lunedì 30 marzo 2015

SCIAMI








    
 SCIAMI
Mario De Santis
               
    
   


LA NOTTE FUORI

                                                   ( a margine di: Christian Boltanski,
                                                               “Les abbonès du telèphone, 2000, installazione)



E’ nel muro di calce viva la telecamera che sgrana
volti e luci in cui rifletto e vivo, in cui sconfino:
è un panorama bianco di feste all’improvviso,
 di bar, di frenesia con la città d ‘estate
che si circonda di incendi periferici.
Le conseguenze mai capite di una vita
che si allontana, Come una fuga senza inseguitori,
sta nella pace dei ritratti  conservati negli archivi
di controllo: malcerti nello sguardo,
e senza febbre, pallidi,
lì durano per essere dimenticati e solo lì
noi siamo in quello che rimane.
Ed è’ su questo muro Illuminato che mi fermo,
stretto dal suo calore postumo, la sera.
Divento anch’io di fumo e d’ ombra moltiplicata,
un taglio di fotogrammi. Tutte queste vene scollegate,
come un museo di elenchi telefonici, la folla unita
in una mappa casuale 
che non trattiene un solo nome: 
i sogni pure sono lasciati al vago ormai
e se ascolto il mio, so che è l’assurdo mormorìo
che viene dal fondo della via, 
dalla porta appena schiusa 
dell ’uscita d’emergenza.











LA NOTTE DENTRO




                                                         ( a margine di : Steve Mc Queen *Western Deep (2002), video)



Per questa notte le notizie non ci sono.
Restano le serrature, le camere blindate,
l’orizzonte che si cancella con la luce.
volano via le automobili attraverso sciami
di uomini che non parlano nel buio;
lasciano sonno, carezze, incanto,
tamburi e una malìa:
precipita nel giorno la verticale di un sogno,
calare nel profondo con i minatori di Tautona
nel teatro di luce incenerita
e tutte le distanze appaiono ridicole, violate.
Sento la paranoia dei cani da ispezione
rompere la pelle alla città, farne l’ assedio
Oro nel cielo al rovescio
dove c’è spazio soltanto per i corpi;
e nel soprassalto senza fuga dell’arrivo in basso,
tutto si dimentica, scavare è tempo che frana nel cristallo
fino all’ora in cui dall’alto ci chiamano di nuovo
a fine turno: tornare indietro uscire che è già notte
la nostra luce è solo quella divorata
nell’ora d’ombra che non mi tiene sveglio
che più di tutte adoro.








SARAJEVO, SECOLO



    per Adriano Sofri  e Erri De Luca, testimoni                                        12 Ottobre 1992 -2012







1.

Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l’oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
per oggi l’urto di pressione provocherà maltempo,
mentre la terra si ritrae
costretta nel mirino. di là c’è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C’è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dei Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
domani che sarà?
La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, 
domani che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d’acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà .








2.


Come nulla si vede guardando nei tombini
aperti, così cade la vista verso il vuoto,
fuori-campo; sulla cartina Sarajevo è già l’oriente
muto, ma l’emergenza ha invece un suono,
del mondo-shock e inciso obliquo ha tutto
il farfallìo di piccoli bracieri, la fede in nulla
che sia lontano dalla strada e a questo brivido
si arrende; e nella piazza vuota al cielo
lo sguardo asciutto, lontano dai suoi liquidi, dal corpo,
dalle geminazioni e già-marcite
provviste quotidiane, il tempo è solo orario
e va da un’alba all’altra, uguale.
Guardo luci a intervalli e penso al viaggio
quello migliore, quello di sola andata
ma dalla fontana stavolta si ritorna.


















MILANO, SECOLO




1.

Quasi a quest’ora tutti i giorni
il sogno di Milano si fa smalto
atroce ed isolato. Qui l’acqua era la forma
del futuro annunciato e irripetibile;
e ancora, tuttavia, c’è un salto più assoluto
nei vuoti formati tra file di piccioni
inermi e neri: tra loro spettri degli assenti
ad armare quadrilateri, fortezze in polvere
dissoluzioni ostili. E la piazza così muore perfetta
piena ed invisibile, col sangue a trattenere un nome.
Tra lo squilibrio del coma e il grembo nasce adorazione
per chi non sarà mai. Resta quest’ora presente,
un sentenza che somma le pozze della pioggia
a gemme d’ansia. Qui prende forma la patria
che ha solo presente e non sarà
che questo vago orientamento. Da qui, nessuno
dopo noi, da qui la nostra corsa salta l’ ombra,
si chiude ogni immediata lievità.
la storia diventa in un istante dubbio
e qui si vedono di noi
quei volti di vertigine, aperti all’ aria opaca
che non avranno somiglianze.





2.


La distanza tra me e una coppia di cinesi
è la minima innocenza che adesso chiede il mondo.
Loro che hanno fame di abitare
io invece mi perdo nella sosta, la pausa della noia.
Loro chiudono in corpo un amore senza accordi
ma con passi di precisione studiano le mappe
invece io sono immondo e illusionista
dimentico dell’afasia, dei giorni che mi aspetto;
loro al telefono cercando un posto dove stare;
ed io, che sarò quello che perdo il mio, sto via dalla mia vista.


                                                                                                  ( Milano, piazza Gramsci )







3.


Faccio la somma dei tuoi volti
che ho visto e che saranno;
immagino la crudeltà delle tue rughe
il punto viola che si scolla come un’ombra
da me. Prima di entrare con il treno
nell’acqua che cade su Milano,
dentro la pianura il sole era terribile
piatto e disposto alla sua morte
perfetta per una luce che viene da terra.
Non conoscevo ancora il tuo respiro
nella notte, così nell’ acqua
piovana sta musica che invade
il peso del mio corpo che cede nel tuo odore.
Voglio che il cielo resti la divisione
tra noi infinita, mentre cammino oltre Bovisa,
fermo all’angolo di un muro qui dove sono cade
quel niente che ritorna, passi segreti
quelli che mi riportano da te,
un vago oriente: per sempre tutto mi dividerà
da tutto, adesso,
perché nel momento che ho saputo
ho smesso di sapere.





















                                            già pubblicato per le edizioni d'arte 
                                         di Tiziana Cera Rosco
                                                  cuoreinverso          
                                             settimo titolo     
                 finito di stampare nella sera del 22 gennaio 2014
                                                       
                                                  

lunedì 22 dicembre 2014

NICOLA GARDINI "Stamattina" (Ladolfi editore)

 **  “Oggi” è la prima parola del nuovo libro di Nicola Gardini, Stamattina, e già dice molto di questo tentativo di creare una fotografia del presente in versi. Non e­splicitamente storico, ma dentro il postmoderno di irrealtà e simulacri, Gardini sceglie un obiettivo classico e inattuale: scrivere l’immanenza e la presa in diretta delle cose da parte di un individuo. Tempo, oggetti, paesaggi in un dichiarato rapporto positivo con l’esistente, anche se come autore consapevole tiene conto dell’ombra e dell’orma, del vuoto dietro le cose. Stamattina è dire l’individuale, registro e diario, ma con un senso di slittamento e di precarietà legato anche alla prospettiva di un’esistenza che dentro questa volontà di aderire al mondo ne vede anche la sua naturale evanescenza (“ho capito all’improvviso / che non rimane già più niente”). Richiami classici, oppure di un ’900 dell’oggetto (per esempio il “Partito preso delle cose” di Ponge, e forse anche in Gardini c’è un po’ della sua allegria materialista).
In effetti in Stamattina gli elementi con cui viene a contatto l’io-scrivente (un parco, le nuvole, le viole di un giardino e altri elementi anche minimi) compongono il puzzle temporale di una percezione del mondo. Sono atomi e grani di un rosario per invocare il presente e tenere le cose attraverso la poesia dentro il suo rischio di vuoto infinito (“il vuoto si è riempito di sfere”). Inseguire passo-passo le cose del giorno (significativa la poesia “Dunque”, quasi un elenco di appunti per un’agenda) disposte alla percezione a definire un’armonia di quelle sfere, attraverso una lingua lavorata e resa semplice con studiata ripresa di canoni (con prevalenza di endecasillabi, in strofe e a volte sonetti manipolati, tagliati) italiani e anglosassoni (Gardini, docente a Oxford, è traduttore di molti autori, tra cui Dickinson e Ashbery, un nome dai critici spesso a lui accostato). Nei versi centrale è il dire, esteso fino al non dicibile, inteso non come mistero, ma come l’estrema presenza della cosa, di un attimo vero, di un momento di un senso dell’esistenza, inafferrabile ma evidente, restituito spogliando i versi il più possibile di ogni orpello iper-letterario, anche se consapevole del limite (non a caso il libro di saggi uscito in contemporanea da Einaudi, Lacuna, è un “saggio sul non detto”). Dire e non-detto definiscono un perimetro fisico del mondo, non un linea verso una metafisica. L’aggiustamento del tiro, anche attraverso riflessioni che emergono qua e là (“tutti presenti / e invece sembra sempre / che qualcuno manchi” nel linguaggio che è “castello di Atlante”), serve a dire che “la cosa c’è sicuramente”, ma noi sulle cose “non diremo mai la verità” per via di una continua manque, di uno slittamento che la nostra condizione non può ignorare. Gardini non cede a questa teologia negativa novecentesca, resta qui a percepire “all’improvviso un pensiero / mai fatto / far rima tra i passi e la libertà”. Definire una disposizione del sé attraverso una sua fenomenologia: l’io-poetico attiva, tiene assieme stringendola in forma e sintassi nette, una sorta di rammemorazione del presente, attraverso la rappresentazione in segni: diventa “cosa” la cosa che percepiamo rappresentata, la parola, mai l’oggetto. Ma non si percorre qui il sentiero della lacerazione e dell’inesperienza. Seppur fluttuanti, come in certe stampe giapponesi o in Giudici (“io sento nostalgia / delle cose che vedo”), le cose sono perché sono state e la realtà esiste nella temporalità. Stamattina è un libro di componimenti come micronarrazioni, anche se Gardini torce i tempi verbali: siamo in un presente che “mentre sei, sei stato” ma per tentare un “discorso” che “del passato facesse un futuro”. E struttura tutto in una ciclicità, come l’impianto stagionale del libro, che termina in giorni invernali in cui “su tutto è sceso il freddo”. Però siamo qui, ad attraversare il gelo e scrivere “con le suole / che sto passando” correndo “incontro ai giorni che finirono”.

Mario De Santis


Nicola Gardini, Stamattina, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2014, pp. 102, euro 10,00.

** già pubblicata in "Poesia" (Crocetti) dicembre 2014

ALDO NOVE "Addio mio novecento" (Einaudi)



** Aldo Nove il ’900 ce l’ha inserito per enigma nel nome d’arte (forse Palazzeschi, sicuramente “Aldo dice 26x1” del Comitato nazionale di liberazione Alta Italia). L’ultimo suo libro in versi, Addio mio Novecento, è perciò una summa, sulla soglia dei cinquant’anni di Antonello Satta Centanin, e un addio alle origini che quel nome ha prodotto, tra autobiografia e biografia letteraria. Un addio a memorie e alla possibilità stessa di considerare la memoria un patrimonio e il presente un movimento di storia. Cinquant’anni di pace occidentale rivelano a noi la “prassi di spavento” dentro il presente di un mare trasformato in “acquitrini”. Un tempo che è “questo, ma non è nostro”, “tu non farci caso, ma tu scrivi”, si legge (e rimanda al “Nulla è sicuro, ma scrivi” di Fortini, e forse quel suo composita solvantur è rilevato da Nove nella disseminazione presente). Lontano ere geologiche c’era un “prima”, quel ’900 in cui nacque Woobinda, fatto di “scodelline” e “magazzini”, un’infanzia-mito che fu l’infanzia della storia, un secolo di trasformazione sociale, politica, biologica. L’“andare” dentro il tempo storico era come fiaba ed epopea, avventura, l’infanzia era una “foresta che si inoltra azzurra / nel sogno” esplorata dal bambino – ora invece spazio e tempo non sono quelli dove viviamo con “ogni tipo di comfort” ma sono quelli che l’io dispiega nella sua lingua, una dimensione psico-sentimentale, una materia di realtà non decifrabile né identificabile. Tutto “scorre, pesante, si sente / come se giungesse da dentro” ma dov’era coscienza c’è un fluire che – più che nevrotico e franto, come poteva essere in Sanguineti, ma spiegabile in un’idea o ideologia – rivela nella forma sintattica una nostra percezione di realtà desertificata. Un testo fatto spesso di vicoli ciechi della frase, nel cielo chiuso di un’immobilità di sguardo e di una sparizione di senso e non solo: “quando arriva il significato / non c’è più nessuno”. L’io che prende forma dalla lingua del libro di Nove ci spinge a guardare fisso il “deserto che si ingorga di domande”, dove “non c’è più annuncio”, nessun angelo della storia. Un presente in cui “lo sguardo retroverso / diventa memoria dell’oblio / senza contraddizioni, movimento”, sì, ma è solo movimento dalle foglie alle radici, non viceversa. Linfa esaurita, immemore nonsense rispetto al tempo in movimento del 900 in cui “le cose ci piacevano”. Invece ora “tutto fluttua”, “tutto deraglia”, come anche la scomposizione della sintassi non ascrivibile a una visione. Attenzione: niente nostalgia, semmai ironia in Nove: e allora Viggiù è sì “il posto dove sono nato”, ma esso è pure un topos letterario come Nove uno pseudonimo. Bisogna tener conto quindi che “la maschera del poeta” – scrive Aldo/Antonello – “mima la menzogna / e manifesta il reale”. Ironia, ma non nichilismo – chissà se influenzato dal lavoro sul Francesco santo e giullare – e Nove colora i testi di lievità, di un’allegria, come puntello contro il “teatro inaridito del creato”. Guardare accettando che le cose del mondo finiscono: le “stagioni del nastro magnetico” sono cancellate con i nomi, le epoche e la stessa poesia, l’affermazione di un io, è schiacciata in “millenni tra le virgole” e non è più una forma che rifletta a pieno la realtà “né a capo / ci sono svolte, disarticolata / la lingua”. Dobbiamo accettare il deposito, la “centrifuga di millenni”, ore, giocattoli, corpi, “scatole colorate” in cui abitare, “uomo allunato”: piccoli centri, ma ormai “senza circonferenza”, fuochi centrali di un’immanenza celebrata dentro una poesia-litania, ma al limite dell’afasico. Oggi il fanciullo-Rimbaud come il bambino-Antonello non saprebbero più esplorare e far deragliare il gioco di vocali, perché “il nome di tutto deraglia” e da qui si vede “un fiume di gente / scorrere attraverso la storia. / Il fiume è la memoria / di ognuno. Il resto è il Niente / che lo contiene”. Il secolo della plastica era addirittura più umano. Osservare il cambiamento senza nostalgia, ma con la luce di una consapevolezza: questo midhàr, questo deserto è pure energia/movimento /eros visto proprio – se pure frammentato – in quanto tempo. Non siamo più ora, ma ci siamo nel tempo: gli orizzonti, gli attimi e i ritagli “che sono una famiglia […] e sono / il movimento, è / noi per sempre / che ne siamo parte, / ciò che diventa, / è il tempo, // è la tua bocca / […] il grembo”. Siamo stati quindi siamo. In che tempo, futuro o passato? In entrambi: l’attesa messianica è ciò che da sempre il passato lasciava trasalire, intorno, accaduta. Cancellato del tutto, ecco che il ricordo è a venire.

Mario De Santis


Aldo Nove, Addio mio Novecento, Einaudi, Torino 2014, pp. 114, euro 11,00.

** recensione già pubblicata da "Poesia" (Crocetti), dicembre 2014.

LA MIA BATTAGLIA, LA SUA BATTAGLIA, LA NOSTRA (PERDENTE) BATTAGLIA (DEI LIBRI, E NON SOLO) - Karl. O. Knausgard, "la morte del padre" (Feltrinelli)

La casa editrice Feltrinelli pubblica oggi di nuovo tutta l'opera di Karl Ove Knausgard, autore norvegese di un iper-romanzo di 3000 pagine per 6 volumi che è stato caso letterario in Norvegia dal 2009 al 2001 vendendo 500.000 copie nel suo paese - un norvegese su dieci.
come se in Italia un libro diviso in 6 volumi potesse vendere 6 milioni di copie. qui un articolo de L'inkiesta che riassume il caso

Prima battaglia persa, nostra: secondo me non saremo mai (più) un paese di lettori. La rincorsa del ritardo secolare era da fare nel 900 della democrazia rappresentativa, delle elites democratiche, della scuola. Oggi è populismo, democrazia mediatica diretta, delegittimazione dei "mediatori" - scrittori, giornalisti, insegnanti, politici ecc. Ed è l'era dei tablet e dei social network. Letture altre, comnq. visto come va il mercato da noi (5% di ebook, ridicolo, - 17% di libri venduti e letti (il volume delle biblioteche è minimo) possiamo dire:  il sapere non passerà più per i libri: se non è già passato, amen. In italia legge libri in modo significativo il 10-15% delle persone. E spesso la classe dirigente - manager, dirigenti, privati e pubblici - non è in questo 15%.

Tornando a Knausgard: il volume era apparso meritoriamente da Ponte alle Grazie. Evidentemente la follia romantica di pubblicare un opera che in molti  - tra questi, qui Walter Siti su Repubblica qualche giorno fa, seppur con rilievi interessanti di perversa qualità non-letteraria  - non esitano a dire come tenti un qualche rinnovamento del progetto-Proust,  si è scontrata con le ragioni del mercato e del fatturato. In Italia più che altrove, con troppo realismo cinico anche nel mercato editoriale vincono sempre quelle (e non mi riferisco solo personaggi tosti e pescecani che hanno guidato grandi gruppi editoriali: mi riferisco anche ai pugnalatori nobili del Mulino che affossano Carocci, nonostante gli appelli di molti, come leggete qui dal Fatto -  figuriamoci quindi  un grande Gruppo editoriale, perché non dovrebbe seguire le logiche commerciali se i primi "figli di mignotta"  sono i "padri nobili"?

Quindi seconda battaglia persa. quella di una casa editrice media - seppur dentro un "grande gruppo" -  Ponte alle Grazie di poter sostenere un'opera così. Ora vediamo Feltrinelli, che pure non è ben messa. In bocca al lupo.

Per la cortesia di Ponte alle Grazie, avevo incontrato 4 anni fa Knausgard in Italia per l'uscita del primo volume, quello che oggi ripubblica Feltrinelli. Incontro magnetico e straniante come il libro e tutto il progetto . qui il post del "vecchio blog" soulfood del 2010 e sotto il video con l'intervista radiofonica integrale, di fatto inedita fino ad ora, in cui Karl parla del suo libro e del titolo "Min Kamp" che evoca volutamente, ironicamente e provocatoriamente il Main Kampf di Hitler, l'apoteosi dell'uomo massa opposto a questo uomo-singolo, anche se poi la tragedia hitleriana fu una singolare coincidenza di follia di uomo-singolo che incontro nell'intimità il consenso di altrettanti milioni di uomini-singoli.....

lunedì 8 dicembre 2014

DOMENICO STARNONE "Lacci" (Einaudi)


la recensione per Repubblica/RSera


Incipit. “Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te o ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perché non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti. Lo so che avere una vita ordinata. Doverti ritirare a casa a ora di cena. Dormire con me e on con chi ti pare ti fa sentire cretino. Lo so che ti vergogni a dire: vedete mi sono sposato l’11 ottobre 1962, a ventidue anni; vedete ho detto sì davanti al prete, in una chiesa del quartiere Stella, e l’ho fatto solo per amore, non dovevo mettere al riparo niente”.

Trama. Per un misterioso furto e devastazione della casa, Aldo, un uomo, più che settantenne, rilegge le lettere che la moglie gli aveva inviato durante i quattro anni in cui l’aveva abbandonata, dopo dodici anni di matrimonio e  due figli, tra il 1974 e il 1978, vivendo una storia d’amore a Roma con una giovane donna e  trovando anche il successo come autore televisivo. E’ l’occasione per riflettere su quella  parentesi rimossa e sulle conseguenze dell’amore mancato, verso sua moglie, verso la giovane Lidia, e sul presente di famiglia borghese  rattrappita  intorno al non detto, sul suo essere stato padre inadatto, debole, malinconico, in cui il ritorno a casa  non fu vera pace, ma l’inizio di una storia di amarezza, paura e dolore, quotidianità conflittuale  e strangolante  che dai coniugi passava invisibile ai figli.  Sono loro i protagonisti del finale  a sorpresa. Con il oro gesto,  ormai adulti, rivelano che,  se esistono legami impossibili da spiegare, ricostruire amore e famiglia è altrettanto impossibile,  molto più che  saper amare davvero.

Stile. Starnone adotta diversi registri e smonta la storia in  capitoli e quadri mescolando i tempi. La prima voce è Vanda, la moglie, le sue lettere dell’abbandono, con una furia e lucidità di una donna ferita ma combattiva, feroce quasi. I rumors secondo i quali Starnone  potrebbe  “essere  Elena Ferrante” certo si alimentano  qui, perché – coincidenze a parte - sono pagine di tempesta e dolore travolgenti. Poi la parola passa al marito, già vecchio, fintamente  svagato, con una prosa che si distende in una malinconia asciutta, fino ad arrivare ai capitoli di Anna, la figlia minore, con i suoi rancori, fantasmi, la fame mai sopita di amore trasformata in avidità e bulimia, portando la narrazione verso la freddezza calcolatrice  del suo gesto straniante, in cui coinvolge  il fratello Sandro. Perché i figli che non sono come i nodi dei lacci, che puoi anche scioglierli:  i figli puoi solo farli o tagliarli via.


Pregi e difetti.  Pregevole lo stile, precisione dei sentimenti, personaggi nitidi, concentra in centoquaranta pagine come è cambiato il senso della  famiglia e dell’amore, la crisi del maschio, la dissoluzione dei “lacci” affettivi, mostra una crisi maschile che si accompagna a mutazione della Storia italiana , seppure qui appena accennata  (Aldo se ne va negli anni del referendum sul divorzio). Il finale lascia di stucco: forse troppo affrettato, troncato, tutto precipita, lascia un senso di mancanza, l’amaro in bocca. Potrebbe essere anche  un pregio.

venerdì 28 novembre 2014

RACHEL POLONSKY "la lanterna magica di Molotov" (Adelphi)

la recensione per Repubbblica /RSera

Incipit. “In un angolo del soggiorno di Molotov c’è una lanterna magica. Dando le spalle alla finestra affacciata sul vicolo Romanov, giro la manovella di ottone della lanterna e attraverso il vetro sbircio dentro l’obelisco di mogano che mi arriva alla vita. Immagini scolorite si succedono con un clic del meccanismo girevole.”
Contenuto e stile . Rachel Polonsky,  studiosa inglese del mondo slavo, arrivata in Russia per scrivere un saggio scientifico e decisa a fermarsi a Mosca solo diciotto mesi, ci è rimasta per dieci anni , seguendo anche la voce delle proprie radici personali. Viaggiando per tutto il paese, lo ha esplorato in modo non sistematico ma capillare fino al dettaglio. Ha raccolto storie di luoghi e persone tra Mosca e terre lontane, legate  soprattutto al periodo degli anni di Stalin, anche risalendo ad aneddoti sulla  vita di Čechov e Dostoevskij e Pasternak, passando per i poeti Mandel'štam e Cvetaeva, e raccontando tantissimi altri personaggi, comprese persone comuni, come la folla  di frequentatori per decenni delle terme di Banja Sandunov, fino ad arrivare a brevi ma taglienti, ironici ritratti della nuova oligarchia ignorante della Russia di Putin.

Polonsky si è lasciata guidare dalla ragnatela di intrecci e riferimenti, anche casuali, a cominciare  dalla  scoperta che l’appartamento di Mosca dove sarebbe andata a vivere, all’inizio del Duemila,   era appartenuto a  Vjačeslav Michajlovič Skrjabin, noto come Molotov.  E la studiosa parte da questa figura controversa -  uno dei principali rivoluzionari bolscevichi, unico tra questi a sopravvivere alle fucilazioni di Stalin, e divenuto suo braccio destro negli affari internazionali come nelle purghe  –  e dai suoi libri e documenti, conservati ancora nell’appartamento per un viaggio nei meandri di un periodo terribile e oscuro. Assieme ai libri, nell'appartamento di Molotov c’era una  lanterna magica, che diventa solo il pretesto per iniziare a seguire il filo delle ombre tra realtà e magia, inseguendo vite febbrili e tragiche, testimonianze di vittime, figli, sopravvissuti, in un montaggio delle memorie che segue il destino di scienziati  e letterati  russi, per lo più  perseguitati da Stalin ( ma i loro libri erano, ironia tragica della storia,  nella biblioteca del suo ministro). Un resoconto di un’epoca, basato su migliaia di documenti usati con grande perizia filologica, priva di pedanteria, e anche su un viaggio reale : dalle dacie degli scienziati in Finlandia,  Polonsky ha attraversato “tutte le Russie” toccando molte città e villaggi tra cui Murmansk, Rostov,  Irkutsk, Staraja Russia, Vologda e poi la Siberia, il fiume  Don e ancora Mosca.

Una psicogeografia di una terra ricostruita rovistando nelle macerie reali e metaforiche di una storia politica e culturale segnata da orrore e da gloria. “La lanterna magica di Molotov” è un libro davvero inclassificabile, ma affascinante e bello, che  sarà maggiormente apprezzato da chi vuole approfondire le vicende delle persecuzioni interne nel periodo staliniano o ha amato  “Vita e destino” di Grossman o “ I racconti della Kolyma” di Salamov e da chi vorrà sapere di più dei luoghi simbolici della Grande Madre Russia, una terra di vangelo e rivoluzione, di fervente cattolicesimo ortodosso e crudeltà sanguinarie, di sofferenza e indifferenza, di grandi poeti e di miserabili criminali.


Pregi e difetti. Sono gli stessi della Russia o dei suoi grandi romanzi: ci si perde, si confondono i nomi,  si mescolano leggende e realtà, si sprofonda nel terribile ma si ama il suo sublime, e  alla fine si è saturi di personaggi   e luoghi ma  resta addosso una sensazione di ebbrezza febbrile e follia.

CHRISTIAN RAIMO, "L'INVENZIONE DEL COLORE", La Nave di Teseo

 Ho letto “L’invenzione del colore” di Christian Raimo pubblicato da LA Nave di Teseo” e l’ho trovato molto bello.  Conoscendo solo la figu...