mercoledì 16 settembre 2015

"SCIAMI"





    
 SCIAMI
Mario De Santis
               
    
   


LA NOTTE FUORI

                                                   ( a margine di: Christian Boltanski,
                                                               “Les abbonès du telèphone, 2000, installazione)



E’ nel muro di calce viva la telecamera che sgrana
volti e luci in cui rifletto e vivo, in cui sconfino:
è un panorama bianco di feste all’improvviso,
 di bar, di frenesia con la città d ‘estate
che si circonda di incendi periferici.
Le conseguenze mai capite di una vita
che si allontana, Come una fuga senza inseguitori,
sta nella pace dei ritratti  conservati negli archivi
di controllo: malcerti nello sguardo,
e senza febbre, pallidi,
lì durano per essere dimenticati e solo lì
noi siamo in quello che rimane.
Ed è’ su questo muro Illuminato che mi fermo,
stretto dal suo calore postumo, la sera.
Divento anch’io di fumo e d’ ombra moltiplicata,
un taglio di fotogrammi. Tutte queste vene scollegate,
come un museo di elenchi telefonici, la folla unita
in una mappa casuale 
che non trattiene un solo nome: 
i sogni pure sono lasciati al vago ormai
e se ascolto il mio, so che è l’assurdo mormorìo
che viene dal fondo della via, 
dalla porta appena schiusa 
dell ’uscita d’emergenza.











LA NOTTE DENTRO




                                                         ( a margine di : Steve Mc Queen *Western Deep (2002), video)



Per questa notte le notizie non ci sono.
Restano le serrature, le camere blindate,
l’orizzonte che si cancella con la luce.
volano via le automobili attraverso sciami
di uomini che non parlano nel buio;
lasciano sonno, carezze, incanto,
tamburi e una malìa:
precipita nel giorno la verticale di un sogno,
calare nel profondo con i minatori di Tautona
nel teatro di luce incenerita
e tutte le distanze appaiono ridicole, violate.
Sento la paranoia dei cani da ispezione
rompere la pelle alla città, farne l’ assedio
Oro nel cielo al rovescio
dove c’è spazio soltanto per i corpi;
e nel soprassalto senza fuga dell’arrivo in basso,
tutto si dimentica, scavare è tempo che frana nel cristallo
fino all’ora in cui dall’alto ci chiamano di nuovo
a fine turno: tornare indietro uscire che è già notte
la nostra luce è solo quella divorata
nell’ora d’ombra che non mi tiene sveglio
che più di tutte adoro.








SARAJEVO, SECOLO



    per Adriano Sofri  e Erri De Luca, testimoni                                        12 Ottobre 1992 -2012







1.

Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l’oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
per oggi l’urto di pressione provocherà maltempo,
mentre la terra si ritrae
costretta nel mirino. di là c’è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C’è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dei Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
domani che sarà?
La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, 
domani che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d’acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà .








2.


Come nulla si vede guardando nei tombini
aperti, così cade la vista verso il vuoto,
fuori-campo; sulla cartina Sarajevo è già l’oriente
muto, ma l’emergenza ha invece un suono,
del mondo-shock e inciso obliquo ha tutto
il farfallìo di piccoli bracieri, la fede in nulla
che sia lontano dalla strada e a questo brivido
si arrende; e nella piazza vuota al cielo
lo sguardo asciutto, lontano dai suoi liquidi, dal corpo,
dalle geminazioni e già-marcite
provviste quotidiane, il tempo è solo orario
e va da un’alba all’altra, uguale.
Guardo luci a intervalli e penso al viaggio
quello migliore, quello di sola andata
ma dalla fontana stavolta si ritorna.


















MILANO, SECOLO




1.

Quasi a quest’ora tutti i giorni
il sogno di Milano si fa smalto
atroce ed isolato. Qui l’acqua era la forma
del futuro annunciato e irripetibile;
e ancora, tuttavia, c’è un salto più assoluto
nei vuoti formati tra file di piccioni
inermi e neri: tra loro spettri degli assenti
ad armare quadrilateri, fortezze in polvere
dissoluzioni ostili. E la piazza così muore perfetta
piena ed invisibile, col sangue a trattenere un nome.
Tra lo squilibrio del coma e il grembo nasce adorazione
per chi non sarà mai. Resta quest’ora presente,
un sentenza che somma le pozze della pioggia
a gemme d’ansia. Qui prende forma la patria
che ha solo presente e non sarà
che questo vago orientamento. Da qui, nessuno
dopo noi, da qui la nostra corsa salta l’ ombra,
si chiude ogni immediata lievità.
la storia diventa in un istante dubbio
e qui si vedono di noi
quei volti di vertigine, aperti all’ aria opaca
che non avranno somiglianze.





2.


La distanza tra me e una coppia di cinesi
è la minima innocenza che adesso chiede il mondo.
Loro che hanno fame di abitare
io invece mi perdo nella sosta, la pausa della noia.
Loro chiudono in corpo un amore senza accordi
ma con passi di precisione studiano le mappe
invece io sono immondo e illusionista
dimentico dell’afasia, dei giorni che mi aspetto;
loro al telefono cercando un posto dove stare;
ed io, che sarò quello che perdo il mio, sto via dalla mia vista.


                                                                                                  ( Milano, piazza Gramsci )







3.


Faccio la somma dei tuoi volti
che ho visto e che saranno;
immagino la crudeltà delle tue rughe
il punto viola che si scolla come un’ombra
da me. Prima di entrare con il treno
nell’acqua che cade su Milano,
dentro la pianura il sole era terribile
piatto e disposto alla sua morte
perfetta per una luce che viene da terra.
Non conoscevo ancora il tuo respiro
nella notte, così nell’ acqua
piovana sta musica che invade
il peso del mio corpo che cede nel tuo odore.
Voglio che il cielo resti la divisione
tra noi infinita, mentre cammino oltre Bovisa,
fermo all’angolo di un muro qui dove sono cade
quel niente che ritorna, passi segreti
quelli che mi riportano da te,
un vago oriente: per sempre tutto mi dividerà
da tutto, adesso,
perché nel momento che ho saputo
ho smesso di sapere.















                                       parte di un libro in uscita per "Ladolfi Editore"
                                                     autunno 2015

                                            già pubblicato per le edizioni d'arte 
                                               di Tiziana Cera Rosco
                                                  cuoreinverso          
                                                    settimo titolo     
                                       finito di stampare nella sera del 22 gennaio 2014
                                                       
                                                  

giovedì 30 luglio 2015

GENERAZIONE. un titolo, un'idea, un'ossessione. un viaggio a piedi. un nonno. un secolo.

Domani  parto per il Carso, con zaino e niente altro, a piedi. 
Sulle tracce di mio nonno Mariano di cui ho trovato il foglio matricolare della sua ri-chiamata alle armi nel 1915. Fu subito spedito il 24 maggio sul Monte Nero poi sulle Dolomiti, alle Pale di San Martino. Poi ho scoperto che il nonno così mite poi, ma forse anche un po' reso tale da quell'esperienza, era in realtà nel 1917 caporale nel 215 fanteria, della Brigata Tevere, che mi risulta essere era un reparto di Arditi. Chi l'avrebbe detto. Chissà com'era. cerco di immaginarmelo, io che l'ho visto sempre solo anziano, col bastone - aveva 24 anni nel '15, era analfabeta.
Lo vedo attraverso il ricordo di una foto che non so più dove sia, che vedevo da bambino, col baffo che ha sempre portato, in tiro in divisa e la croce di Vittorio Veneto. Almeno uno in famiglia che la Storia l'ha fatta c'è.
Vado verso il "Dosso Faiti" in Slovenia, dove nell'ottobre del 1917 fu combattuta una sanguinosa battaglia per conquistare una sorta di "collina del disonore" all'italiana. Morirono migliaia di soldati per conquistare un dosso di 400 metri, a metà ottobre. Mio nonno fu fatto prigioniero il 7 ottobre.
il 24 ottobre gli austriaci sfondarono poco sopra, a nord, a Kobarid, che noi conosciamo come Caporetto.
Nonno Mariano fu liberato il 4 novembre 1918. Rimandato ai reparti, in una condizione che so - non per racconto diretto, purtroppo, immagino solo la sua sofferenza e il suo groppo, nel dirle, ma da letture di libri sull'argomento - pessime e con l'onta della prigionia avvelenata da quel bastardo del Generale Cadorna, che fu un totale incapace al Comando Supremo delle Forze Italiane ma diede la colpa ai soldati. Solita storia italiana.


A causa di questo, dovette stare sotto le armi ancora fino al 1919, nonostante la guerra fosse finita. Era in una caserma di Roma. ma nel 1919 essere a Roma era come essere in un altro paese. Poi era analfabeta appunto e per tutti quattro anni me lo immagino senza poter comunicare o far sapere in nessun modo a casa di come stesse e se fosse vivo o no.. Provo ad immaginare , ma è inimmaginabile per noi che siamo "sempre connessi"..
Fu mandato in congedo definitivo il 16 agosto 1919. Al paesello suo, Rocca di Mezzo, che è quello dove è sepolto, insieme ai miei, quella mattina del 16 agosto le campane suonavano perché era la festa del patrono di San Rocco.
Chissà se nonno è arrivato in tempo per mettersi a tavola. Dal giorno dopo lo ri-aspettavano i campi, e una ragazza agli occhi celesti di dieci anni più giovane, Antonia - e una storia di generazione, che ancora dura nella mia.
buona estate.
Torno su Facebook anche io il 16 agosto, giusto in tempo per San Rocco.



giovedì 7 maggio 2015

Per questo senza vivere, tutto parla
come i fogli di montaggio dei mobili
con dei vaghi disegni perentori: perché inutili i nomi
secchi, che esistono solo nell’ arredo, fanno le capsule comuni
del riconoscersi, ma senza mai vedere come è uno nell’altra.

Come è improbabile, mia amica, il congedo
in questo svegliarsi in un giorno e averlo già vissuto:
si moltiplica il formicolio delle mani appena invadiamo
i viali al mattino, come le braccia sollevate in un bus
tutti quelli che hanno in silenzio lo stesso
divano, il lavello, l’armadio, non lo chiamano più
per quel nome, c’è il panico delle cose comuni.

Era il fulmine a dare l’enigma,  ora è il calore che combacia
la mano che si aggrappa vicina alla mia mano
la vita che sta tra il capo chino e il vapore che siamo.
Come fare un lavoro, come scrivere addio:
nessun atto è più urgente se tutto è solo immediato
e si ripetono solo le attese disperate: chi è muto
chi ha perso le chiavi o un paese e sta fermo come una farfalla
sull’epidemia di carezze illuminate.

Chi ha affogato dolore sbarcando nel suo vuoto.
Loro in ombre come noi, sono lo sbuffo cupo
dalle grate vicine al marciapiede, dalle crepe, nei volti,
un sottofondo.
Noi non lasciamo più orme, qui c’è il catrame appena messo,
ma da dove parlano quelle  è un tumulto, una tosse di veleni:
vanno a grappoli dal Sahara al carbonio,
a condividere assenti e presenti,
una mattina di malesseri, il disgusto, il sale  nei cappotti
 dove c'è vomito, e dire no, e non e non voltarsi, e nessuno
essere soli, toccare davvero. Abbiamo un giorno da riempire,
come le ragazze dell’amore, minacce e desideri.

Lo dimentichiamo,  amica mia,
non vedi che è solo fluorescenza come me, come te,  non ci  vedi
scomposti e ricomposti  in una replica a sera, nei ritorni dal lavoro?
Siedi ora sul divano e guardi l’alone dei led
Senti questo giorno sognato come l’ultimo, come incerto
             materiale di una veglia, corollario, testamento, e credi finirà?



lunedì 30 marzo 2015

SCIAMI








    
 SCIAMI
Mario De Santis
               
    
   


LA NOTTE FUORI

                                                   ( a margine di: Christian Boltanski,
                                                               “Les abbonès du telèphone, 2000, installazione)



E’ nel muro di calce viva la telecamera che sgrana
volti e luci in cui rifletto e vivo, in cui sconfino:
è un panorama bianco di feste all’improvviso,
 di bar, di frenesia con la città d ‘estate
che si circonda di incendi periferici.
Le conseguenze mai capite di una vita
che si allontana, Come una fuga senza inseguitori,
sta nella pace dei ritratti  conservati negli archivi
di controllo: malcerti nello sguardo,
e senza febbre, pallidi,
lì durano per essere dimenticati e solo lì
noi siamo in quello che rimane.
Ed è’ su questo muro Illuminato che mi fermo,
stretto dal suo calore postumo, la sera.
Divento anch’io di fumo e d’ ombra moltiplicata,
un taglio di fotogrammi. Tutte queste vene scollegate,
come un museo di elenchi telefonici, la folla unita
in una mappa casuale 
che non trattiene un solo nome: 
i sogni pure sono lasciati al vago ormai
e se ascolto il mio, so che è l’assurdo mormorìo
che viene dal fondo della via, 
dalla porta appena schiusa 
dell ’uscita d’emergenza.











LA NOTTE DENTRO




                                                         ( a margine di : Steve Mc Queen *Western Deep (2002), video)



Per questa notte le notizie non ci sono.
Restano le serrature, le camere blindate,
l’orizzonte che si cancella con la luce.
volano via le automobili attraverso sciami
di uomini che non parlano nel buio;
lasciano sonno, carezze, incanto,
tamburi e una malìa:
precipita nel giorno la verticale di un sogno,
calare nel profondo con i minatori di Tautona
nel teatro di luce incenerita
e tutte le distanze appaiono ridicole, violate.
Sento la paranoia dei cani da ispezione
rompere la pelle alla città, farne l’ assedio
Oro nel cielo al rovescio
dove c’è spazio soltanto per i corpi;
e nel soprassalto senza fuga dell’arrivo in basso,
tutto si dimentica, scavare è tempo che frana nel cristallo
fino all’ora in cui dall’alto ci chiamano di nuovo
a fine turno: tornare indietro uscire che è già notte
la nostra luce è solo quella divorata
nell’ora d’ombra che non mi tiene sveglio
che più di tutte adoro.








SARAJEVO, SECOLO



    per Adriano Sofri  e Erri De Luca, testimoni                                        12 Ottobre 1992 -2012







1.

Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l’oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
per oggi l’urto di pressione provocherà maltempo,
mentre la terra si ritrae
costretta nel mirino. di là c’è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C’è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dei Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
domani che sarà?
La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, 
domani che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d’acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà .








2.


Come nulla si vede guardando nei tombini
aperti, così cade la vista verso il vuoto,
fuori-campo; sulla cartina Sarajevo è già l’oriente
muto, ma l’emergenza ha invece un suono,
del mondo-shock e inciso obliquo ha tutto
il farfallìo di piccoli bracieri, la fede in nulla
che sia lontano dalla strada e a questo brivido
si arrende; e nella piazza vuota al cielo
lo sguardo asciutto, lontano dai suoi liquidi, dal corpo,
dalle geminazioni e già-marcite
provviste quotidiane, il tempo è solo orario
e va da un’alba all’altra, uguale.
Guardo luci a intervalli e penso al viaggio
quello migliore, quello di sola andata
ma dalla fontana stavolta si ritorna.


















MILANO, SECOLO




1.

Quasi a quest’ora tutti i giorni
il sogno di Milano si fa smalto
atroce ed isolato. Qui l’acqua era la forma
del futuro annunciato e irripetibile;
e ancora, tuttavia, c’è un salto più assoluto
nei vuoti formati tra file di piccioni
inermi e neri: tra loro spettri degli assenti
ad armare quadrilateri, fortezze in polvere
dissoluzioni ostili. E la piazza così muore perfetta
piena ed invisibile, col sangue a trattenere un nome.
Tra lo squilibrio del coma e il grembo nasce adorazione
per chi non sarà mai. Resta quest’ora presente,
un sentenza che somma le pozze della pioggia
a gemme d’ansia. Qui prende forma la patria
che ha solo presente e non sarà
che questo vago orientamento. Da qui, nessuno
dopo noi, da qui la nostra corsa salta l’ ombra,
si chiude ogni immediata lievità.
la storia diventa in un istante dubbio
e qui si vedono di noi
quei volti di vertigine, aperti all’ aria opaca
che non avranno somiglianze.





2.


La distanza tra me e una coppia di cinesi
è la minima innocenza che adesso chiede il mondo.
Loro che hanno fame di abitare
io invece mi perdo nella sosta, la pausa della noia.
Loro chiudono in corpo un amore senza accordi
ma con passi di precisione studiano le mappe
invece io sono immondo e illusionista
dimentico dell’afasia, dei giorni che mi aspetto;
loro al telefono cercando un posto dove stare;
ed io, che sarò quello che perdo il mio, sto via dalla mia vista.


                                                                                                  ( Milano, piazza Gramsci )







3.


Faccio la somma dei tuoi volti
che ho visto e che saranno;
immagino la crudeltà delle tue rughe
il punto viola che si scolla come un’ombra
da me. Prima di entrare con il treno
nell’acqua che cade su Milano,
dentro la pianura il sole era terribile
piatto e disposto alla sua morte
perfetta per una luce che viene da terra.
Non conoscevo ancora il tuo respiro
nella notte, così nell’ acqua
piovana sta musica che invade
il peso del mio corpo che cede nel tuo odore.
Voglio che il cielo resti la divisione
tra noi infinita, mentre cammino oltre Bovisa,
fermo all’angolo di un muro qui dove sono cade
quel niente che ritorna, passi segreti
quelli che mi riportano da te,
un vago oriente: per sempre tutto mi dividerà
da tutto, adesso,
perché nel momento che ho saputo
ho smesso di sapere.





















                                            già pubblicato per le edizioni d'arte 
                                         di Tiziana Cera Rosco
                                                  cuoreinverso          
                                             settimo titolo     
                 finito di stampare nella sera del 22 gennaio 2014
                                                       
                                                  

CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo

 Ho letto “L’invenzione del colore” di Christian Raimo pubblicato da LA Nave di Teseo” e l’ho trovato molto bello.  Conoscendo solo la figu...