerà, studiando violino, restando al nord, in una lunga lettera sd'ampre scritta a distanza e non vissuta con sua madre.
. Il romanzo è diviso in quattro parti: tre tra il 1946 e I due anni successivi. L’ultimo è titolato 1994. Amerigo, adulto, ultracinquntenne, affermato, farà I conti con quel dolore incompiuto e cercherà un senso nella distanza, un affidamento di sé stesso a distanza. UNa distanza ora irreversibile. E cercherà la stella variabile del suo cammino, ritrovando "Speranza".

Due.
Il Secondo piano è più sullo sfondo, anche se è quello che segna la vicenda, ed è l’organizzazione del Partito Comunista Italiano. Qui il senso della lunga premessa.
Mitologia, nostalgia, realismo, illusione e disillusione, sono tutti attivi quando parliamo di quella storia a cui molti di noi devono tutto perché fu la grande spinta propulsiva che attraverso la mobilitazione delle masse, riuscì a far ottenere diritti e welfare a un paese povero in cui I bambini erano costretti ad essere “strappati” a fin di bene (uso la parola volgare usata in questi tempi per Bibbiano perché al di là della complessa vicenda giudiziaria, è davvero insultante la volgarità di un pezzo di paese che sputa su una tradizione politica a cui deve sostanzialmente il merito di essere uscita dalla povertà, e perché ancora una volta è anche quella di cronaca una storia di bambini)

E ‘il piano, questo secondo, del personaggio della compagna Maddalena la giovane comunista che fu incaricata di accompagnare I bambini e che rimase sempre una maestra di vita e solidarietà, non solo a scuola. È Maddalena che nel 1994 consegna all’Amerigo adulto, ora affermato musicista di violino, col cognome benvenuti, la verità di un secolo che – direbbe l’altro napoletano, Ermanno Rea – s’è lasciato andare a una “dismissione”.

"Era più facile una volta. C'era il partito, c'erano le compagne e compagni del partito. Oggi non ci sta più niente, chi vuole fare qualcosa di buono lo deve fare da solo per conto proprio" dicce maddalena a Amerigo. (come faccio io con la bmbina di Calcutta)
"C'erano anche le cose brutte " - dice Maddalena - di quelal storia del PCI, ma resta l'insegnamento: ""tutto quello che si può fare, si deve fare". una cosa simile me l'ha detta valeria Luiselli, la scrittrice mesiscana. Poi ci torno.

Il romanzo è un limpido esempio di una tradizione che si rinnova, quella di un realismo partecipe: nella testa scorrono I film come Sciuscià e tanto De Sica, scorre Elsa Morante de La Storia, Anna Maria Ortese, scorre Erri De Luca, e altri.
Una storia simile l’ha raccontata Marco Balzano con “L’ultimo arrivato” pubblicato da Sellerio, che vinse il Campiello e che forse meritava più attenzione e maggiore ricezione, specie oggi che di minori non accompagnati si parla.
Quel libro parla di bambini che dal sud partivano come emigranti, e insieme a quelli, ma senza genitori, magari piazzati da qualche parente o compare al Nord e andavano lavorare, a spezzarsi la schiena nelle fabbriche e nei cantieri o nei negozi in condizioni di semiclandestinità e molto più soli. (una storia diversa anche se non meno sconfortante quella del treno dei comunisti)

Leggendo il libro di Viola Ardone, grazie al suo sapiente ed equilibrato uso di una ricostruzione linguistica per cercare di conciliare una leggibilità nazionale (e una traducibilità internazionale), veniamo immersi in un pensare bambino di un bambino napoletano del '46, con un risultato che è anche un altra eredità. quella migliore della nostra pedagogia – Don Milani fino a Rossi Doria. (Ardone è una professoressa, e mi viene in mente tra gli scrittori prof, anche Giusi Marchetta che sento di apparentare e su7 altri piani anche i romnazi di Simona Vinci per i bambini e per la storie de La prima verità - ma faccio torto sicuramente a qualcuno che dimentico ma vado a braccio)

La storia dei minori che vanno nel mondo da soli, oggi diciamo “ non accompagnati”, quelli che oggi arrivano sui barconi dall’Africa o chiusi in un tir, dall’Afghanistan (la storia di “Nel mare non ci sono I coccodrilli” di Fabio Geda ad esempio, altro esempio di una tradizione che si rinnova), volendo ci riporta anche a Charles Dickens .

Io sono diventato comunista (ovvio sui generis) all’età di otto anni, quando mio cugino diciottenne che era venuto dal paesello da dove erano venuti pure I miei negli anni 50, a lavorare alla Fiat e dormiva in camera mia, mi regalo un’edizione per bambini di Olivier Twist e quello fu il mio battesimo con le ingiustizie che andavano sanate, per bambini poi! Io ero fortunato e quelli no. Il pensiero mi straziava, è sempre stato così. Era un sentire ingenuo, ma è la radice su cui hanno poggiato tutti I ragionamenti adulti. Anche quelli di dissenso rispetto a letture troppo positive dell’immigrazione e delle stesse ingiustizie.

Con Dickens poi, io come tutti I bambini inquieti, io mi sentivo orfano, come Amerigo, non amato da un padre che rifilava troppe scoppole – e pure mia madre ogni tanto. (Ma erano quelle le madri e I padri e delle loro difficoltà a vivere non potevamo sapere, anche se oggi niente giustifica la violenza, anche la minima, di una scoppola, ma erano altri tempi e la redenzione per loro è necessaria, come il perdono che nessuno è esente). la faccio troppo lunga.

Perché cito tracce di possibili araldiche letterarie al cui termine c’è “”il treno dei bambini” di viola Ardone? Perché la stratificazione di storie può farci inciampare nel rischio di una ricostruzione paradossalmente metaletteraria, sentimentale ma incompleta di una storia. Viola Ardone lo evita, con sapienza, ma per i lettori sarebbe un bene sapere tutto il contesto e anche questa lunga tradizione di racconto di bambini che vanno via da casa, che migrano da soli, non accompagnati. Un esempio di come si possa superare, o tematizzare il rischio esibendolo, certo facendo una scelta più complessa, postmoderna, decostruttiva dello stesso racconto appassionato che pure vuole fare di una vicenda simile (bambini soli, su un treno dal Messico verso gli stati Uniti) è Valeria Luiselli che ha scritto “L’archivio dei bambini perduti” (la Nuova Frontiera) di cui pure consiglio la lettura, insieme al libro di Viola Ardone (e non dimenticate Balzano)

Luiselli narradi una coppia che viaggiando vero il confine del Messico, lui con suo figlio, lei con la sua figlia, da differenti matrimoni, ma ormai una famiglia, si apprestano a separarsi. L'amore della coppia sa finendo e i due neo.fratelli si divideranno seguendo il destino dei genitori-single.

A questa storia di dolore privato negli stati uniti delle opportunità anche per Valeria Luiselli che vive a new York, si sovrappone la cronaca che la narratrce vuole raccontare, quelal di dolore e solitudine dei bambini che in treno viaggiano da soli verso gli USa. Il romanzo di Luiselli è una mirabolante stratificazione, Ardone e più lineare, semplice, meno stratificata e metarifelssiva, ma tutt e due sono storie di separazione, di destino dilaniato, di un dolore inconsolabile, di una distanzache è come una voragine-confine.
E in entrambi, da lettori dobbiamo sempre essere consapevoli della Storia, dei suoi "millepiani " complessi che sono dietro, anche là dove non sono scritti.
Libro In ogni caso, da leggere.

sabato 28 settembre 2019

ANTONIO IOVANE "Il brigatista" (Minimumfax)





Al centro del romanzo c’è Jacopo Varega, terrorista delle BR arrestato – siamo alle prime pagine – sulla spiaggia di Castelporziano nel 1979 proprio durante I giorni del mitico Festival di Poesia. Varega è un uomo d’azione, ma nel partito armato c’è arrivato per un labirinto di ragioni interiori, in cui la poesia ogni tanto affiora come pensiero dell’Irriducibile, come del resto è il suo pensare ideologiche abbraccerà, così sarà lui stesso, o almeno così sembra.

Catturato, Riuscirà a fuggire e contatterà una giornalista, Ornella Gianca che ha filmato la scena del suo arresto per una tv privata. A lei vuole raccontare la sua storia, o meglio vuotare il sacco, perché Varega ha capito che qualcosa è andato storto, che c’è stata una rottura, forse di patto, un tradimento. Un infame. O forse no, forse è che tuttala storia è stata sbagliata.
La lunga confessione davanti alla telecamera permette a Varega – e a Iovane - di strutturare il racconto in capitoli, gli anni di piombo scanditi, quelli cruciali, che ripercorrono la sua evoluzione di rivoluzionario, da lavoratore in fabbrica a uomo col mitra. Intorno altri personaggi, coprotagonisti o comparse: Irene, rigida compagna di lotta armata, di cui Jacopo resterà vanamente innamorato fin dall’inizio e nonostante il sesso, lei sarà sempre un muro. Ci sono tra I terroristi evocati anche I veri appartenenti alle Br (Cagol, Curcio Franceschini ecc.) perché il romanzo innesta una storia di finzione ma verosimile incastrata nella storia vera, da Piazza fontana al rapimento Moro. Dall’altra parte ci sono I Carabinieri, il generale Dalla Chiesa e tra questi I personaggio inventati da Iovane, il Maresciallo Ivano Melis e Salvatore De rosa carabiniere che ci crede a quella lotta.   Intorno inoltre ci sono giornalisti, uno sceneggiatore, altri personaggi degli anni vivi della politica.   
Più che un affresco storico però nella storia di Jacopo Varega sarà in ballo la “questione privata”, perché come nel romanzo di Fenoglio sulla resistenza, la verità non sta tanto nell’epica di guerra e la retorica degli eroi, delle vittime e degli antieroi. 

Quel romanzo ci raccontava infatti di una complessa geometria tra le passioni amorose e la guerra, che del resto stanno alle spalle dell’epica italiana, molto più morbida e sensuale. L’Orlando Furioso, ad esempio, è più l’amore folle per Angelica che non la disfida coi Saracini.
Iovane si mette su questa scia ideale, fa balenare umanità in una storia che non ha nulla dell’epica positiva della Resistenza (nonostante I deliri di terroristi e fiancheggiatori)
La questione privata, dunque. (Io sono del 1965, Antonio del 1974. I dieci anni in più mi permettono di confermare che alla fine degli anni 70 alle manifestazioni si andava per sdegno per idealismo, pe stare con gli amici e per conoscere le ragazze o finalmente incontrare quella ragazza coi capelli rossi che).

 Jacopo Varega Entra nelle BR ci sta per qualche anno e poi ne esce, secondo un arco che avrà sempre a che fare anche con Irene, la sua ossessione. Del resto, è un romanzo, e la letteratura permette questa esplorazione dei labirinti personali. Iovane li mostra, ma certo la sua scelta è sicuramente a vantaggio dell’intreccio giallo (con doppio colpo di scena, tutto ben costruito) e meno tesa ad esplorare I labirinti interiori delle scelte di morte, “demoniache”, e poi le colpe, di ascendenza dostoevskiana.

La Storia italiana di questi dodici anni è già labirintica di suo, e Iovane la ripercorre la evoca, con il ritmo di una sceneggiatura – del resto il personaggio di Giulio Fornati, sceneggiatore di poliziotteschi anni 70, amante della giornalista Ornella, è lì a segnalarci l’altra parte della barricata della Storia, non quella dei fatti e dei documenti, ma lo storytelling da mitologia di massa.
Se degli anni 70 rischiamo di ricordare in modo selettivo, distratti anche dall’idea che – tanto per fare l’esempio più noto - quelli della banda della Magliana siano fighi come Favino e De Maria, è pur vero che non tutto si comprende dai soli documenti. Così Jacopo Varega che viene reclutato e recluta lui stesso a suon di frasi fatte ideologiche, nei non detti delle sue incertezze rivela invece che c’era qualcosa in più. Iovane lo accenna, forse se Varega avesse scritto poesie come Ungaretti durante la prima guerra mondiale avremmo avuto almeno un lampo di quella condizione esistenziale. Ma c’era? Esisteva una coscienza o sono io a immaginarla?


 Questo tratto – per me, che vorrei sempre scavare con lentezza nelle cose – è un punto nodale, se dovessi dire la mia, l’avrei preferito, nel romanzo, ma per altri invece l’equilibro tra la dimensione interiore accennata e poi il necessario svolgersi dei fatti, nell’intreccio storico-romanzesco (che va detto funziona molto bene, non c’è dubbio) per altri sono un pregio.
Mi rendo conto – qui la recensione diventa anche per me “questione privata” – che il fatto di esserci stato più o meno senziente in quegli anni, di aver sentito il piombo, l’odore e la cupezza delle pistole che sparavano, la pesantezza dei posti di blocco anche per noi che uscivamo a mangiare una pizza a San Lorenzo da pischelli, fa sì che a distanza io reputi un mistero, pari ai misteri processuali, ai “misteri d’Italia” il lato oscuro e personale del piombo.
Tanto oscuro tanto quanto le trame che stanno dietro quegli anni e che spiega non solo la scelta di morte, ma anche a scelta di tradimento. 

L’infamità, prima che nel meccanismo Legal thriller del romanzo di Iovane, è nei fatti. E allora, perché uccisero? Ma soprattutto, perché si vendettero I loro presunti ideali, seppur folli e da assassini, al migliore offerente? Perché non c’è dubbio che la storia abbia documentato come di infami (non solo pentiti, ma doppio-giochisti di alto livello) in tutta quella storia ce ne sono stati diversi.
Perché? l’infamia ha a che fare con quel torbido interiore e per me resta inspiegabile – e forse fa bene Iovane a non provarci neppure, nessuno a mio avviso c’è riuscito.
 Cosa ha spinto dei ragazzi di 22, 23, 25 anni a darsi alla macchia, a uccidere, a entrare in un giro criminale, arrivare fino all’incoscienza di rapire il presidente della DC e ucciderlo.
a volte penso sia l’esaltazione incosciente degli adolescenti. Eurialo e Niso giovani e incazzati. A volte c’è un senso di ebrezza della vendetta, ma di chi? Per cosa? Per quali ingiustizie subite, se la maggior parte erano bravi ragazzi di famiglie normali, spesso anche di buona famiglia, specie all’inizio (la generazione di Curcio, quello vero ma anche di Jacopo Varega )?
di quale rivoluzione parlavano se non lavoravano, e non erano direttamente interessati ai processi di sfruttamento del proletariato di cui si facevano difensori? C’è qualcosa che li ha trascinati, oltre l’ideologia?

“(..) pensavo: lo stiamo facendo davvero, le regole le facciamo noi. Il processo lo facciamo noi. Chi ha provato questa sensazione non può capire” dice Jacopo a un certo punto nel romanzo quando è alle sue prime azioni. Quel senso di erigersi a giusto tra i giusti è l’elemento chiave: “l’ebrezza di essere. rivoluzionari” dice ancora Varega, che somiglia forse a tutte le ebrezze giovanili, più di quanto non faccia pensare il marxismo di facciata: alla fine erano giovani “battelli ebri” anche loro come Rimbaud, erano pari a chi provava l’ebrezza delle droghe, l’ebrezza alcolica.
A quella presunzione di eternità ed estensione della gioventù come punto più distante dalla morte e più vicino all’invincibilità si colloca anche l’altro elemento quello di ritenersi oltre che giusti “gli eletti” I prescelti, legandosi alla lunga catena di arroganze rivoluzionarie che hanno costellato la storia moderna, dai giacobini al mov 5 stelle (che infatti con Beppe Grillo parlando di Giuseppe Conte ha rispolverato proprio la parola “eletto”). 

Del resto, la presunzione di rappresentare la perfezione rispetto all’idea, alla fede è propria di tutte le jihad, sia quella fondamentalista islamica come quella leninista. In realtà la storia è fatta anche da “gesti ridicoli”, come dice il giovane giornalista Galbiati, in un momento cruciale, anche lui al bivio di una scelta. Le coincidenze fortunose, per scelte individuali e private, sono speculari a quelle dei terroristi, ma in questo i personaggi tratteggiati da Iovane lo mettono in chiaro: la lotta è del singolo, come scrive il giudice Sozzi alla moglie, perché “ognuno deve assumersi le sue responsabilità” dirà il magistrato rapito, ma questa lezione civile è solo per alcuni, in un paese dove gli interessi sono privati e le colpe sempre pubbliche. Sia la retorica populista e collettivista, astratta dei brigatisti che quella paludosa e gassosa del sistema democristiano si fronteggiarono a partire da una mancanza di assunzione di responsabilità e scelta attiva dei singoli: lo fecero solo alcuni, chi cercò la verità come Galbiati o chi si batté per sconfiggere I terroristi, come Dalla Chiesa, in entrambi I casi – nel romanzo come nella realtà – finì male per loro. E a suo modo anche Varega…
Questa esposizione a dire “io” è una caratteristica che gli eroi, quelli veri perché sconfitti tragicamente, condividono con I poeti e in un secolo di totalitarismi reali e mascherati la loro sorte, di “parassiti” inetti, estranei, sarà sempre di sconfitti. Ben diverso dall’Io del narcisismo di massa e della sua illusione di vivere una singolarità della società consumista. Che è totalitaria quanto l’annullamento umano della prassi brigatista, una finta identità che rivela una misera di struttura anonima e quel narcisismo altrettanto invasivo e totalizzante. “Questi brigatisti non sono nessuno” è la condanna morale che pronuncia la vedova Melis, a chi non può guardare l’altro se non lo vede, se non vede anche quanto possa essere somigliante a chi guarda. MA senza le questioni personali, non c’è rivoluzione e a Irene è l’emblema, che aggredisce verbalmente Jacopo che le chiede “cosa siamo noi” risponde “che l’organizzazione viene prima delle questioni personali. In realtà tutto si gioca proprio nella questione privata, sia nella scelta che poi nel riconoscimento di responsabilità. La volontà di rivendicazione e quella del voler dire “io” come poeta, porta Varega come tanti brigatisti quegli anni, alla clandestinità e a cambiare e perdere il proprio nome. Sarà quello il contrappasso, l’esilio Il cambio nome e faccia, così che non solo chi lo riconoscerà, ma anche di fronte a quello specchio il narcisista sia condannato a dire: “quello non sono io” – ma pure guardandosi negli occhi Jacopo Varega saprebbe che la sua e dei suoi compagni d’arme è stata una storia di fantasmi. Più che come lo spettro del comunismo che s’aggirava in Europa, come il fantasma di un ‘epica che non c’è mai stata.


venerdì 6 settembre 2019

ANDREA TARABBIA "Madrigale senza suono" (Bollati Boringhieri)


Vorrei parlare del romanzo di Andrea Tarabbia (“Madrigale senza musica”, Bollati Bor.) passando però per una vicenda e una polemica di questi giorni. La presenza del film di Roman Polanski (“J’accuse”) alla mostra del cinema di Venezia e le polemiche della presidente e regista Martell, che non ha gradito la presenza del film per le vicende degli anni 70 che riguardano il regista e I suoi rapporti sessuali con una minorenne.
 L’accusa fatta dalla regista cilena: un regista che ha commesso un crimine  –in questo caso è lo specifico di un crimine sessuale, benché la vicenda processuale sia controversa – non può essere un regista degno di attenzione, di essere considerato, anzi va condannato ed espulso dalla Mostra, a prescindere da quale film faccia, dal risultato artistico del suo film (per estensione, della sua opera, vale per tutti gli artisti).
la restia poi si è scusata, ha modificato in parte il suo “j’accuse” (appunto).




La questione era esplosa con un velenoso articolo della rivista americana «Hollywood Reporter» che accusava il Festival di Venezia di essere «sordo» verso #MeToo e Time’sUp. Negli stati Uniti è ripresa l’accusa, quasi fino all’accanimento,  contro l’ottantaquattrenne regista accusato di violenza su una minorenne, Samantha Geimer, nel1977. Polanski è  ora dichiarata persona non grata a Hollywood con l’espulsione dall’Academy.
Un  caso giudiziario che la stessa vittima ha però detto più volte di considerare chiuso, eppure è stata presa a pretesto per parlare a VeneziA di altro – non SOLO DI Polanski ma del gender a Venezia, come se la presenza di Polanski fosse il segno di un mancato rispetto delle donne.

Lucrecia Martell, la regista presidente della regia ha detto una cosa che ci porterà poi al romanzo di Tarabbia: “Io non separo l’uomo dall’artista e credo che la sua presenza potrebbe causare un disagio anche se ho letto che la vittima si ritiene ormai soddisfatta, ed io non sono nessuno per sovrappormi alla sua volontà”.
 Mentre Barbera ha risposto che “un grande regista resta un grande regista (o artista ) quando è l’opera parlare per lui”.
Credo che Polanski  come uomo risponderà storicamente alla giustizia o alla società e alla storia ormai , ma resta un uomo capce di creare un ‘opera di valore e l’opera – proprio per quei processi mai chiari per cui ci si arriva da secoli – quasi non appartiene a lui pur appartenendogli.

Naturalmente non tutti fanno questo, tra gli artisti, ma questa è una delle opzioni che dobbiamo considerare- la autonomia dell’opera dall’artista-uomo  – proprio per conservare l’idea di una libertà e imprevedibilità del senso, delle coagulazioni semantiche, attraverso processi psichici che si riflettono poi nelle scelte di linguaggio facce dell’artista, che ovviamente trova il suo modo per riversare anche la sua biografia e il suo bios, la sua interiorità e le sue interiora, nell’opera, ma non necessariamente e non necessariamente in modo diretto e non tutto sotto suo controllo.

. Altrimenti posizione come quella della Martell si vanno ad accostare paradossalmente a posizione ideologiche che già hanno segnato il secolo – l’appartenenza ideologica degli artisti che ne ha segnato anche il destino biografico, fino alla morte.
La domanda però è anche più profonda – e ci avviciniamo a Gesualdo e al romanzo di Tarabbia - è questa: può un uomo colpevole di un reato anche brutale (la vicenda di Polanski ha sempre tuttavia ombre (quel per cui è stato condannato è di atto sessuale non lecito, non di violenza) essere un grande artista? Come ha detto il direttore della Mostra, Barbera “La storia dell’arte è piena di artisti che hanno commesso dei crimini. Lui resta uno degli ultimi grandi maestri del cinema”. Consentitemi una digressione che non riguarda solo la colpa, ma riguarda la confessione e l’io, nell’arte.

Qual è il rapporto tra un’opera d’arte e l’esperienza di vita di un artista? Tendenzialmente per millenni, gli artisti prevalentemente hanno usato miti, leggende o racconti della religione per significare di un’esperienza che potesse essere comune. Petrarca ha iniziato nel 300 a dire “io “ma come tanti altri, sappiamo come anche quella vissuta o spacciata per tale che fosse, era più allegoria che non testimonianza. Nonostante ciò, via Santo Agostino, l’umanesimo inaugura le epoche della confessione interiore, del tormento esistenziale e psicologico a partire da proprie colpe. Col romanzo del 700 e poi per tutto il XIX secolo, la realtà della vita, degli uomini colti nella loro realtà domina la scena. Gli artisti ci mettono molto del loro, ma spesso trasfigurato, come è normale che sia, perché prevale sempre il linguaggio dell’opera la sua allegoria, il suo senso metaforico. Flaubert dice che Bovary è lui stesso, ma ovviamente non sta confessando la sua storia matrimoniale - benché dietro Emma ci sia in particolare un grande amore di Flaubert. Poi tutto si fa più complesso con l’avvento della psicoanalisi, preceduta da romanzi-trattazione come quelli di Dostoevskij che tuttavia poco condivideva di molti suoi personaggi estremi – benché anche per lui il trauma personale dell’aver rischiato la morte in fucilazione lo abbia segnato per tutta la vita accendendone la sensibilità. Con Freud, le fantasie interiori sono anche la nostra realtà, il simbolo, proiezioni che diventano altra realtà, il sogno è materia biologica, è nel corpo dunque è reale. 
Per certi aspetti si torna all’antico: io sogno il mito, la mia visione non è necessariamente me, è altro da me – io è un altro. Per certi aspetti si torna al piano arcaico: l’artista che si fa interprete, traghettatore di senso, di significati con la sua opera, la sua capacità è questa, difficile dire quale sia il processo. Spesso grandissimi artisti erano incolori funzionari o impiegati – Stevens, Eliot, Pessoa. Spesso la esperienza biografica non ha nulla a che fare con l’opera, il testo. Certo ne è sempre autore il suo autore, che non fa solo il postino per qualcun altro, l’artista è depositario e proprietario del processo creativo di un’opera che non sempre è però testimonianza di ciò che ho vissuto e va letta in sé.
per questo credo abbia ragione Barbera, in questa vicenda. Ci sono casi clamorosi di veri e propri crimini brutali, commessi da grandi artisti.
A tutti viene in mente Caravaggio, e l’omicidio, ma c’è un’altra storia tragica e oscura, di sedici anni prima, quella di Gesualdo Principe di Venosa. Ed è proprio alla storia di questo compositore vissuto a cavallo del XVI e XVII secolo che racconta “Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia.

Gesualdo da Venosa, nobile napoletano di una delle casate all’epoca più potenti, imparentate anche con Carlo Borromeo, nel 1590 a Napoli uccide la moglie, la bellissima e amata Maria D’Avolos, sorpresa in adulterio con il duca Fabrizio Carafa, nel Palazzo che ora è noto come Palazzo di Sangro, del principe di San Severo. Fu un vero e proprio femminicidio se detto con la terminologia e la sensibilità di oggi, fu un atto dovuto ed eseguito secondo le regole del tempo, se ragioniamo con I codici anche d’onore, della nobiltà  dell’epoca – e tutto l’arbitrio che potevano avere (il principe non era nemmeno minimamente condannabile perché li sorprese assieme).
Resta ovviamente un duplice omicidio feroce che Gesualdo compì con la propria mano. Ma pure in qualche modo – poiché tutta Napoli ormai sapeva, obbligato in qualche modo dalle regole dell’onore del tempo.
La cosa sorprendente è che da lì, da quell’episodio che certo fu un trauma, E da lì, per lui culture dell’arte musicale, scaturì Gesualdo è però compositore di musica polifonica, di madrigali e musica sacra ed è considerato uno degli innovatori del linguaggio musicale del suo tempo, un genio. Smettiamo noi di ascoltare Gesualdo per questo? No. Anche se pure verso Gesualdo ci furono delle censure e proprio a Venezia e Tarabbia vi accenna.

Prima però dobbiamo dire che lo scrittore costruisce una doppia cornice per raccontare questa vicenda. Del “male” della ferocia, della violenza, Tarabbia si era già occupato, con romanzi che avevano scavato dentro altre storie reali, ma del più vicino fine ‘900, due storie a cavallo tra la fine della Unione Sovietica e la nuova Russia, la strage di Beslan e il cosiddetto mostro di Rostov, indagando nei labirinti interiori dei protagonisti di quelle vicende, facendo leva sulle ricostruzioni documentarie. Per LA vicenda di Gesualdo, Tarabbia invece ha costruito un pretesto, non solo cornice: Igor Stravinsky, a Napoli, acquista un libro antico e raro in cui un servitore di Gesualdo che da sempre lo segue come un ‘ombra e che forse è la sua ombra e la sua coscienza, narra la vicenda del padrone. Stravinsky che si era già innamorato da musicista della musica di Gesualdo, modernissima per la sua complessità di composizione, è spinto ancora di più a scrivere proprio leggendo il resoconto morboso del servitore Gioacchino, della vita del suo padrone, arrivando a comporre (ricomporre partendo dal metodo di Gesualdo ) un suo Monumentum, dei “madrigali senza voce” . 

Quell’opera fu eseguita a Venezia nel 1960, anche se – ed ecco la censura – il Cardinal Roncalli, il futuro Papa, quando seppe del programma del concerto non voleva concedere la basilica perché riteneva l’artista Gesualdo indegno per le sue colpe di uomo (mostrando ben poca attitudine al perdono, tra l’altro, dopo secoli).
Anche per Stravinsky esplode  la contraddizione. Ama Gesualdo, ma è inquieto per la storia che legge nella Cronaca di Gioacchino Ardytti.  Il compositore russo ha un’idea della musica come sequenze armoniche e matematiche, è un apollineo, la creazione non ha a che vedere con la vita, al tempo stesso è un uomo riservato, mite, borghese nelle sue abitudini. Tarabbia immagina che Stravinsky prenda degli appunti diaristici, durante la lettura del libro di Gioacchino e qui confessa il suo disagio di fronte a tanta violenza di Gesualdo, di come “orrore e bellezza convivono e si danno nutrimento uno  con l’altra” come gli aveva detto lo strano personaggio che lo persuase ad acquistare quel libro.
Stravinsky si chiede, pur essendo turbato dalla lettura grandguignol della scena dell’omicidio, se non abbia ragione chi dice che Gesualdo senza quell’atto non avrebbe composto poi I suoi madrigali. I suoi capolavori – scriveTarabbia-Stravinsky – “sono figli degli anni cupi” seguiti alla sua colpa e per lui apollineo, matematico, astratto nel suo avanguardismo, distaccato dalla passioni, “questo uomo cupo, pieno di angosce sciocche e colpe terribili” è un Dioniso, se si fa la domanda cruciale che è al dentro di questo libro e che si lega anche alle cose scritte prima per Polanski: un uomo così terribile, “come ha potuto costruire queste meraviglie, piccole cattedrali perfette di suoni?”. Gesualdo è in effetti, non solo per quell’atto ma per tuta la vita un uomo ombroso, rude, è un cacciatore. Il suo stesso palazzo in cui si rinchiuderà, a Gesualdo I paese che ancora oggi porta il suo nome in provincia di Avellino, per anni a scrivere con la seconda moglie ma tormentato e nevrotico, è dominato dal basso, da un livello subumano, il personaggio Ignazio, forse un figlio della colpa di Maria che Gesualdo fa rinchiudere forse un’invenzione di chi ha steso la cronaca, figura bestiale ed emblema di una cola feroce e bestiale. Eppure in quelle stanze, col peso di tutte queste angosce, prendono vita i libri dei Madrigali che sono una delle creazioni più sublimi dell’arte umana. Come è possibile?

Forse proprio perché l’uomo e l’artista si possono separare, foss’anche una schizofrenia, fosse una dissociazione psichica, ma di certo gli artisti nella creazione, hanno sempre lavorato anche sul versante della distruzione, della decostruzione, dello scarto dalla norma, in qualche modo una rottura dei limiti che era anche una rottura dei limiti interiori. E’ quello che fanno I due musicisti: innovano il loro linguaggio artistico, lavorando sulla tradizione che assorbono e tradiscono, violentano, smontano, ma sempre ne sono parte.
Se ci sono artisti che hanno commesso crimini atroci molti di più – ed è quasi un elemento canonico, banalizzato – molti artisti esercitano quella pulsione di morte delle forme, dei limiti, su loro stesso con auto distruttività, nei comportamenti, legata all’alcool, alle droghe. Altre volte sono l’eccentricità psichica, nel passato classificata come follia (pensiamo a Van Gogh).
In ogni caso il romanzo di Tarabbia – che andrebbe letto però preceduto oppure  seguito dall’ascolto sia dei Madrigali di Gesualdo che del Monumentum di Stravinsky – ci consente un’esplorazione di tutti questi temi, che seppure da una lato molto dotto, parlano anche al nostro presente come si vede. Il romanzo è un complesso di incastri meta referenziali: il romanzo nel romanzo, una biografia, per interposta persona che è una delle scatole metanarrative.
E C’è una stratificazione di piani, sia storico-estetici (il confronto tra Gesualdo e Stravinsky sul piano estetico, musicale) sia morale, conducendo un’indagine assai drammatizzata di cosa sia e possa essere una creatura, nel suo piano oltre umano. Ma sono tutti territori estremi, che collocati nel passato, consentono a Tarabbia un’indagine colta sul tema, affidando a Gioacchino il grandguignol e facendo glossare da Stravinsky le osservazioni più moderne, compresi I dubbi sull’autenticità del manoscritto. Ma quel che conta è l’estremo del linguaggio artistico e l’estremo di un’esperienza biografica dell’artista, come debbano ma soprattutto SE debbano essere legate.

venerdì 30 agosto 2019

"FUOCO AL CIELO" Viola Di Grado (Teseo)



La letteratura funziona come l’amore o come le radiazioni nucleari. C’è una energia invisibile e potente e a volte mortale. Dopo aver finito “Fuoco al cielo” di Viola Di Grado sono rimasto muto.
Le categorie del piacere estetico , normali concetti della critica, non mi sembravano adatte – o meglio lo erano e al tempo stesso, avevo bisogno di quell’ammutolire.
Una risposta afasica dopo la lettura di un romanzo, è già forse la giusta misura di quella che i critici francesi chiamavano con un eccesso di iperletterarietà il “corpo a corpo con la scrittura”.
 Nella storia e nella scrittura di Viola di Grado (d’ora in poi VDG) per questo libro (ma in un certo senso vale anche per gli altri) ho trovato l’ombra di una materia oscura, l’enigamtico per I fisici, il non ancora spiegabile, e credo sia il segno a-linguistico del fatto che la scrittura abbia colpito.

Non intrattiene, questo libro. Inchioda, semmai. Un romanzo che torce le concezioni, i parametri che abbiamo delle cose. Da questa forza, anche ctonia, minacciosa,  il lettore può trarre le emozioni. Di solito non è il miglior parametro (un libro che emoziona, come refrain più comune) perché un romanzo è un testo e tutto quello che si genera, certo anche una reazione emotiva, deve poter essere argomentato (se non dimostrato) da come funziona il testo.

VDG ha una delle scritture con il più alto tasso di forza stilistica, tra gli scrittori under40 che spesso abdicano anche per buoni libri, ad un medium linguistico che è lo stampo editoriale di questi anni, predominante, ma per fortuna non totalizzante.
La qualità dello stile di VDG viene da una capacità di scelta terminologica, da un dosaggio della sintassi, dei periodi, e anche naturalmente delle modulazioni, del montaggio della storia, scena per scena per dirla con linguaggio filmico.

Quei c’è qualcosa che però viene prima, come una sfida al linguaggio che viene proprio anche dal contenuto della storia narrata. Seguendola (tra poco ne accenno) il lettore (specie verso la fine) sarà portato in una zona interdetta del “tremendo”, nel lato irreale della Realtà, una realtà che ha in più i connotati documentari della Storia, pur essendone parte, perché VDG parte da una storia documentata, dell’URSS rtra gli anni 50 e il suo sfaldamento dei 90,
poi dà forma a una distorsione di realtà, una realtà aumentata dalla scrittura che fa emergere ombre, enigmi, sentire irriducibile che è “nel magma” per dirla con Mario Luzi . E’ lo spiazzamento, lo scarto dall’umano, ma anche la sfida all’inesprimibile dei poeti.
Essa stessa, la realtà, narrata, la storia  (ora capirete perché se non avete letto) è un “luogo che non è sulla mappa” del nostro linguaggio. Parole per dirla, mancano, come manca la “città segreta” che è la cornice-ma- protagonista di questo romanzo.

Nel romanzo precedente (Bambini di ferro) certe dinamiche dell’oggi, certi nodi del nostro tempo che VDG affronta  – l’incrocio tra maternità e tecnologia nella procreazione, l’estrema trasformazione dell’ambiente per un disastro sempre causato dall’uomo, il sopravvivere di un pensiero ancestrale e di un istinto della natura, dentro la praxis moderna – erano collocati in un futuro non distante ( l’anno -26 di questo nuovo secolo o del prossimo, chissà).

La storia di “Fuoco al cielo” come detto è invece volta nel passato,  riprende anche alcuni di quei temi – ambiente, nel senso più lato del termine, e maternità su tutti -  collocandoli dentro la vicenda realmente accaduta in Russia, nel trapasso del crollo post-URSS, nel villaggio di Muslijumovo, nei dintorni di una delle decine di ZATO sovietiche, nome in codice delle cosiddette  “città segrete”, perché non registrate sulle mappe, sede di programmi di sperimentazione nucleare, iniziati negli anni ’50 e che causarono una serie di incidenti, taciuti al mondo e alla popolazione locale, che visse circondata da radioattività. A Msulijmovo abitando, oltretutto, vicino ad un fiume in cui furono sversate tonnellate di scorie nucleari.

.  Qui proprio in quegli anni ‘50 è nata e vive Tamara (Tamara Vasil’evna Prosvirina, realmente esistita a cui il libro è dedicato) e a Muslijumovo all’inizio degli anni 90 va a vivere per sua scelta, Vladimir. Tamara è insegnante, in qualche modo è abituata, svelato il segreto dell’area radioattiva in cui sono cresciuti, quel luogo poi riammesso alle mappe col suo cancro inestirpabile, è abituata a dimenticare e al tempo stesso sa che non può che considerare la propria vita come qualcosa che brucia e brucerà, si consuma, si contamina. Anche la sua depense erotica, notturna, nei locali,  in qualche modo ne è parte. Di giorno Insegna a bambini,  ma per loro, come fu in passato per lei all’orfanotrofio, essite solo una verità intima di morte, con loro dalla nascita. Vladimir è infermiere, è idealista, ma anche pieno del suo sogno di aiutare gli altri, quasi come volontà di sfidare sé stesso.

Tra I due nasce una passione amorosa, erotica, piena ma asfissiante, nevrotica assoluta. Assoluta perché segnata da un binario morto, la loro possibilità di estendersi in una procreazione è negata. Lo sarà, dagli eventi, lo era già,  dalla storia biologica che ne segna il destino. Tamara è cresciuta contaminata,  è depositaria sia una consapevolezza tragica di una storia svuotata, scavata nel corpo quella impossibilità, fin dall’infanzia in orfanotrofio, le torture per ridurre le tracce di stronzio.
Valdimir no, viene da fuori quella città in cui abitano i  vivi come fossero morti e morti che continuano ad essere vivi.
Tamara è dunque l’urlo – che per noi lettori si blocca in gola – tragico che si ribella all’impossibile. Tamara abita la sua “ferita speciale” d’essere una bambina atomica, il suo sacrificio, il cuore cavo della grande storia di cui portava da innocente il peso o il segno. In qualche modo “Fuoco al cielo” ha il segno del tragico greco, il fato qui è l’irreversibile della contaminazione.
Una storia che aliena, che rende automi, che costringe Valdimr a passare dal sogn di aiutare gli altri a farsi compilatore di fascicoli “la sua specialità è annunciare la fine della vita” nell’universo disumanizzato del totalitarismo.
Il romanzo ci accompagna in questa geografia di terre estreme, fino al punto di non esistere luoghi di  sentimenti estremi in cui la sopravvivenza è di fatto un vivere oltre la morte (“ I morti non vanno mai via da Muslijumovo”) e VDG trova nei luoghi oscuri del 900 materia più inquietante che in tanti romanzi di fantascienza 8ma I migliori del 900, da Dick a Pynchon, da quel 900 trassero ispirazione).

Per questo “Fuoco al cielo” si legge a più livelli,  vicenda di Tamara, romanzata,  il romanzo storico, realista, ma pure l’avventura distopica, futuribile.
L’elemento agghiacciante, che scardina tute le categorie è propria l’allucinante vita di questi microcosmi fantasma ,definito poi nel dettaglio attraverso la penetrazione psichica dei personaggi protagonisti.

Conoscevamo sentimenti estremi dell’umano che scivola nella deriva della disumanità, dal passato e da libri – per restare in ambito sovietico -  come “I racconti della Kolyma” di Salamov o “Vita e destino” di Grossman, come pure Arcipelago Gulag di Solzenicyn. Qui VDG prende quella materia storica che apaprtiene allo stesso universo storico (lo stalinismo)  e la tratta diversamente  (ricordiamo anche, per venire alla materia atomica ma più recente,  le testimonianze di “preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievic) facendo precipitare il nucleo dell’Eros e della maternità vissuto da Tamara  come l’enigma con cui ancora oggi tutti ci misuriamo, ma impastati dentro quell’incubo atomico, come se fossero anche essi frutti di un disastro. Lo sfondo storico e ambientale duro, non è solo un fondo, è anche la collocazione di un destino di coppia che non riesce a compiere il proprio destino, non riesce a comunicare (è un' afasia continua) né a procreare. Sono dentro un destino globale, perché quello che accade nella  città  segreta non riguarda solo il senso di possibilità di Tamara e Vladimir ma in qualche modo potrebbe riguardare tutti I destini, I destini di noi tutti. IN questo senso VDG non va a collocarsi ovviamente dentro quella tradizione russa,ma usa questa storia puntando all’essenziale dei nostri tempi,  da autrice  poco più che trentenne, del XXIsecolo, autrice nata l’anno dopo Cernobyl, in Sicilia, legata tanto alla sua terra quanto a Londra o al Giappone in cui ha vissuto, insomma un’autrice più che italiana, autrice globale come tante altre figure della letteratura contemporanea.

Fuoco al cielo è la storia di chi vive prossimo al “tremendo” che prende forma nell’invisibile del male, ma diversamente dal Male assoluto (per dirla con il titolo del libro di Pietro Citati) che angosciava Da Dostoevskij a Kafka o Camus, ecc, qui il Male è invsibile e reale, è aria e pneuma, e quel  “qualcosa di terribile” che è accaduto nella città segreta e  che segnerà anime e corpi per sempre enessun tormento interiore poteva scacciarlo, , nessun senso di colpa, nessuna purificazione, se non forse la follia o la morte Noi lo sappiamo, oggi, ma seguiamo i protagonisti dilaniati dal non sapete , bruciati dalla sofferenza.
 Una storia di maternità impossibile e che pure proverà a essere tale , ostinata e mostruosa oltre quell’impossibilità, piegando la vicenda ai confini del fantastico – ma in quel non-luogo il fantastico è l’irrealtà del reale, quindi tutto si confonde. La asciuttezza, la sintassi incalzante, veloce, senza concedere a facili espressionismi o effetti emotivi, rende tuttavia al meglio nella prosa questo processo di ammutolimento che di per sé ovviamente sarebbe la negazione della letteratura.
 Ben ha fatto VDG a tenere vicino alla cosa, nello stile, con un levare, con un asciugare, una prosa d’acciaio lucida e lineare, fino alla brutalità,

Maternità tremenda e storia d’amore, di quando l’amore supera i confini del visibile e del logos-e di ogni suo Possibile “discorso amoroso” anche il più eccessivo, quasi che la negazione dell’ impossibile  possa essere il solo modo di poter vivere sia l’amore che la maternità, che però non possono più avere questi nomi, non corrisponderebbero a ciò che si trova a vivere soprattutto Tamara.
Amore che non ha più nomi E sconfina nel non-dicibile. Ammutolisce.

CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo

 Ho letto “L’invenzione del colore” di Christian Raimo pubblicato da LA Nave di Teseo” e l’ho trovato molto bello.  Conoscendo solo la figu...