Stanotte ho fatto sogni così strani che mi sono svegliato verso le 05:30 ma non avevo nessuna voglia di appuntarli tanto erano complicati e mi sono riaddormentato per dimenticarli.
ieri sera prima di dormire ho visto il film “Persona” di Ingmar Bergman, ed era pieno di immagini oniriche - sembra un antesignano di David Lynch – è la storia di un'attrice che diventa improvvisamente muta, mentre sta recitando Elettra e viene ricoverata in una clinica molto nordica , linda e perfetta, ma come fosse ancora una camera mentale e in qualche modo una prigione.
Stamattina poi mi sono svegliato verso le 06:30 ho letto qualche inserto culturale , La Lettura e poi Tuttolbri, che apre su Boualem Sansal, lo scrittore algerino perseguitato dal governo del suo paese perché ritenuto un intellettuale scomodo, con la sua critica all'islamismo, che è recentemente diventato cittadino francese, liberato dalla prigione. Oggi viene intervistato su TTL da Cesare Martinetti - intervista che vi consiglio così come vi consiglio di leggere 2084 –
In questa intervista, una cosa che mi ha colpito del suo racconto della prigionia sono alcuni dettagli, magari meno gravi della prigionia in sé: mi colpiva il dettaglio delle sue domande che rivolgeva ai poliziotti, che lo interrogavano, senza risposte.
Mi colpivamo le lettere che lui - alto funzionario di Stato, prima che scrittore - aveva indirizzato scritto al presidente algerino ai ministri. Anche queste senza risposta.
Non avere risposta è una forma di prigione. Lo è anche in casi meno drammatici e quotidiani sebbene importanti perché a volte accade per lavoro: tipo, scrivi per chiedere una cosa ma nessuno ti risponde. Accade anche nella vita quotidiana scrivi all'amministrazione comunale, perfino a quella condominiale e nessuno ti risponde.
Così mi sono alzato sono andato nella mia camera-soggiorno ( nel piccolo bilocale dove abito ci sono solo due stanze in una dormo nell'altra vivo praticamente mangio e lavoro, nel senso che mi guadagno da vivere con il lavoro giornalistico spesso in remoto e poi faccio tutto il resto dei “lavori” che come tutti i “lavori culturali” sono pagati poco, ma anche niente.
(PS Io mi sforzo sempre di rispondere anche solo un no grazie mi dispiace non posso qualche volta mi sfuggono delle mail e mi accorgo di non aver dato risposta altre volte pochissime non so che dire questo effettivamente accade ma nella maggior parte dei casi rispondo)
Insomma, tornando a stamattina: ho guardato la camera- soggiorno e mi sono sentito in prigione. Aevo finito di lavorare alle 22 in casa poi ho guardato il film sempre nella stessa camera poi sono andato a dormire e quando mi sono svegliato per rientrare nella stessa cameretta ho sentito la prigionia.
“o cameretta che già fosti un porto/ alle gran tempeste mie diurne/ fonte se’ or di lagrime notturne/ ch’ ‘l dì celate per vergogna porto”.
Restano sempre attuali le parole questi versi di Francesco Petrarca ed è strano che scritti probabilmente nel 1326 negli anni del Canzoniere, siano così veri ed attuali 700 anni dopo.
Anche io come scrive più avanti nel sonoetto Petrarca , guardando la mia cameretta sentendomi in prigione ho cercato la gente “per mio rifugio” scrive Petrarca, impaurito di restare da solo. E sono uscito.
(PS: da Petrarca a Bergman sappiamo tutto della nostra anima della nostra psiche eppure rimaniamo sempre gli stessi).
(Bergman ha scritto persona e lo ha realizzato nel 1960 sono passati 60 anni e l'età di una persona. Elizabeth Vogler il personaggio interpretato magnificamente da Liv Ullmann, non parla con nessuno non vuole più parlare con nessuno. Non parlare: ogni tanto mi accorgo che passano due a volte tre giorni e non ho parlato con nessuno -magari ho scritto messaggi però non ho parlato certamente non ho parlato con nessuno in presenza di persona)
E allora, dicevo sono uscito.
Sono sceso verso la gente come Petrarca e sono andato a prendere un caffè al bad dell’Esselunga il mio “porto” ormai, il mio rifugio. E’ mattina presto c'è un cielo basso e grigio non piove più e c'è anche la nebbia, il mercato sotto casa sta aprendo, brillano solo le lampadine bianche, appese agli ombrelloni. Sembrano delle lampare in un mare grigio.
Intorno all'esselunga arrivano sparsi alcuni cosiddetti “invisibili”, senza dimora: c'è un uomo un
africano di una sessantina d'anni con lo zaino una piccola sedia, si sta togliendo la giacca pesante c'è un altro ragazzo alto, lo sento quando passa è straniero, parla da solo. Tira fuori dei pantaloni da un valigione e va a cambiarsi nel bagno dell’Esselunga - tutti questi invisibili sono qui per questo.
africano di una sessantina d'anni con lo zaino una piccola sedia, si sta togliendo la giacca pesante c'è un altro ragazzo alto, lo sento quando passa è straniero, parla da solo. Tira fuori dei pantaloni da un valigione e va a cambiarsi nel bagno dell’Esselunga - tutti questi invisibili sono qui per questo.
Anni fa, mi raccontavano le loro mappe dei servizi nella città, molti senza dimora: erano gli anni di quando me ne sono occupato come volontario. Poi ho smesso, c'erano delle ragioni di superficie diciamo di natura organizzativa e culturale politica forse di approccio umanitario, non condividevo più alcune scelte. Anche se amavo quella possibilità umana di incontro.
Ma come in tanti amori c’erano dei non detti. C'era anche un sottofondo inconscio, come in tutti lgi amori. E che riguarda proprio questa condizione di solitudine, di orfanità dal mondo e che tocca e toccava me, toccava corde profondissime. La sparizione è stato sempre un tema che mi ha stimolato coi suoi fantasmi con l'immaginazione dell'essere nessuno della rinuncia alla soggettività. Anche come poeta. Non scrivo più nelle poesie la parola “io”, ma come ne “La tana” di Kafka, qui in questi pezzi pubblici uso la prima persona.
Queste persone vaganti, senza fissa dimora, non parlano spesso rispondono poco non parlano con nessuno per evidenti motivi ma spesso quando anche chiedevamo loro qualcosa avevano ritrosia.
A proposito di non parlare più, ma su un altro piano: Ricordo una sera mandai, mentre ero uscito con l'unità dei volontari, un messaggio con una foto del pulmino a una persona con cui “l'amore” chiamiamolo così con la sua parola generale e generica, era stato un disastro una sconfitta su tutti i fronti. Scrissi in maniera un po’ enfatica “sto cercando di imparare ad amare”. Poi non è accaduto in realtà, c'è voluta molta analisi per capire meglio.
La persona a cui ho mandato il messaggio, anche lì, non ha risposto. Non ha risposto il giorno dopo, non ha risposto per giorni. Poi mi sono accorto che mi aveva bloccato dal telefono, da whatsapp dai social, solite cose.
Dopo qualche mese ho lasciato l'associazione di volontariato. Ancora sconfitte. Non ci sono state parole, mi sono rinchiuso in un silenzio. Il pozzo psicologico in cui ero entrato somigliava a una prigione.
Stavo sfiorando le possibili “vie d'uscita”, si potevo chiamarle anche così, ma era un'illusione - era in realtà una “via d'entrata”, dentro quella prigionia di labirinto, di tana. La stessa prigionia che diventa paradossalmente libertà nel non avere più dimora si è scelta naturalmente (perché gran parte in realtà non lo sceglie però anche chi non lo sceglie e si lascia in quella condizione non vuole tornare indietro una volta che è in strada).
non sono pochi quelli che pensano che in quella condizione non essendo più nessuno (o essendo quel “nessuno”) non essendo più “persona” possa aver lasciato indietro e abbandonato tutte le maschere che fanno “la persona” che siamo.
Come l'attrice di Bergman ha fatto abbandonando il teatro e abbandonando anche se stessa nel mutismo (ricordo che persona in latino vuol dire “Maschera teatrale” tra gli studiosi di etimologia si è concordi nel dire che potrebbe derivare dall'etrusco”phersu” che significa personaggio teatrale)-
Liberarsi della persona per Carl Gustav Jung significa mettersi finalmente in contatto con “l'ombra” lo stato più profondo, ma anche più autentico di noi stessi. Così stare nell'ombra restare invisibili e una seducente prospettiva di autenticità.
Comporta però il sacrificio di non parlare più e non soltanto anche non avere più risposte non avere più nessuno che ti parla. Stare così tanto all'aperto da far diventare il mondo una camera mentale, un teatro di illusioni da cui però standone fuori ci si libera. IN realtà si sta dentro. Tana/prigione.
Quando Franz Kafka sta per troncare ogni rapporto con la fidanzata Felice Bauer le scrive che non si può essere mai abbastanza soli quando si scrive, che non c'è mai troppo silenzio e le scrive di immaginare la vita che vorrebbe: cioè abitare nel locale più basso e interno di una cantina.
Avere qualcuno che ti porta da mangiare e la passeggiata tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangiare sarebbe l'unica passeggiata - Mi accorgo rileggendo questo passaggio che spesso durante il giorno anche per me c'è questo movimento tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangio, anche perché poi coincidono.
Sappiamo come è finita tra Franz e Felice. Ci restano le lettere che lui scriveva a lei, ci restano anche delle memorie di lei.
Verso la fine della sua vita più di decennio dopo Kafka finalmente un po’ più sereno, nonostante sia malato, e grazie al rapporto che ha con la giovane Dora Diamant, scrive un racconto, uno dei suoi ultimi, intitolato “La tana”. Più o mento tra il 1923 e l’inizio del 1924.
Nella tana c'è la pace per l'animale protagonista del racconto. che parla insolitamente per Kafka in prima persona, c'è il silenzio e c'è il pieno controllo di questo spazio e lì l'animale sembra felice. Poi accade che sente un rumore, un fischio. Lo sente in qualunque posizione si metta. Lo infastidisce, lo angoscia questo rumore. Si chiede da dove arrivi se sia un tubo una fessura e poi immagina: “ e se fosse un nemico? Qualcuno dietro la porta?”.
la cosa curiosa è che anche io da un po di mesi sento un fischio, la mattina presto quando sono nel letto, quando dopo la sveglia verso le 6.00 resto sospeso tra la veglia e il sonno. Il fischio viene da fuori.
All’inizio aprivo la finestra per capire da dove venisse. Ero molto infastidito e angosciato da questo rumore. Tutti i rumori cosi mi angosciano, mi fanno rabbia. Tendevo l'orecchio per capire la direzione, ma mi sembrava “ovunque” come Dio, Un fischio divino. Poi un giorno per caso scendendo presto, mi sono accorto che veniva dalla cantina, dal basamento dalla cantina del mio palazzo : era la caldaia del mio condominio.
Così ho scritto all'amministratore ma non ha risposto. Ho scritto ancora e non ha risposto. Dovrò telefonare certo però un po’ mi spiace rompere questa piccola sospensione kafkiana.
Come lo scrittore praghese - è l'unica cosa che ci accomuna - anche io odio massimamente qualsiasi rumore che disturbi l'equilibrio o di un silenzio o di una situazione sospesa il peggio di me lo do al cinema quando zittisco i parlatori e i masticatori.
Poco prima di conoscere Dora, Kafka aveva scritto a Max Brod nel 1922: “Se non scrivo è perché non ho fiducia nelle parole scrive Kafka nella lettera voglio condividere il mio cuore con le persone non con dei fantasmi che giocano con le parole”.
Poi conoscerà Dora dopo pochi mesi e con lei sentirà possibile quell'apertura e la condivisione del cuore.
Lui ha quarant'anni lei 24, fanno sogni pazzi tipici degli innamorati vogliono partire per la Palestina. Dora e un'esperta di Talmud, è sionista come anche Kafka. Vogliono aprire un ristorante. Dora è negata per la cucina e addirittura Kafka dice che farà il cameriere. Possiamo imamginaro, dinoccolato alto e impacciato come era. Quasi un Buster Keaton.
Non accadrà: Kafka si aggrava e muore tra le braccia di Dora nel giugno del 1924. Insieme e per volontà di Kafka, avevano bruciato in un secchio alcuni racconti dello scrittore.
È molto nota la storia del Kafka che scrive a Max Brod chiedendo di bruciare gli inediti. Brod non lo farà e nemmeno Dora, quel racconto “la tana” si salva e si salva anche l'ultimo “Giuseppina la cantante”. Sappiamo questo perché Dora vivrà fino al 1952, in parte in Israele poi sarà sepolta a Londra - tuttavia le lettere che si scrissero in quel periodo come altre carte vennero sequestrate dalla Gestapo e probabilmente distrutte.
Secondo Pietro Citati l'animale del racconto “la tana” è una “perfida auto caricatura” di Kafka stesso, che si ritrae dunque come “ celibe egoista, astuto, vorace, misantropo, narcisista”.
E che sempre secondo citati aveva costruito questa idea del racconto “la tana” già ai tempi di felice si era costruita “la tana”. Il titolo tedesco è “Der Bau” – e cosa curiosa e che “Bauer” il cognome di Felice porta questa parola nella radice.
Altrettanto singolare, Walter Gropius in Germania, dove pure Kafka ora abitava, in quei primi anni 20 stava fondando la “Bauhaus “ nome che deriva dal tedesco medievale “ bauHutte” che significa capanna dei muratori. Cioè coloro che costruiscono la tua bella e grande” casa” sono però costretti a vivere in una capanna. Mi sembra già anche questa una metafora kafkiana.
Sempre secondo Citati “La tana” ha il significato della divisione netta che c'era in Kafka tra mondo interno e mondo esterno : “fuori dalla tana sta il tempo finito, dentro la tana quello infinito. Fuori dalla tana c'è la luce, dentro la tana le tenebre, la sola cosa che l'animale del racconto e Kafka medesimo vogliono esplorare” scrive Citati.
Ancora l'ombra la verità l'autenticità che si trova dove non si è visti là dove si può sparire.
Scrivendo “La tana” però e nonostante l'amore di Dora e per Dora sia sincero e vero, e nonostante quel che scrisse a Brod, di non voler più praticare la scrittura, Kafka scrisse ancora e proprio questo racconto. Che è uno dei suoi ultimi, non finito.
In un passaggio, dando voce all'animale, Kafka sembra descrivere la sua condanna definitiva: rimanere con i fantasmi, esplorare le tenebre, condanna che chiunque voglia scrivere davvero non può che fare propria, non può che desiderare d’averla già-scritta. con la punta di un coltello, sulla schiena, e sentendo il dolore della scrittura-ferita. Non potendone leggere le parole e pure eseguendo la condanna, diventando giudice di sé stessi. Anche rinunciando all’Io. Forse proprio rinunciando.
In un passaggio de “La tana” l’animale-Kafka scrive:
“ho il privilegio non solo di vedere fantasmi notturni nell'impotenza del sonno ma di affrontarli nella realtà con tutto il vigore della veglia e con pacata facoltà di giudizio”.


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