sabato 23 aprile 2016

BOCCIONI A MILANO. IL FONDATORE DI INSTAGRAM....

Il 900 stato un secolo dei nervi e il secolo della tensione biologica, erotica, nervosa, psichica. Il corpo che diventa più veloce della coscienza. Il corpo è collettivo, è già una folla. Ma il corpo entra in una presenza fisica, replicata in immagini inedita prima. Se Cartesio aveva inaugurato nell'epoca moderna con “cogito ergo sum” il 900 prima di Lacan, prova a ribaltarlo, parte dalla vitalità di una società che oscillava tra decadenza ed estetismo, tra merce e sessualità, ma anche senso della mutazione inquietante (vedi (D’Annunzio, la Belle Epoque, il Simbolismo ecc).

Il ribaltamento parte del Sum: un essere già gettato in questo mondo, da qui parte la facoltà del pensiero. Freud indaga lo stesso percorso. Nel corpo, sono. Quindi penso. L corpo pensa addirittura prima del pensiero, con modalità inedite, un linguaggio dentro il linguaggio ufficiale. E poi il corpo Pensa la mia attività di energia psichica che risente del desiderio, produce fisicamente materiale immaginario. Il mio cinema proietta un film di cui poi dopo soltanto saprò la storia.

L’inizio del 900 è un’esplosione, una sorta di accelerazione biologica corporale, fisiologica, sensuale, erotica nel più pieno senso della parola. Anche la violenza della folla è così. Del lavoro meccanizzato. Sono i Tempi moderni, di Charlot. Siamo materia.
 LA materialità è un altro elemento, un materialismo per certi aspetti anche commerciale quindi anche un materialismo feticistico, materialismo della libertà del corpo. Così il corpo del colore e della materia plastica delle statue cerca la sua libertà dinamica.

Nuovo habeas corpus, è il corpo in marcia che spinge la potenza stessa dell’acciaio, lavoro, guerra, rivoluzione. Il materialismo della biologia e del desiderio di appagamento della biologia, la tecnologia, la tecnica anche della pittura stessa e del linguaggio che paiono staccarsi completamente da ogni riferimento. Il movimento fabbrica sé stesso, le fabbriche produrranno l’acciaio del nuovo movimento, che era già nel corpo, nell’accelerazione psichica che il secolo aveva inaugurato. Queste sono le “Forme uniche nella continuità dello spazio” che Boccioni crea, congela in bronzo, una logica del tempo che si materializza, istantanee tutte agglomerate, la potenza della forma è la dinamiche del movimento che occupazione di uno spazio e di un tempo. Chi vive intensamente il secolo, vive per questo: essere qui, essere è tempo, qui è spazio.
Questa è la radicalità di Boccioni, e la cosa straordinaria è che questa accelerazione psichica sia avventura in pochissimo tempo, interiormente. Quello che c’è di bello da rimeditare nella mostra di Boccioni è questo percorso dell’anima, della psiche. Immaginarne la potenza – come fecero Braque e Picasso, pochi anni prima, ma che stavano nella più evoluta Parigi. E tra l’altro, lì vennero raggiunti di gran carriera, da Marinetti che nel 1909 mentre Braque e Picasso di rubavano le idee (il secondo al primo) in una tensione umana fortissima. Con Marinetti anche Carrà e Boccioni, e Umberto con la sua “divina gaiezza”, ricettore straordinario, segue a ruota Pablo nel dar vita ad una trasformazione della figura, del linguaggio stesso della pittura superando anche il divisionismo: è il movimento, questa urgenza, questa rabbia,  forse, rabbia biologica, che genera la figura non è la rappresentazione di una figura in movimento. Qui sta il rovesciamento di posizione – che noi oggi sappiamo leggere e vedere, ormai come un dato classico, ma pensate ESSERE questi corpi accelerati di instabilità psichica, vivere questa urgenza di un secolo che nasceva come una carica di cavalleria o una folla inferocita. Il 900 è un infanzia della storia più tremenda di qualsiasi mostro divino.

quella tensione così forte, di accelerazione della storia dell'arte e della propria storia personale, di questa "infanzia" che sbocca in un delirium di scomposizione è testimonianza - anche psicologica, tra adorazione e timore di questa Mutter mediterranea e troneggiante..una testimonianza quasi edipica (vedi sotto**) - nelle foto, nei bozzetti e poi nel grande quadro "Materia" (Mater, Materia) in cui è dipinta la madre e nella sequenza di lavori c'è questa trasformazione




 in questa sequenza, non solo un 'accelarazione della storia dell'arte tra 800 e 900 in un solo anno, tra la foto della madre che fa la maglia e il dipinto "materia" ma anche tutta la "geografia del corpo materno" di cui parla Melanie Klein, la scomposizione e la ricomposizione dell'ordine del discorso simbolico, in relazione al corpo del bambino e quello della madre......


La dissipazione continua attraverso il movimento attraverso la tecnologia attraverso le macchine come primo risultato dell'epoca del XX secolo appena lanciato,  quando appunto tutto questo era ancora molto materiale,  Boccioni lo intercetta, lui che viene da un mondo rurale, lontano, la Calabria della fine del 800..porta in sé un cuore antico nero arcaico poi approda a Milano e in questa città incontra innanzitutto l'arte tutta la storia dell'arte di qui c'è la testimonianza nella mostra di Milano ni disegni preparatori documenti che l' attestano. 

La città che sale: 1910 1911 è una Milano e un’Europa che si prepara ad anni rivoluzionari: la guerra e poi la rivoluzione d’ottobre, costruire, demolire. Lo spazio è il teatro di una dinamica del tempo che è anche un movimento di caduta e di innalzamento.  La prima guerra mondiale che stava per scoppiare sarebbe stata una guerra cubista, come la definì Gertrude Stein, perché gli uomini per mimetizzarsi usarono proprio tecniche di scomposizione della figura messe in atto dai cubisti pochi anni prima. Oltre che una macellazione frantumazione, urlo, gettarsi in avanti, con caratteristiche anche futuriste.

 Per Boccioni l’arte in quegli anni, prima di partire lui stesso soldato (e morire, nel 1916, ma non in azioni di guerra, ma in esercitazione)   diventa una sorta di battaglia continua di corpi naturali o di ferro, di cemento, bronzo, in ogni caso “erotica”, un arte che cerca di (ri) produrre una comunicazione fluida un'irruzione continua dell'arte stessa nel tempo, ma a dire di noi stessi nella Storia.
 Erano anche gli anni del cinema è quindi l'immagine doveva opporsi questo problema di essere concorrente con l'immagine resa dinamica. Oggi è tutto normale per noi ma quelli erano anni in cui l'arte è sentita molto di più, la riproducibilità dell'immagine prima che dell'opera d'arte ma anche la riproducibilità dell'opera d'arte medesima erano la pressione che l’arte sentiva.

 Poi c’erano le superfici cioè gli oggetti e anche l'immagine degli oggetti, cominciava esserci la pubblicità (Boccioni lavorò molto per la pubblicità) per esempio pubblicità significava anche cominciare ad evocare gli “loghi “comincerà ad evocare i simulacri cominciate dire ad identificare l'immagine della dell'oggetto più che l'oggetto medesimo. Sono le superfici gli elementi in cui tutto viene a scorrere, un desiderio di immediato impatto e fruizione, fisica, erotica, psichica, Emozionale. Erano contro il romanticismo, ma ne erano lo specchio marionettistico.
 Boccioni e i futuristi, forse più di altri per la loro connessione al populismo fascista che stava nascendo, fu un movimento che intercetto quello della psicologia delle masse che aveva intorno, più di altri.
L’arte futurista desidera essere agganciata al proprio tempo, significa appunto sottrarla al monopolio dello sguardo puro, del artista o del singolo fruitore, ma cerca di interpretarne una sorta di fruizione accelerata di tante immagini. Come allora il cinema, oggi l’erede del Futurismo è Instagram.
 Boccioni sperava di fondare Instagram, cercherà di farlo attraverso quella che è l'accumulazione continua della dinamicità anche delle immagini appercepite in un solo luogo, ma come fosse uno scroll temporale velocissimo.
. E al tempo stesso vuole cancellare proprio nel fondare Instagram, quel che è oggi per noi, buttate a mare il chiaro di luna e i ricordi, buttate a mare ogni possibilità di “album dei ricordi” dell’amore, cancellate ogni memoria, siate la superficie della vostra memoria RAM, non l'hard disk questa la divisione netta che farà Boccioni, senza nostalgia. L'idea di superficie basta a sé stessa, cioè senza essere nemmeno profondi superficialmente si deve produrre energia: Boccioni realizzerà quel dipinto che si chiama “rissa in galleria “del 1910 è che proprio è già nel tema rende evidente il concetto che dominerà per tutto il novecento cioè la conflittualità e la prima rivoluzione, la rissa – ancora oggi, le gang rap – allora furono la piccola prova in cortile di guerra e rivoluzione.


 Velocità simultaneità dinamismo sconfinamento contaminazione tra linguaggi sono quella produzione di significato che ancora noi oggi utilizziamo ovvero scattare continuamente foto metterle dentro un flusso continuo dinamico collettivo,che è Instagram, twitter, facebook...
 che crea immaginario da questa sorta di punti il futurismo è il continuum spaziotemporale delle immagini, come certi collage, dome le miriadi di foto che foto che ci sollecitano continuamente. Quel che creano però non è una “Visione” non una rappresentazione unica del mondo, ma è semmai proprio uno sciame condannato ad una perenne instabilità e coesione al tempo stesso, una collettività in continua liquida comunicazione, o gassosa, o come uno stormo o sciame un'aggregazione che peraltro aspetto potrebbe sembrare anarchica, ma non lo è, invece danza. La sua forma è dinamismo temporale dello spazio.  Una sorta di rivoluzione permanente della immagine nel tempo con flusso del tempo. Con BOCCIONI il futurismo inaugura la fine dell’arte e la sua sparizione situata priori dentro la proliferazione artistica e creativa di milioni di “gram” istantanei, pseudo artistici e creativi - - tutto sparisce sempre più in fretta nel retrovisore della memoria o nel niente del cervello- memoria ram di una coscienza che considera la durata delle cose soli quella del loro accadere. Tutto accade, anche dio. Il suo, non un Avvento, ma un Evento.

giovedì 7 aprile 2016

MICHELANGELO PISTOLETTO E LA MELA DI MILANO

 PISTOLETTO E LA MELA DI MILANO
Michelangelo Pistoletto,OVVERO lo specchio dell’arte. E’ noto l’uso che ne ha fatto l’esponente dell’arte povera, diventando ricchissimo. Tutti gli artisti sono specchi di noi. Pistoletto ora ci permette di riflettere sull’uso “social” dell’arte, del resto il suo progetto è da anni molto legato a territorio e fondazione di factory creative.
L’obiettivo – anche a vedere le tante collaborazioni anche con progetti di sostenibilità in cui MP è impegnato – è stato sempre quello di integrare l'elaborazione artistica con idee progetti umani concreti per intervenire anche nella ambiente sociale e naturale.
Un misto di arte educazione ecologia economia, politica spiritualità .Ora è il turno de “ La Mela Reintegrata”, realizzata e installata al centro di piazza del Duomo a Milano per l’apertura dell’EXPO, viene collocata definitivamente in un luogo cardine della città: piazza Duca D'Aosta di fronte alla Stazione Centrale.
Però.
Opera brutta. Brutta in sé e brutta come è stata ri-collocata.
E tuttavia rispecchia alcune cose.
La mela è esattamente quel simboletto lì, che conosciamo tutti e da li parte Pistoletto:scrive
“ natura e artificio. La mela significa natura; il morso della mela significa artificio, così come lo vediamo utilizzato in un marchio di computer mondialmente diffuso posto ad emblema della tecnologia che sostituisce integralmente la natura”.
insomma l’arte è l’apostrofo arguto del luogo comune. Prendi un simboletto facile e noto e replicane di fatto l’iconicità. Pistoletto non spezza l’aura del prodotto di Steve Jobs, semplicemente lo celebra. La funzione ironica dell’arte pop è azzerata.
inoltre L’equilibrio tra artificio e natura qui non c’entra, semmai l’equilibrio tra artifici, perché la collocazione davanti alla Stazione Centrale di Milano non s’accorda granché con la bellezza artificiale, ma come tale quasi “naturale” di un luogo precedentemente costruito con i suoi equilibri. Altro che Mela reintegrata, qui è proprio precipitata, un monolite alieno.
ovviamente responsabilità primaria è della città e delle sue istituzione che lo hanno lì ricollocata.
Ma cosa rivela l’opera e la sua ri-collocazione? Significativo che Pistoletto abbia organizzato, nei giorni precedenti l’inaugurazione dell’opera, un Forum intitolato “2° Rebirth Forum - La Mela Reintegrata” che riunisce, insieme ad alcuni ambasciatori italiani del suo progetto Terzo Paradiso – Rebirth, rappresentanti delle istituzioni pubbliche, docenti e ricercatori universitari, insegnanti, associazioni della società civile e altri soggetti impegnati in pratiche di innovazione responsabile e sostenibile della società. Con il Forum - scrivono - “ si apre a Milano un cantiere operativo della durata di un anno, il cui obbiettivo è attivare i significati della Mela Reintegrata”.
Insomma la società civile nelle intenzioni sarebbe chiamata a decidere dell’arte pubblica: sono i fruitori a fare l’arte " (negli intenti della Pistoletto farm,tradotto: “scrivere una carta di Milano in cui si cerchi di creare qualcosa che mette assieme la sostenibilità dell'urbanistica necessità di tener conto dell'ambiente naturale “ ecc)
intanto è evidente non solo la chiara concettualizzazione avant-apple, sfruttando la pervasività dell’icona già-vista, mutandola in opera.
L’ "opera" poi si completa con la ricollocazione del già-visto, nel luogo pubblico (luogo comune e luogo pubblico vanno a braccetto) E "il pubblico" dei fruitori aderisce - comprendendo il messaggio facile-facile dell’artista –
così il pubblico si equipara, come facitore e come interprete: il pubblico dell'arte pensa di essere all'altezza e non solo passiamo ma attivo come l'artista, uguale poi qui del Grande Artista!.
Che se-duzione: Quindi si sentirà di avallare il suo progetto collettivo, di cui tuttavia egli è promotore insieme all’elite politica e beneficiario dei ricchi finanziamenti sia pubblici che privati.
noi partecipiamo, l’artista incassa. La democrazia è partecipazione, ma non è certo condivisione dei dividendi né dei capitali.
Per fare tutto ciò, l’arte. Che bello.
Quale emblema di ciò che fu-inaccessibile e astruso e diventa invece condiviso? Finalmente un artista si fa capire, dice il pubblico. Con l’ovvio, ma se sottolinei questo sei snob, fai aprte delle cricche.
Non si accorge il pubblico che operazioni di apertura e facilitazione ai significati come questa sono proprio la pellicola che maschera cricche vere, mentre invece chi critica questa operazione lo fa da un punto di vista puramente estetico e fuori da ogni circuito di benefici monetar innanzitutto e poi di presenza.
Ma il significato dalla Mela Reintegrata? Ammiccare ala tecnologia pop e pervasiva come se quella tecnologia fosse l'emblema della reale mancanza di rapporto integrato con la natura, il simbolo di tutte le sostituzioni e di tutte i simulacri dell'esistenza reale. Pistoletto fa celebra in realtà il compimento del’apple come realizzazione di tutte le avanguardie del 900 che avevano auspicato un ripensamento radicale dell'istituzione dell'arte stessa, proprio per reintegrarla dentro l'esistenza, non per farne un oggetto poetico di elaborazione psico-esistenziale in sé.
l'arte deve farsi non orizzonte di una visione originale, ma farsi prassi diffusa, ridisegnare tutta la realtà. cercando proprio di produrre un elemento che in qualche modo incidesse direttamente sul futuro della realtà. Pistoletto va anche oltre il rapporto tra artista il committente perché l'opera diventa l'esito di una concertazione allargata ai cittadini, spettatore in Opera Aperta. Si tratta di capire la vera democraticità di tutta questa apertura sociale e socializzata dichiarata nelle intenzioni.
Per adesso osservando il Melone alla Stazione, le domande sono sempre metafisiche e piene di enigmi, come per l’arte di sempre: da dove viene? Che cos’è? Perché?


mercoledì 23 marzo 2016

CARMEN PELLEGRINO "Cade la terra" (Giunti)

Ho letto con un mesi di ritardo, forse un anno, “Cade la terra” di Carmen Pellegrino, anche se ne avevo letto così come avevo seguito della sua attività di abbandonologa. Però il romanzo era rimasto sullo scaffale, tra quelli da leggere. Nel futuro, ma di fatto era abbandonato.
E di questa strana miscela di un passato abbandonato che preme sul futuro che è fatto questo libro e quasi, magicamente, l’oggetto stesso, il manufatto edito da Giunti se ne era intriso.
Magico è una parola chiave, per il Sud (Ernesto De Martino, se non altro, seppure non ci incateniamo a nessuna definizione)  e per questo libro.

Un romanzo nato da un lavoro di ricerca, tra luoghi reali e carte,  centrato nell’immaginaria Alento, piccola Macondo delle montagne che identifico campane, sovrapponendole alle terre d’origine dell’autrice, alle cui terre appartengono ad una vena aurea di un sottosuolo tanto cavo, franoso, instabile quanto ricco del mormorio dei morti, dei rituali che sono stati (forse sono?) antichi duri a morire.

La storia è simbolica: c'è Alento, paese che ha cominciato a franare, in un passato che pian piano si comprende siano gli anni del dopoguerra -  e una casa, con un grande olmo vicino, quella dei ricchi De Paolis dove arriva a lavorare una ragazza, Estella scappata dalla sua stessa vocazione di clausura monacale, che diventa istitutrice del poco più giovane adolescente Marcello, figlio riottoso e insofferente. Conoscerà – e assorbirà per donarla in voce di prima persona al racconto di Carmen Pellegrino – le storie di vinti e fangosi contadini, parenti lontani, ma non troppo,  dei cafoni di Silone, Alvaro e degli umili di tutta una storia letteraria di un secolo che quelle masse aveva cercate di portarle ad un riscatto.
 Come dei Goylem, fatti di fango e da trasformare in persone, i contadini erano come dei “nati morti” che cercavano nuovi giorni a vivere.  In qualche modo Carmen Pellegrino scrive di un ritorno nell’ombra di tutti i vinti del 900, rievocando e chiudendo un tempo, secolare in cui masse di contadini si sono spostati, senza vincere nulla, anzi: sono i Vinti, nella Storia.

Mi colpisce però che Carmen Pellegrino arrivi a pubblicare, casualmente - o magicamente? - ,  proprio nei giorni in cui masse di persone stavano vivendo un collettivo spaesamento, abbandonando terre, una perdita di orizzonte e presenza - cosa che nel nostro sud non è più vera: è terra piena di arretratezze e di angoli ispidi, sacche di povertà, degrado, però tutto sommato fa  parte  di un occidente del benessere, se paragonato alla somalia, alla Siria della guerra, all'Africa, alla Libia ecc- Un occidente che s'è fatto anche con la sofferenza del lavoro o di chi partì, magari non tornare più, come i figli della contadina Mariuccia, donna arcigna ma capace però di gesti antichi e fondamentali. Con lei anche altre storie si dipanano dai ricordi di Estella, che ben presto, quando anche i suoi padroni lasceranno la casa franante del paese, nell’acme del secolo ( quegli anni 60 che altrove esplodevano di vita cittadina e di milioni di migranti italiani che si inurbavano)  diventerà custode della casa dell’Olmo e unica abitante, rimasta a ricordare.

 Attraverso di lei scorrono le vite di Cola Forti, coi suoi ideali mai realizzati,  la delusione di sua figlia Libera, una delle tante sventurate senza risposta,  la vana speranza di Giacinto di avere un berretto che ne sancisca formalmente la sua funzione di guardia o “guardio”  – un racconto in sé magistrale tra Totò e Checov, l’angoscia della storia dei Parisi, il duro Consiglio, la moglie Custoda, la figlia Lucia, emblema di un meridione contadino ottuso e al tempo stesso vittima infinita. O anche il piccolo industrioso Maccabeo con la sua bottega, che il secolo lo inaugura concimando coi corpi e il sangue dei figli altre terre “irredente” parte di una patria fino a quel momento inesistente e mai pronunciata nel suo nome “Italia”. Estella che resta nella casa e nel paese franoso fino al completo abbandono, sarà poi la custode di memoria e di presenza.

E dunque mi chiedo: Che senso ha però raccontare questa storia, suo modo è una Spoon River ambientata tra le frasche che sventolano sul fiume Alento, quello vero, oggi?
 Non ripeto tutto quello che di buono si è scritto per "Cade la terra" e che condivido – trovate la recensioni qui nella pagina Giunti – ma vorrei ripartire da una domanda: perché Carmen Pellegrino decide di seguire questo filone?

ci sono alcuni "fuochi centrali"a cui il libro fa pensare, oltre, ripeto, tutto quello che è stato detto, possono essere materiali per  per una risposta multipla.

1) Carmen Pellegrino autrice di una generazione che ha initorno i trent'anni, abita una terra a sua volta abbandonata e senza più voce, ovvero non solo  la Letteratura del Meridione – quella di Silone, Alvaro, la poesia di Gatto, i saggi di De Martino – ma  forse la letteratura tout court, tra queste, prima tra tutte emblematica quella del coro di estinti, le voci dei poeti (che vivi o morti, parlano dalla medesima lontananza editoriale).
 Pellegrino è autrice esordiente, ma raffinata e consapevole, ha scritto un bel romanzo per celebrare lei stessa, e come Estella,  una ricca festa della presenza, abitando la soglia del romanzo dove possono convivere vivi e morti, prima tra tutti i poeti (nella nota finale se ne dà conto di questa consapevolezza e dei poeti, un lungo elenco da Leopardi a Gualtieri).  Dei poeti Pellegrino conserva la tradizione di scrittura, la forza e la cura di parola. Quel tanto di desueto, straniante, nella  terminologia e nella costruzione dei periodi, è un elemento felice di coerenza stilistica. Ma al tempo stesso non sta ricordando un mondo che ha conosciuto direttamente, è troppo giovane. Lo ha riscoperto dai libri, è un ritorno del rimosso di cui Carmen Pellegrino è – come Estella – una appassionata sacerdotessa, aggrappata a memorie anche non sue. Il rito della parole è quello che recupera i morti, ma pure quello che ne celebra una trasformazione che è stata un appuntamento con la storia, prossimo futuro, così come la loro storia di folla anonima di un secolo, non è stato altro che questo: un procedere verso un disfacimento e una gloria.

29 c'è lo sfondo reale del sud reale, fin troppo, quello della mutazione che porta dall'arcaico al postmoderno (la Taranta, da rito a showbiz, il folk come cartolina da turisti) la mafia, il pizzo, il mancato sviluppo,  la spaesamento anche senza abbandonare i paesi, e non può essere cancellato, mentre leggo le le atmosfere letterarie e rarefatte di Pellegrino, non cancellare dalla memoria il presente. Se da un lato c'è un mondo o una civiltà che sta per sprofondare definitivamente, dopo un lungo periodo di "omologazione"  in una sua dimensione ctonia,  una dimensione sotterranea, al confine tra la terra e  un  sottosuolo magico che ha qualcosa di carnale, sanguigno misterioso (l’abbandonologa Carmen Pellegrino, il paesologo Franco Arminio, il coppolone Vinicio Capossela, la poesia di Antonietta Gnerre attingono allo stesso pozzo).Se da un lato è anche vero che si sta usando il passato contadino per veicolare una merce (cibo, prodotti tipici, paesaggio rurale, eventi e  festival) ad suo turistico, e  il paradosso per "Cade la terra" è che diventi un'introduzione ad un qualche tour delle rovine, una sorta di baedeker per turisti consapevoli in cerca del vero sud.

Se da un lato non posso pensare anche a questo, dall'altro il libro parla anche al nostro presente, ma in un altro senso, credo. Lo spaesamento è ne senso del futuro. E i movimenti della Storia con le sue spinte in avanti affondante nelle macerie del passato, sono uno sfondo e il cuore del libro è l’umano. La sua sopravvivenza, nonostante la sparizione che - per molti protagonista del libro - inizia già durante la  vita, o meglio la loro sopravvivenza.  Per questo se da un  alto Estella sarà il viatico tra il mondo dei morti e quello dei vivi, con l'apoteosi di una cena joyciana dei morti, dall'altro porta a guardare più lontano, sempre verso sud.

3) guardare oggi a certi vivi stanno nella condizione di “nati morti”, nude vite, private di ogni chance e luogo?   Per questo a mio avviso le anime morte letterarie, comprese quelle evocate dal romanzo di Carmen Pellegrino, secondo me portano oggi nei campi dei rifugiati tra Siria e Turchia. Li sta il confine tra vivi e morti. 
  Non per voler sempre attualizzare, ma perché li si sta compiendo un altro passaggio e mutazione antropologica, oltre che una desertificazione e uno sgretolamento di ogni apparenza. Lasciare tutto, in una città franata dalle granate e girare come zombie per le rotte clandestine, vie dei canti che sanno solo in pochi e approdare in un altro paese, lontano dai propri minareti, proprio come il contadino calabrese di Marcellinara perse di vista il suo campanile dando un passaggio  proprio a De Martino.


4) Altro elemento è la manipolazione della morte. Ormai gli zombie sono un classico, ma i morti di Alento, creati da un'autrice di trent'anni circa, fanno pensare anche a certi romanzi di sci-fi o YA, consumati dalla generazione di Pellegrino,  in cui sopravvive sempre qualcosa di arcaico in certi eroi nel paesaggio post-atomico di un mondo crollato. Lo stesso è per il significativo ritorno dei "morti viventi" al successo tv  (la serie premiatissima  "Walking dead" e la francese (di Carrère, in parte) "Les revenants" anch'essa ambientata in un piccolo villaggio. E tutto sommato anche  il film “The revenant” racconta di  un 'morto' che torna al mondo dei vivi, e ci torna dentro un confronto diretto col mondo selvaggio della terra. 
Questa presenza della morte è un viatico vero il futuro. Non è solo rievocazione, ascolto di voci da un mondo abbandonato – che già è molto: sono  i morti, come Virgilio, a guidarci  in  “un secreto calle, / tra'l muro della terra e li martiri “ come ci ha poi ricordato anche Giorgio Caproni, vero la storia che resta ca compiere. Nostra e loro è una “guerra d’unghie” a scavare per aprire un varco, così come il loro scavare di talpe kafkiane, la poesia apre ancora verchi di un destino più segreto, l’odissea dei morti come dei vivi. 
E' significativo che ancora una volta, di recente, in un'Italia che soffre di un suo immobilismo storico, c'è una trentenne di oggi che parla così tanto dei morti ( colloco questo libro, assieme ad altri due recenti, ad esempio viciono a quelli di Di Fronzo e Peano), negli anni laici in cui ai funerali non si va o se si va, si cantano canzoni rock e si applaude, negli anni della fine definitiva del mondo che aveva un suo pianto rituale.
La generazione di Carmen Pellegrino forse più di tutti s’è confrontata insieme con la cancellazione del futuro e con un presente di “crolli” e morti” (come vediamo ancora in questi giorni)  e una possibilità di morire che è sempre presente in una pace apparente.
Allora il mondo di Alento, che non c'è più, è sparito. A cosa serva rievocarlo sta in un dettaglio, non a caso finale, chiuso in una lettera - ma il cui senso è: i destini possono cambiare. Cambiano, magicamente, anche per il morti, a maggior ragione cambiano per i vivi.

Concludendo: un libro che potrebbe esser letto come un’elegante “fuga”, melodiosa e accattivante, in un hortus conclusus in cui la terra di parole non frana e tuttavia protegge. in realtà, la resistenza di Estella nel tempo ai colpi di un destino feroce mi appare come una scommessa e un ponte verso il tempo che resta, che è pur sempre un futuro. E come certe donne che perdevano il marito da giovani e portavano il lutto per decenni – vivevano tuttavia quel futuro, tutto il loro tempo futuro,  segnato dal lutto ma vissuto. 

Ci prendiamo questo memento  da “Cade la terra”: abbiamo davanti un  futuro da pensare con i morti, attraverso il passato, anche se non ci appartiene,  perché  qualcosa nel futuro lo avremo. Sopravviva  in noi la coscienza – nel modo laterale dei poeti di ricordarcelo - che quello che strapperemo alla terra, tuttavia, sarà  quello che abbiamo già perso.

lunedì 21 marzo 2016

NICOLA GARDINI "La vita non vissuta" (Feltrinelli)

Nella sua storia di autore di romanzi, Nicola Gardini ha spesso fatto della questione del linguaggio. forse meglio, detto in modo semplice, diretto,  delle parole, un elemento di snodo concettuale, come della loro pregnanza nella vita. Poeta – con i versi inizia la sua storia di autore – romanziere, docente a Oxford di letteratura  , traduttore, Gardini ha fatto del suo continuo lavoro sulle parole anche un luogo di snodo di esperienze ed elemento chiave attraverso cui passano le sue storie.
A parte le sue prove poetiche  e quelle da traduttore (ultime per Ladolfi la raccolta “Stamattina” e l’antologia di “Tradurre è un bacio”) ad esempio  in due suoi romanzi precedenti, centrale nell’evoluzione della malattia del padre ne “Lo sconosciuto”  il  disfacimento linguistico del padre, accudito nella sua fase terminale della malattia dell’Alzhaimer, e quello sul “Le parole perdute di amelli Lyndt “ compilatrice di dizionari e maestra di vita e letture .

Anche questo ultimo “La vita non vissuta” (Feltrinelli)   è intessuto di parole, scavate tra esattezza e nouances, e da subito protagoniste fin dall’incipit, con la radice della parole latina “Virus”. La storia è infatti segnata dal Virus. E' quella di  Valerio,  un uomo di lettere (scrvie, insegna latino in un collegio americano), ha poco più di quarant'anni, una moglie, una figlia, 
la quiete passiva di un’ esistenza di marito e padre : una vita di fatto non vissuta a pieno. Lo sarà, quando Valerio riscoprirà la sua più intima radice del vero amare, custodita dall’adolescenza in una prima sfolgorante passione per un compagno di scuola. Ma il vero oggetto del romanzo è il passo successivo e pure collegato alla relazione di coppia (l’amore non è anche un contagio? Una malattia, per lo meno in una certa tradizione romantica) , ovvero la malattia.
 “La vita non vissuta” racconta infatti del confronto tra Valerio e la condizione di sieropositività che scoprirà poco tempo dopo la riscoperta dell’amore, con Paolo, giovane pittore che lo riama, ma che pure avrà la disavventura inconsapevole di contagiarlo. Valerio dovrà così fare i conti con una battaglia con il proprio corpo e con un “Avversario” invisibile e subdolo, che non è solo il virus  -  in anni in cui era ancora difficile la cura e il rischio – ma diventa l’identità mutante di Valerio stesso.
Alla notizia della malattia lo spettro della morte invade tutto lo spazio del vissuto, cose e parole, Valerio è costretto a diventare filologo di una malattia, capirne i sintomi, sapere le evoluzioni, le cure, attraverso le definizioni esatte dei sintomi, la precisione dei farmaci e della chimica. 

All’interrogazione continua, al vissuto drammatico e raccontato anche in tutta la sua banale deriva di degenerazione fisica (la banalità del malanno) sarà però opposta anche un’immediata e ansiosa voglia di vivere cose: e così la risposta di Paolo e Valerio saranno  viaggi, esperienze, amicizie cercate proprio a partire da quella condizione, quasi una rincorsa di una vita che potrebbe sfuggire da una momento all’altro. “Quante cose desideravo fare e quante di queste non le avevo ancora fatte per nulla o le avevo fatte solo in parte o male, o avevo smesso completamente di farle?” si chiede  Valerio. La vita non vissuta reclama. Eppure questa fame di vita, è anche desiderio di comprensione e di non lasciarsi sopraffare dal sentimento del tragico. inltre, Benché sia una storia cui la morte e l’amore sono sullo sfondo (l'uomo che ami e chie ti ama, ti contagia: che fare?)  questa non è una storia che prende una via  di neo-romanticismo. Tanto quanto c'è il rifiuto di arrendersi all'idea di malattia condizionante e assoluta, così l’amore per Valerio e Paolo cerca di sottrarsi a pulsioni e patologie dell'ego, come si è pensato per secoli, da Cavalcanti a Freud. Nel procedere di un monologare continuo interiore, che si trasforma in una presenza di  continue frasi interrogative – che quasi rallentano la storia, il fluire della narrazione, Valerio ppone la lucidità del pensiero all'eplosione delle emozioni.
Non per rifiutarle, ma per rivoluzionarne il senso. E in un passo che segna una svolta, con una sorta di illuminazione , Valerio si rende conto , un giorno,  sì, di essere un malato,  mentre è in una sala d'aspetto,  assieme a tanti altri malati come lui, ma si si accorge che il suo limite interiore è la vera malattia: quel limite è l'accentramento individuale sull'Io. Inseguiamo un affermazione di noi, il piacere, la realizzazione, il benessere. tutto molto legittimo, ma subdolamente è sempre l'Io al centro del nostro agire. E un malato, per via negativa è ancora più individualista e narciso. Nache chi pensa di "fare analisi" alla  fine è accentrato su di sé. 

Valerio invece comprende che bisogna scartare di lato o di fronte, verso l’ Altro : “basta con questa mania di distinguermi, basta con la fatica di avere un nome, un volto” . Cancellare l'io per cancellare l’egoismo e il narcisismo e  anche quando siamo malati, dice nel suo flusso contino di  voce narrante e meditativa Valerio, cerchiamo le ragioni nell’anima. In realtà è il corpo malato ed è la malattia del corpo che muta una coscienza o un ‘anima, non viceversa. E smettere con il continuo individuarsi ha un risvolto anche nella responsablità verso l’altro –  come dirà Valerio più volte all’amico anch’egli sieropositivo e che per la prima volta sente di essersi innamorato ma non ha il coraggio di dirlo all’uomo che ama. La malattia ha questo di buono invece:  sradica l’io da sé stesso, lo trasforma, non siamo più gli stessi dall’oggi al domani. E poi bisogna ascoltare il proprio corpo, per paradosso un ascolto dell’ “altro” che abbiamo scoperto in noi.

Se l’amore è stato fino ad ora proiezione “ sforzo di identificazione … con un fantasma che con l’altro reale non ha nulla a che vedere” come era per il suo primo amore giovanile, ora la malattia fa compiere una rivoluzione etica copernicana. Essere attenti all’altro, non essere l’altro o “essere altro da sé”. E’ nelle amicizie anche nella solidarietà della malattia che Valerio trova una nuova dimensione – con il suo compagno di classe ritrovato, Emanuele, … - anche nell’amore : quell’intreccio complesso di colpa e identificazione, di amore che colma una mancanza e alimenta una ferita, alla luce della malattia diventano un veleno-Bovary. “dovevo rimanere con Paolo. Solo così la malattia sarebbe  diventata una libertà”. Essere vivi sotto gli occhi dell’altro, solo questo il superamento di ogni ambiguità dell’amore. 

Anche scrivere corre questo rischio: di trasformarci in Bovary, non in Flaubert.

Il moteore dell'Io è il desiderio. non lo si può condannare moralmente, certo, chi non desidera viaggiare, fare cose belle? Valerio alla  luce della possibilità di morire, ad esempio elenca tutte le cose che desiderava fare e non era ancora  riuscito a fare: la vita non vissuta, che però ci porta sempre ad inseguire i nostri desideri pria di tutto. 
La possibilità di non soddisfare tutti i nostri desideri non deve  però diventare un’angoscia tagica, non possiamo subire il ricatto frustrante del desiderio. Qui sta l’elemento chiave e il nucleo morale del un romanzo, ed è la malattia a rivelarlo.  Desiderare è una perdita.  Valerio non è Ulisse. Viaggerà, anche fisicamente,  insieme a Paolo, e non a caso, cercherà con sforzo di volontà di occupare e abitare la vita del presente, la vita  attraverso l’accettazione della vita stessa, questo proprio per l’evidenza che la morte c’è. Ma non ad essere schiavi di un'ansia da accumulo di sé. E allora cede anche il desiderio, in Valerio di scrivere il romanzo  (“a un certo punto smisi di scrivere il mio romanzo “). Il romanzo deve nascere dalla comprensione esatta delle cose, non da una proiezione di un sé irrisolto. Ed è quello che fa il suo narratore, Gardini:  “Una storia si può raccontare solo quando si capisce che la propria condizione non è riducibile a una definizione di vocabolario”. “La vita non vissuta” è forse il romanzo che Valerio avrebbe dovuto scrivere, ma non sappiamo se e come lo scriverà. Di certo il perno della sua vità sarà a quel punto "fare" piuttosto che scrivere di sé.

 Qui si inserisce il senso delle scelte di Valerio con quelle narrative di Gardini: una storia che ha, avrebbe,  in sé tutti i connotati per cavalcarne la tigre dell’emotività, del romanticismo (anche Paolo manifesta drammaticamente i sintomi della malattia) ma anche dell’ambivalenza – si pensi al parallelo sturm und drang tempestoso che ne ha fatto Margaret Mazzantini –  ma pure un ricorso all’autofiction come ha fatto Siti. Gardini non fa nessuna delle due cose. “La vita non vissuta” è un romanzo della malattia, ma attraverso una sottrazione del romanzo ad un facile romanzesco   a favore di una lucidità cristallina che si riflette anche nello stile adottato da Gardini.  ” Il malato deve, a posteriori, inventarsi un destino, proprio come Dante nella Vita Nuova.” Ecco, l’invenzione è, deve essere,  a  posteriori, prendendo atto del nuovo dato reale: emozioni, sentimenti, mutazioni ci sono, ma analizzate con sguardo lucido come un Resoconto dettagliato, un reportage del vissuto banale  –  o referto potremmo  dire, perché di referti e dettagli medici in questo libro è pieno, a dare testimonianza di ciò che è, ciò che è stato. E non è un caso che  dalla coscienza che si fa lucida e informata nascerà la piccola svolta finale per il destino dell’amico Emanuele, anch’egli sieropositivo.

Il resoconto esprime il concreto del fare scelto da Valerio. Un vivere incessante negli attimi del vissuto. “Cercare e perdere la vita ad ogni momento” si dice Valerio alla fine. Ecco, non l’Ecce homo, ma il  “Quod egi” ovvero "quello che ho fatto"  diventerà il motto di Valerio. Concretezza, poiesis che si riprende la sua etimologia: fare.

Questo di Nicola Gardini è un libro da cui ho imparato molto, ho seguito il percorso e la concretezza della vita di Valerio, ho vissuto una vita che non è la mia, ho saputo della sua intimità fisica e delle sue emozioni interiori, conoscendo aspetti della sieropositività che mai avevo saputo. E forse mai avrei immaginato. Invece sono reali. E così il realismo illuminista e civile di Gardini pota il romanzo fuori al romanzesco, attraverso un resoconto di verità. Non ricordo chi fosse, fose Bachtin o Barthes, che aveva detto : un romanzo può essere realista quanto si vuole, ma non sarà mai tale: infatti non si vede Anna karenina quando fa la cacca. Ecco, per certi aspetti, ci sono anche momenti e resoconti minimi, al grado più basso possibile di oggettività nel calvario di Paolo e Valerio con la loro battaglia contro la malattia. Per questo, “la vita non vissuta” è un romanzo che provoca gratitudine, è illuminante oltre che illuminista. La realtà prende corpo in parole chiare e dirette, senza il trucco del patetico. Romanzo civile, non mi viene altra espressione. “ll malato è uno che sa che qualcosa è accaduto; e che lui è la viva espressione di quell’accadimento, ora e per sempre.” Ora lo so anche io, lettore.



CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo

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