Ho letto “L’invenzione del colore” di Christian Raimo pubblicato da LA Nave di Teseo” e l’ho trovato molto bello.
Conoscendo solo la figura pubblica di Raimo – e meno quella letteraria – mi ha
sorpreso trovare un intreccio di storia privata e storia pubblica in cui, in
quell’equivalenza che storicamente riassumiamo con “il privato è politico” qui il primo elemento di questo binomio è
sviluppato in modo più labirintico, di scavo e invenzione in modo forse più
ampio del secondo, quello storico, pur importantissimo.
Starei per dire con una battuta - che
richiama la frase scelta dall’editore per la quarta di copertina (“Che fine fa
l’amore che proviamo”) che in questo romanzo “il PROVATO è politico”.
Nel senso
che il protagonista del libro (Christain-personaggio molto aderente alla figura
di Raimo-autore in un romanzo in cui avverte la nota nel colophon, “si mescolano
elementi reali con altri di pura fantasia e invenzione”) insegue con una certa
testarda ostinazione, che però è uno slancio sincero e disperato, sia le
proprie emozioni, cercando di decrittarle, sia soprattutto i pensieri del padre,
la figura al centro del romanzo.
O meglio, il suo fantasma, perché il padre è morto dieci anni prima, di tumore,
rapidamente, lasciando un trauma nel Raimo-personaggio e oggi gli torna nei
sogni, prepotente e enigmatico e così Il protagonista decide di iniziare una
ricerca sul padre, per capire quel che non aveva capito quando era vivo, e che
sarà anche una ricerca sull’epoca. E’ un romanzo sulla genealogia del ‘900,
forse l’ultima per generazione interamente tale. E’ anche un romanzo su un
“amore difficile” quello di Christian per la transfemminista Gadda, al tempo di
ruoli, schemi, messe in discussioni delle biologie, delle identità
maschile-femminile – anche se è una storia amore che si rivela più semplice di
quanto tutti e due la fanno, alla fine della fiera (specie lei, che in fondo
forse avrebbe voluto un fidanzato amorevole e presente e non un disperato
orfano). La storia d’amore non ha sviluppo, destinate come quasi tutte le store
di coppia oggi ad essere storie amputate, chiusa da una lettera-manifesto di
tutte le contraddizioni possibili, scritta da Gadda (lei, non Carlo Emilio).
E’ anche un romanzo di fede, che forse è
più ostinata dell’illuminismo incalzante del protagonista instancabile
chiarificatore a sé stesso – anche se poi sia la parte di indagine sul padre
che l’amore, sono soggette a una deriva di soprese, di questioni sospese, di
tante domande, di tanti ragionamenti che non sono mai sintesi, ma vivono in una
dimensione molecolare di momenti, una moltitudine di momenti e stati d’animo.
Il romanzo è costruito su un asse verticale-passato (il padre, l’indagine sulla
genealogia, la storia, il 900, la Technicolor, la fabbrica del colore
cinematografico che ha rivoluzionato il cinema) un asse orizzontale e
dualistico nel rapporto Christian-Protagonista e Gadda, che è un duello con una
figura che lo incalza, lo costringe a scoprirsi, a esporsi, e per certi versi a
vivere, sebbene il guscio interiore della “ricerca” del Raimo-personaggio lo
porti dentro un perdersi in sé stesso.
Ma non è l’asse principale, perché si interrompe, per andare verso la fine, sul
terzo ramo, sempre verticale-ma-futuro, dominato da un “virgilio” ragazzo
Paolo, alunno ribelle, diciamo anche un po’ alunno ideale per un prof come il Raimo-autore, sempre a cavallo tra
volere la scuola e abolire la scuola. In ogni modo sarà l’alunno squinternato,
intelligente e bizzarro imprevedibile, che guiderà il pesante boomer-prof verso la deriva finale, alla ricerca anche
mistica (e religiosa, esplicitamente a suon di citazioni evangeliche) di questo
padre – che Christian-protagonista in una specie di delirio stile Apocalypse
Now, immagina vivo, in una località segreta, che magari però è solo un aldilà lisergico come quello in cui
vive Kurz-Brando
In realtà il padre è morto, non c’era mistero se non il mistero della morte, che resta sempre a farci la domanda
della quarta: “Che fine fa l’amore che proviamo?” anche se una domanda di fondo
è pure “in che modo quello che proviamo influenza la Storia che volevamo cambiare?”
e anche: in che modo ostacola il cambiamento o lo fa andare in direzioni
diverse da quelle sperate in teoria?.
Quello che più mi è piaciuto è che Raimo nella scrittura letteraria sembra
finalmente fare quel che Paolo urla al Christian-personaggio, di lasciar andare
il peso, così come Gadda nella mail che gli scrive, in un momento drammatico, e
gli rimprovera quel che non ha fatto: che avrebbe dovuto accettare di lasciar
accadere le cose, quello che fanno le
persone con un corpo: odiare, come amare, come stare insieme (esserci con quel
corpo, ma non solo con il corpo, ma certo mai senza il corpo). Accetta che si
viva, accetta che si muoia.
E’ la scrittura qui che sblocca il
passaggio tra le dimensioni, nel suo mormorio inesauribile di “sentire” ed
“essere” “ lo direbbe Antonio Damasio – il corpo della vituperata anche per
certa critica ideologica, “emozione”.
Lo fa soprattutto ritrovando il corpo nel corpo del padre morente, alla fine
del romanzo. Ma non lasciato nella sua solitudine.
C’è una frase che scrive a un certo punto Raimo dopo aver narrato nel dettaglio
(ma pure dopo essersi posto mentre narra il tema di “come si racconta la
malattia” facendo un’esagerata operazione metaletteraria)
la frase è “non ho mai parlato tanto di un corpo in vita
mia” (che alla fine è quello che resta senza starsi a fare troppe menate
meta-narrative).
Ed è una frase che per suggestione sintattica mi fa venire la frase in versi
spezzati di Ungaretti alla fine di “Veglia” – la poesia in cui passa una notte
a fianco del compagno morto e che fa: “Non sono mai stato / tanto /attaccato
alla vita” – con una rivelazione di aderenza alla vita, all’esserci, proprio come
Christian-personaggio in quel rapporto con il corpo morente del padre, in cui
c’è più verità che non nel pur necessario confronto con il fantasma paterno,
come facciamo tutti noi figli-amleto (maschi)
Se ogni storia è storia di fantasmi, lo è anche la Storia forse e questo è il
pregio di un romanzo così, che ci fa certamente rileggere anche il ‘900 per
come è stato nella sua dimensione collettiva, intrecciando l’emancipazione
della genealogia-Raimo (da contadini e pastori tra Abbruzzo e Marche, al padre
del protagonista che si laure, che lavora in una fabbrica che farà “la
rivoluzione” nel cinema (con tanti paradossi, anche politici, perché certo il
cinema è anche arte ma pure industria culturale, persuasione immaginaria ecc)
introducendo una tecnica di ritenzione dell’argento per le pellicole, riassunta
dalla sigla ENR che dava possibilità al
colore prima impensabili, e sviluppata proprio dal collettivo di tecnici di cui
faceva parte il padre – anzi che forse proprio il padre sviluppò (la R di ENR
starebbe proprio per “Raimo” insieme a
una suo compagno di laboratorio )
e
quindi è anche un romanzo su alcune “generazioni di padri” che hanno gettato
tutto il loro “dasein” storico ma direi anche maschile “nella battaglia” del
lavoro, lo hanno fatto però dando al lavoro un valore di realizzazione, in cui
– ed è proprio nel passaggio degli anni ’80 – emerge come quello del lavoro
fosse da un lato un “compito” che i maschi si ritrovavano "appioppato", ma dall’altro
fosse anche la possibilità di un’emancipazione individuale, e che introduceva
nell’ideologia collettivista dominante nel ‘900, l’elemento individuale (del
resto lo farà anche il femminismo e Foucault) poi trasformato in
“individualista”.
infatti nlla storia di Raffaele Raimo, siamo un passo prima degli anni '80, in quella fase in cui c'è ancora lacoro, creatività arte artigianato, passione per il prodotto non sono studiate dal marketing.
MA certo siamo anche – coincidenza della storia – proprio entrando in quegli anni ’80, e mentre Raffaele Raimo partecipa all’invenzione di una tecnica che permetterà di far raggiungere all’arte cinematografica vette di bellezza mai viste prima, Berlusconi sta compiendo i suoi passi decisivi per l’affermazione reale del colore nella televisione degli italiani (introdotto da poco e non senza difficoltà “politiche” dalla Rai nel 1977) come parte integrante di una scelta estetica-politica di immaginario.
Per me, nato nel 1964, il ‘900 è essenzialmente in bianco e nero, lo sono le poche foto di genitori ragazzi, di nonni. Lo è aver visto dal 1969 il mondo attraverso un Brionvega in bianco e nero fino al 1982, di fatto.
Insomma il libro mi è piaciuto molto per la convergenza di tessiture storiche e individuali, per come è scritto, per come è disarmato Christian-personaggio narratore anche verso certa durezza ideologica di Raimo autore-intellettuale.
