martedì 30 dicembre 2025

TROPPO ANGELICO ORMAI PER LA NOSTRA POST UMANITA' (Firzenze, Palazzo Strozzi, Mostra "Beato Angelico")


Guardando la mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, con i quadri di Beato Angelico ho avuto una strana sensazione, più intuitiva che critica. Del resto non so quasi nulla di concreto del frate-pittore, se non le poche cose che si sanno andando per musei.
 Avevo l'impressione però che fossimo tutti appartenenti a un altro mondo, noi spettatori, osservatori, visitatori della mostra. Non c'entra soltanto il fatto che fosse affollata, dentro un palazzo Strozzi che è inadeguato per  mostre di questo genere -  si accumulano quadri troppo vicini, in stanze piccole,  ci si ostina a volerle fare in sedi non adeguate, del resto abbiamo dei musei che sono essi stessi “da museo” (e non abbiamo i Pinault, che restaurano acquistano ex-edifici pubblici per farci sedi di mostre – noi abbiamo le Poste le abbaimo vendute a Starbucks – stessa inadeguatezza per la mostra di Caravaggio a palazzo Barberini)
Ma al di là di questo, al di là dell’overbooking e overtourism, al di là del fatto eravamo tutti da “aldilà” (l’80% over 60, di cui quasi tutti intorno agli 80 anni, i pochi al di sotto dei 60 e anche lì maturi, max  quarantenni) )  ma anche per questo perché la sensazione della vecchiaia dava l’idea che fossimo tutti una post- umanità di transizione, gente che slittava tra la vita e la morte. E non era soltanto perché per arrivarci bisognava attraversare quel chilometro da Santa Maria Novella dove Firenze non c'è più, ormai è completamente avvolta da una nube tossica di umani affollati, ho incontrato una comitiva di americani, forse venivano dalle crociere. Ma non esagero, saranno Stati 1000, 1000 in una sola colonna con le guide tutti compatti come una manifestazione, di americani, appunto, che già da soli la gran parte di loro occupava ognuno lo spazio di due persone. E di fronte alle eteree figure di Beato Angelico..
Ma non era soltanto questo, e forse era anche questo, la sensazione era che noi fossimo una umanità post storica. Non solo di un'altra epoca rispetto a Beato Angelico, al 400 fiorentino, che è evidente, ma non più in grado di poterne apprezzare la bellezza. Ma lo dico per primo, non perché mi senta snob verso gli altri. C’era anche qualche simpatico professore che spiegava alle teste bianche intono a lui ui tanti significati stratificati, si si possono sapere , ma non si possono più introiettare e intuire come ancora nostri.
Il ceto medio riflessivo, che diciamo “sopravvive” in tutti i sensi. Si attacca alla vita. Ma non è per questo, lo direi se anche alla mostra fossi stato da solo, anche se vicino a me ci fosse stato di Didi-Hubermann, a spiegarmi Beato Angelico, perché una volta spiegato mi sarebbe stato impossibile capire. E penso riguardi tutti, Lo capivi da come interagivano, come se fosse una mostra qualsiasi (ho scoperto che gli anziani con i cellulari che fanno foto a manetta,  sono molto più molesti dei quindicenni) Ci è impossibile entrare in sintonia con un'umanità come quella del Beato Angelico, un sapere, una concezione della materia pittorica. Fino all'altro ieri abbiamo pensato, sperato, ci siamo illusi di avere le radici in quell'oro, in quel rosa, in quei colori. E in quella posa di luce che veniva da un altro mondo, in senso anche planetario, è come se venisse veramente da un altro pianeta. Ho avuto la sensazione di fronte ai quadri di Beato Angelico e di essere io l'alieno che apre il Voyager e dentro ci trova il disegno di Leonardo da Vinci. Come se mi trovassi di fronte da Alieno a un codice di alieni,  distanze irrevocabile ormai, in cui non possiamo neanche illuderci di aver visto il nostro grande passato. Peggio ancora se ci illudiamo di aver visto in mostra il nostro grande passato “europeo”. Proprio il fatto di vederlo tutti assieme, questa specie di RSA dell'anima in gita culturale, morente. Mi ha dato proprio quella sensazione. Definitiva finitudine della nostra cultura. Che ammutolisce, certo di fronte a tanta bellezza. Ma ammutolisce perché non ha più i codici per poter capire intimamente quella stessa bellezza. Non perché inesperta o ignorante. Perché ormai siamo un altro pianeta. E’ una questione che ha anche fare con la metafisica più che con l’overtourism, anche se il secondo dipende dalla fine della prima.



mercoledì 17 dicembre 2025

TEATRO, PREMI UBU E UNA MOLTO BUONA ANNATA, SPESSO OTTIMA. (Nonostante difficoltà, tagli e incapacità istituzionali)

 


Il teatro gode di ottima salute creativa, per affrontare il mare in tempesta di risorse economiche ridotte e di una costante avversione istituzionale nei confronti del mondo della cultura. Lo dimostra la serata finale dei Premi Ubu per Franco Quadri, per le migliori realizzazioni in tutti i settori della produzione e invenzione teatrale. Qualità, ricchezza plurale di moltissime candidature oltre che dei premiati.
I settantasette referendari – tra cui è anche chi scrive – hanno portato rose di candidati che si sono contesi, spesso per pochi voti, il premio finale (è stato spesso difficile decidere ). È un buon segno, in fondo.
ho messo i link ai pezzi che ho scritto, metto dove ci sono anche le date prossime. Approfittate, è stata una buona annata.

Ha vinto come migliore spettacolo italiano  A place of safety del collettivo Kepler 452, ideato scritto (con candidatura al miglior testo) e diretto da Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, frutto di una esperienza a bordo di una nave di soccorso con Emergency e Sea-Watch portando in scena operatori e volontari con i loro racconti. Lo spettacolo sarà dal 27 dicembre fino all’11 gennaio 2026 sarà al Piccolo Teatro di Milano. Poi dal 5 all'8 marzo a Blogna Arena del Sole. 
Molto valido anche l’altro spettacolo candidato al premio principale,  La vegetariana,  che ha vinto anche per la  “Migliore scenografia” a Daniele Spanò e il “Miglior disegno luci” a Giulia Pastore. La regia è di Daria Deflorian (candidata in questa categoria)  che ha adattato – insieme a Francesca Marciano – il romanzo di Hang Kang . La vegetariana sarà a Milano: 10-19 aprile 2026 (Piccolo Teatro di Milano).Cesena: 28-29 aprile 2026 (Teatro Bonci).Roma: 19-24 maggio 2026 (Teatro Vascello).

La riscrittura drammaturgica del romanzo della premio Nobel coreana era in lizza per la nuova categoria di premi, per “Miglior testo non originale” (dedicato a riscritture e/o adattamenti, vista la presenza di molti spettacoli tratti da opere narrative) che è andato  a “Altri Libertini” dai racconti di Per Vittorio Tondelli con la regia di Licia Lanera. Sarà a torino al T Gobetti Dal 10/02/2026 al 15/02/2026 - di Tondelli bisognerà parlare ancora in questo paese che dimentica troppo in fretta i suoi grandi autori.

Candidato a miglior spettacolo era anche Capitolo Due di Neil Simon, raffinato e originale nel ridefinire l’uso del comico, grazie a una regia sapiente di Massimiliano Civica che ha vinto l’Ubu per la “Migliore regia”. Teatro Fabbricone di Prato (19-22 febbraio 2026) e al Teatro Bonci di Cesena (21-22 marzo 2026)

Personalmente non seguo molto la danza, per una scelta di competenze ed economia di tempo, pur apprezzando alcune opere, quando sono capaci di ibridare molti teatro, danza e altri linguaggi artistici. E tra questi c’è sicuramente “Asteroide” di e con Marco D’Agostin, che intreccia amori, catastrofi, dinosauri estinzione e scienza un impossibile musical. One man show per uno dei grandi talenti della performance italiana. 12 marzo 2026, Teatro Camploy, Verona (IT), 26 marzo Teatro della Tosse, Genova , 10 maggio Teatro Palladium, Roma (IT), 16 maggio CSS, Udine.
Se tra gli attori candidati c’erano due ottimi interpreti, che sanno mostrare versatilità e raffinatezza come Aldo Ottobrino (per Capitolo Due) e Gabriele Portoghese (per La vegetariana) ha vinto come miglior attore Davide Enia con il suo “Autoritratto” , aggiudicandosi anche il premio per “Miglior testo italiano”, che – come nella forma di teatro-narrazione a cui ci ha abituato Enia – è un potente e toccate racconto dei giorni in cui l’autore adolescente viveva la stagione della guerra di mafia e dei quotidiani omicidi a Palermo,  negli anni ’80 e che portarono poi agli attentati a Falcone e Borsellino. Savona (SV) Chiabrera06/02/2026;  Faenza (RA)Masini 10/03/2026;  Firenze (FI)  Di Rifredi Dal 12/03/2026 al 13/03/2026;  Pontedera (PI)  Era Dal 14/03/2026 al 15/03/2026;  Monza (MB)  Manzoni 20/03/2026;  Napoli (NA)  San FerdinandoDal 25/03/2026 al 29/03/2026

Va detto che sicuramente la scorsa stagione ha visto protagoniste molte attrici e di grandissimo valore, lo testimonia il fatto che la candidature erano quattro, per via di exequo. Brave Sonia Bergamasco (con Elettra), Giuliana De Sio (Cose che so essere vere) e Monica Piseddu (per La vegetariana) ma questo sembra essere il momento magico di Valentina Picello premiata per le interpretazioni di “Anna Cappelli” di A. Ruccello e “La gatta sul tetto che scotta” di T. Williams, apprezzato anche per la regia di Leonardo Lidi, anche egli tra i candidati per questa categoria (Picello è protagonista anceh di “Madri” testo finalista a questi Ubu e scritto da uno dei migliori tra i nuovi drammaturghi taliani, Diego Pleuteri.
“la gatta” sarà : Bari,  Piccinni Dal 17/12/2025 al 21/12/2025;  Trieste (TS)  Politeama Dal 08/01/2026 al 11/01/2026;  Bolzano (BZ)  Comunale Dal 22/01/2026 al 25/01/2026;  Prato (PO)  Metastasio Dal 29/01/2026 al 01/02/2026 ; Reggio Emilia  Ariosto Dal 03/02/2026 al 4/02/2026;  Pordenone  Verdi Dal 06/02/2026 al 08/02/2026 ; Milano  Franco Parenti - Dal 10/02/2026 al 15/02/2026

 Invece il testo,  interpretato (ottimamente) da De Sio, “Things I Know to Be True”  dell’australiano Andrew Bovell ha ricevuto il premio come “Nuovo testo straniero”, in quanto messo in scena da compagnie o artisti italiani (in questo caso con regia e interpretazione di Valerio Binasco). Bovell è un grande autore contemporaneo e sarà presto con un nuovo testo sulle scene italiane.


Per i giovani under 35, la migliore attrice/performer 2025 è Francesca Astrei, mentre il miglior attore/performer è Pietro Giannini, che alle dotti interpretative unisce una solida capacità di scrittura, dimostrata per il suo “La traiettoria calante” un assolo di teatro civile e narrativo che ricostruisce la tragedia del crollo del ponte Morandi, a Genova, città natale di Giannini. Complimenti a loro, anche ai candidati , sono il futuro: Alfonso De Vreese, Niccolò Fettarappa, Giulia Heathfield Di Renzi, Evelina Rosselli (brevissima in "Sdisorè" di Testori, a Maggio al Teatro Fonda di Milano) 

Difficile la scelta per il miglior spettacolo straniero visto in Italia tra “Changes” del tedesco Thomas Ostermeier, che ha vinto, “Lacrima” delal francese Caroline Guiela Nguyen e “Parallax” dell’ungherese Kornél Mundruczó.  Ostermeier sarà a gennaio a Roma all’argentina con il recente “il granchio” da Ibsen 23 e 24 gennaio. Nguyen sarà con il nuovo lavoro “Valentina” al Piccolo di Milano a Maggio.

Infine premi per il “Miglior disegno sonoro” a Vanni Crociani, Giuseppe Franchellucci, Massimo Marches, Mario Perrotta (“Nel blu. Avere tra le braccia tanta felicità” spettacolo su Domenico Modugno e premi speciali a Teatro Akropolis, Mimmo Borrelli, Teatri di Vetro, Teatro dei Venti, Motus mentre il premio “Franco Quadri” assegnato dal direttivo Ubu è andato a Roberta Carlotto e alla rapper e poetessa inglese Kae Tempest, che vedremo. Di lei avevo scritto diverse volte negli anni Dieci, qui un pezzo del 2018 su Robinson https://www.repubblica.it/robinson/2018/09/05/news/kate_tempest_libro_resta_te_stessa-205673751/



Ultimo ma non ultimo, il premio alla carriera a Pippo DelBono regista, autore e attore, CON una ricerca pluridecennale di poesia e spiritualità, col suo teatro apprezzato in tutta Europa, con la sua originalità di scrittura, capace di creare immagini altamente simboliche mescolate a un radicamento alla vita vera (e per decenni insieme all’amico attore e sodale di vita “Bobo” scomparso un anno fa e a cui è dedicato un film appena uscito). Vita e arte che vanno assieme. . Avevo scritto de “Il risveglio” lo scorso anno



TUTTI I PREMIATI 



venerdì 5 dicembre 2025

TUTTO QUELLO CHE RESTA, NON E' (Appunti su "tutto quello che è un uomo" di David Szalay, Adelphi)

 


C'è qualcosa di comico e di assurdo nel fatto che in un'epoca in cui uno dei principali soggetti sotto accusa (CON TANTISSIME RAGIONI SIA CHIARO) è il “maschio bianco etero, occidentale soprattutto europeo”, identità raggiunta da una raffica di condanne che precipitano nel vortice tra accuse generali e le sentenze individuali, che nella sia singolarità riguardano ogni maschio (“ti sei preso il pezzo di toast con il tovagliolo, per primo”) e che ogni “maschio bianco etero occidentale soprattutto europeo” si vede spesso pronunciare davanti, davanti al lui medesimo, proprio a lui singolo maschio, etero, bianco occidentale, soprattutto europeo, nella singolarità eppure:
eppure il romanzo più importante di questo passaggio d’epoca sia proprio un grande romanzo europeo del 2016 che racconta in modo implacabile cosa sia la decadenza di un maschio bianco occidentale etero, europeo., più evidente forse adesso che allora.
Non solo, nessun romanzo, con nessun soggetto altr* sembra ad oggi al pari di questo libro: “Tutto quello che è un uomo” di David Szalay pubblicto nel 2017 da Adelphi, e che ho letto solo ora, dopo averlo pensato per tutto questo tempo, perché dopo questo libro già premiato e finalista in vari premi, è arrivata la recente pubblicazione di “Nella carne” che ha vinto il Booker Prize 2025 e che ora leggerò, senza aspettare.
L’ho finito e penso che “Tutto quello che è un uomo” sia, tra i non molti dei libri degli ultimi anni, un libro che ti resta adosso con tutto quello che resta.
Un libro-para-romanzo, in cui i personaggi sono memorabili, questi Nove uomini maschi etero occidentali europei, che in realtà sono lo stesso (generale) uomo e sono tutti noi (me compreso) nella sua singolarità. Nove racconti (che collegati tra loro fanno un “para-romanzo”): potere della letteratura vera, perché questo è un libro anche sulla letteratura “postrema”.
Sia chiaro nessun orgoglio è possibile, e nessuno può tra noi maschi bianchi etero occidentali anche di una certa età, sbandierare questo libro con identificazione, perché se l'identificazione c'è, essa è pure enorme e al tempo sconquassante, nel suo essere una “non- epica” della vergogna, non-epica della sottrazione.
L'unico che può rivendicare con orgoglio tra noi maschi bianchi etero occidentali in particolare europei è solo David Szalay per averlo scritto.
Può rivendicarlo perché egli è l'autore di un libro , in mezzo a tanta letteratura "a tema", in cui ciò che conta è la "forma" e la struttura di una narrazione e il suo linguaggio, in mezzo a troppi libri che si areano al solo soggetto, alla storia.
Questo è un grande romanzo europeo, perché ritrova le sue caratteristiche per le quali abbiamo amato la letteratura occidentale del ‘900, è un libro che sta sul versante del “non”, di questa particella prepositiva e privativa, che possiamo premettere a tutte le caratteristiche di quella grande letteratura. E pur vero che il versante del negativo è stato proprio il grande terreno dell' “epica immobile” di una paralisi che è cominciata con un Mr. Bloom che vagava a Dublino in un giorno di Marzo.
non ci sarebbe questo romanzo se non ci fosse da un lato la grande letteratura eurpea e inglese, ma soprattutto quella modernista da Joyce a Beckett e Pinter ma anche una certa ironia orientale dell'oriente dell’Europa dell'oltre, mi viene in mente Ionesco tanto per stare nel territorio dell'assurdo, di quel che chiamiamo assurdo ma che è diventato in realtà il normale il naturale perché era giudicato tale, cioè, assurdo in un'epoca in cui ci si credeva ancora ottocenteschi.
i personaggi di Szalay vagano come sonnambuli in una Europa che è diventato un territorio al tempo stesso piatto anonimo grigio nuvoloso deprimente e al tempo stesso e forse però anche per questo, un territorio votato quasi solo alla deambulazione turistica di zombies del divertimento a tutti i costi (Pensa a divertirti) un divertimento che si traduce in un trash del miserevole, dell'ordinario, del decadente, dello squallido.
C'è tantissimo squallore in questa Europa che va da Londra alla Croazia all'Italia, a Cipro passando per la Francia, Le Alpi , sullo sfondo l’ Ungheria. Già l’ungheria: Casualità 2025: Preno Nobel all’ungherese László Krasznahorkai (1954) e Booker prize a David Szalay anglo-canadese, di padre ungherese emigrato nato nel 1974.
Ungheria superstar in letteratura, proprio mentre lUngheria di Orban sta mostrando la sua volontà ferma di uscire dall’EUROPA e di rientrare nell'orbita culturale, ma generica artefatta artificiosa e midcult del “russimo” non paga di aver sofferto lo stalinismo.
(sto leggendo anche “Farsi male” di Lingiardi,ecco agli ungheresi il “Premio masochismo 2025” )

*******************************  da qui riprende da Facebook *******

 che se poi Orban volesse far suo lo slogan di Trump “make Ungheria Great again”  dovrebbe esaltare l'impero austroungarico e tutta quella cultura e letteratura che oggi condannerebbe proprio Orban come una orribile marionetta, come quelle del teatro di Tadeus Kantor, o come i protagonisti di “Le sedie” di Ionesco, tanto epr stare in area “europa orientale”. Strano che Szalay si sia fermato a vivere in Ungheria, quando ha mollato i suoi lavori con grandi aziende e ha deciso di scrivere. MA forse era un buon punto di osservazione  per poter raccontare la miseria del maschilismo europeo,  la povertà quasi pietosa di questa parabola di decadenza dico Europa ma non c'è l'Europa o meglio nel suo non- esserci. nel suo “non essere più l'Europa”  sta il suo “essere L'Europa di oggi per come la ritrae Szalay. L’Eurpa come ammasso di noi, “i particelle elementari” per dirla con il romanzo di Houellebecq, che mi sembra un modello imprescindibile come scrittura per Szalay, che si colloca in quella eredità della disfatta, eredità del dissolvimento di tutte le “illusioni della libertà” della individualità come possesso della propria vita, e con esseri umani maschi etero occidentali che precipitano.

Sono personaggi che spesso nemmeno la ricordano però quell’Europa, adesempio i ragazzi dell’apertura del libro Simon e Ferdinand, non ricordano “l’Europa del Muro” mentre approdano a Berlino sedicenni, non sanno nulla del muro però ricordano Eliot il suo Aprile crudele, il suo “melodioso pessimismo”.

Come loro in “Tutto quello che è un uomo” i  personaggi son “senza un dove”,  senza un dove vorrei essere, senza  un’Europa ridotta a cartoline sbiadite,  a percezioni di un vissuto degenerato, esperito tra i 16 e i  73 anni, con un’unica domanda “che cosa ci faccio qui?” che è una domanda che fu di un di un grande sognatore europeo Bruce Chatwin, che vagava per il mondo nomade, forse con quel tanto di inevitabilmente attitudine esotista, o coloniale, si direbbe oggi, ma che era il tempo stesso il sogno di un progresso, di un'espansione vitale (mentre L'Europa del maschio depresso che piomba nel proprio inghiottimento privativo è proprio l'Europa che ha assorbito in sé, fino a farsi crocifissione,  quell'accusa di soggettivismo, forse superomismo espanso)

L'Europa appare ora a Ferdinand e Simon e i due sedicenni a Berlino come una sequenza di statue bianche di pietra come le vedono in un monumento, che fanno un po’ tutto: molestano donne lottano scrutano l'orizzonte, ma ciascuno congelato in un “gesto di smania oscura”.

E tuttavia in quella smania c'era il bene e c'era il male, ora c’è solo un moto perpeturo e circolare, a vuoto, che anima questo movimento disperso di sonnambuli e zombie in Europa ed è “ pensate a divertirvi”, il motto degli anni ’90 invecchiati mle : “Have fun”

L'Europa come appare sul lugubre Ponte Carlo di Praga,  con le statue annerite e i turisti ciabattoni che si agitano e con Simon che sentenzia che “quel posto è una Disneyland senz'anima” e “ come fa un turista a essere felice sempre a girare sempre senza niente da fare è alla ricerca di qualcosa”.

 ma questa condizione di turisti non è solo la condizione di chi è in vacanza ma è la condizione di chi è “vacante” tutto il tempo, e quel vuoto compone queste brevi vite infelici di turisti della storia.
“Tutto quello che è un uomo” libro fatto di racconti in cui quello che predomina è proprio la struttura della sottrazione, la capacità di saper far parlare il” non detto” nella scrittura,  in questa mancanza in questa frattura e ferita del linguaggio,  in questo impoverimento trasparente, in questo neutro.


Un “neutro” mortale che sta intorno a ciò che è scritto, che non è bianco è semplicemente neutro: c'è la forza stilistica di questo romanzo la sua capacità di comporre con il niente quel qualcosa che continua ad essere la letteratura, come se da questo ungherese di seconda generazione cresciuto nel cuore di un impero che stava decadendo, e nel suo decadere pensò nene di uscire dall’Europa, come ha fatto appunto la Gran Bretagna in cui è cresciuto Szalay,  come se questo non-europeo che non ha un suo dove né in Canada, né in Gran Bretagna né in quell’Ungheria da dove viene suo padre,  che vive un triste passaggio tra la dittatura durante il 900 e l'autoritarismo del ventunesimo secolo diventando quasi un modello mondiale di questa deriva, ci dicesse qualcosa di questa “gloriosa povertà”,  di questa epica della privazione che stiamo vivendo e che Szalay racconta,  in cui in un contesto così bruciato povero di cultura così povero di profondità, con i personaggi che dicono quasi sempre il più delle volte “Okay”  che appunto l'imitazione grottesca del “sì” di Molly Bloom e di Nietzsche,  è come se ci stesse dicendo che quello che ci è rimasto è la cosa più alta, il bene più prezioso dell’Europa e al tempo stesso il più inutile: la letteratura

Che è una cosa che del resto sapevano anche i suoi antenati scrittori i suoi antenati di riferimento, come quel Kafka altro predecessore a cui Szalay  sicuramente guarda e che ci ricorda come “ci sia speranza ma non per noi” il che non significa, come in Leopardi un senso disperato e di negatività infinita ma definita nell’esserci, unica cosa che abbiamo.

Nella “non speranza”  ciò che “resta” è ciò che scorre il grande patrimonio dell'umanità e la sua capacità di percepire che quello che resta è quello che è qui,  fosse anche solo pura materia.
In realtà la materia di cui è fatto “l'uomo” tutto quello che è un uomo è il tempo, che però non esiste se non nella eterna percezione di un impermanenza. Ma proprio il fatto di finire in ogni momento è ciò che “non finisce mai”, e  fosse anche questo “mai” (cosa familiare appunto a Kafka)  una pena infinita, una “condanna”.

Ci dobbiamo collocare dentro questi paradossi così come la nostra materia infinitamente piccola, nelle particelle,  si colloca nei paradossi della fisica quantistica che ci ricorda il nostro essere qualcosa e al tempo stesso non esserlo,  che è proprio della cosa osservata così come dello sguardo dell'osservante. Noi, io, maschio etero biuanco europeo occidentale, di una certa età.

TROPPO ANGELICO ORMAI PER LA NOSTRA POST UMANITA' (Firzenze, Palazzo Strozzi, Mostra "Beato Angelico")

Guardando la mostra a Palazzo Strozzi a Firenze , con i quadri di Beato Angelico ho avuto una strana sensazione, più intuitiva che critica....